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Gli Usa e la crisi dell'Europa/1

La rielezione di Obama dipende ormai dall’esito della crisi nell’eurozona

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Può l’Europa costare la presidenza a Barack Obama? A prima vista, sembrerebbe una domanda senza alcun senso. Le elezioni presidenziali di Novembre non si decideranno in stati americani chiave, come la Florida e l’Ohio, e non in paesi stranieri come Grecia e Spagna? E gli Europei di sinistra non amano Obama e disprezzano i Repubblicani? Sicuramente. Tuttavia, c’è la reale possibilità che la recessione in corso in Europa possa azzoppare ogni speranza di ripresa anche negli Stati Uniti. Come il presidente ha mostrato nella sua ansiosa conferenza stampa di venerdì 8 Giugno, esiste eccome il pericolo di un contagio ‘oltre lo stagno’. La bassa crescita e l’alto tasso di disoccupazione potrà solo compromettere le sue chance di rielezione nella già accesa sfida contro Mitt Romney.

Molti Americani risultano annoiati o perplessi dall’Europa. Cercare di spiegare le ultime notizie sullo stato della politica greca o sulle banche spagnole, provocherà loro una repentina calata di palpebre. Quindi, al termine di un viaggio di quattro settimane in giro per l’Europa, tenterò di spiegare la situazione nei termini maggiormente familiari possibili per gli Americani.

Immaginate che gli Stati Uniti non avessero mai ratificato la Costituzione e che fossero ancora in vigore gli Articoli della Confederazione del 1781. Immaginate un piccolo governo federale quasi senza entrate. Solo gli stati possono tassare e chiedere prestiti. Ora immaginate che il Nevada abbia un rapporto debito/Pil del 150%. Immaginate, inoltre, l’inizio di un massiccio assalto agli sportelli in California. E immaginate che la disoccupazione in questi stati sia attorno al 20% e la giovanile al doppio. Rivolte a Las Vegas e sciopero generale a Los Angeles.

Ora immaginate che, per il Nevada e la California, l’unica via per affrontare questi problemi sia di andare con il cappello in mano dalla Virginia o dal Texas – dove il tasso di disoccupazione oggi è la metà di quello del Nevada. Immaginate i negoziati tra i governatori di tutti i 50 gli stati sui termini e le condizioni del salvataggio. Immaginate il Fondo Monetario Internazionale (FMI) arrivare a Sacramento per negoziare un programma d’austerità.

Ecco a voi la condizione odierna dell’Europa. Mentre gli Stati Uniti, con il loro sistema federale, hanno – praticamente senza discussione – condiviso il peso della crisi finanziaria tra gli stati dell’Unione, l’Europa non ha alcuna istituzione che possa rendere ciò possibile.

Le entrate delle istituzioni centrali Europee sono insignificanti: meno dell’1% del Pil dell’Ue. Non c’è una tesoreria centrale Europea. Non c’è un debito federale Europeo. Tutto quello che gli Europei hanno è una Banca Centrale. E oggi stanno scoprendo la difficile strada che alcuni di noi indicarono più di 13 anni fa, quando nacque la moneta unica Europea: non era sufficiente.

Infatti, avere un’unione monetaria senza nessuna delle altre istituzioni degli stati federali non può che essere un disastroso e insostenibile binomio. Il paradosso è rappresentato da un’unione monetaria capace di disintegrare l’Europa – l’opposto del suo progetto originario. In base alle stime del FMI, il Pil quest’anno si contrarrà del 4.7% in Grecia, del 3.3% in Portogallo, dell’1.9% in Italia, e dell’1.8% in Spagna. Il tasso di disoccupazione in Spagna è del 24%, in Grecia del 22%, e in Portogallo del 14%. Il rapporto debito/Pil è superiore al 100% in Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo. I rendimenti dei titoli di stato a lungo termine di questi paesi sono quattro o più volte alti di quelli tedeschi.

Forse il maggior sintomo della crisi nella cosiddetta periferia è dato dalla disoccupazione giovanile. In Grecia e Spagna più della metà dei giovani non lavorano: un giovane greco e spagnolo su due è disoccupato, conduce una vita di sussidi, di lavori in neri, e vive ancora a casa con i genitori.

Nel nord Europa cuore dell’Eurozona, la realtà è completamente differente. La disoccupazione in Germania è al 5.4%. In Olanda e Austria è addirittura più bassa. Queste economie stanno crescendo. I governi non hanno alcuna difficoltà a ottenere prestiti. La frase ‘Europa a due velocità’ fa pienamente giustizia a tale dicotomia. Ci sono infatti due Unioni, attualmente: un centro teutonico e una periferia latina.

In privato, politici e uomini d’affari ammettono che l’Europa si troverebbe in una condizione migliore se non vi fosse mai stata un’unione monetaria. Senza l’euro, dalla periferia non sarebbe mai stata inoltrata alcuna richiesta di prestito e non vi sarebbe stata alcuna bolla immobiliare in Spagna. E se ancora avessero corso legale la dracma, la lira, la peseta, e l’escudo, le economie Europee più deboli avrebbero potuto semplicemente svalutare la loro uscita dalla recessione, come soliti fare in passato, anziché cercare di abbassare i salari, tagliare la spesa, e aumentare le tasse.

I costi di un fallimento monetario saranno probabilmente molti maggiori di quelli di una transizione verso un federalismo in stile-americano. Il 17 Giugno molti Greci voteranno per quei partiti che rifiutano le misure d’austerità imposte al loro paese in cambio del salvataggio. Vero, un’ampia maggioranza di Greci non vogliono lasciare la zona euro. Ma è davvero difficile capire come un governo greco possa evitare misure d’austerità senza essere obbligato a tornare alla dracma.

Anche la possibilità di una ‘Grexit’ ha reso i cittadini di altri paesi mediterranei più nervosi. Il segno più evidente del contagio è dato dalla profonda crisi del sistema bancario spagnolo nella misura in cui i risparmiatori stanno ritirando i propri soldi. Dopo tutto, se la Grecia torna alla dracma, ciò equivarrebbe a una riconversione di tutti i conti corrente nella vecchia valuta. E se può accadere in Grecia, perché non anche in Spagna?

L’unione monetaria Europea si trova nel bel mezzo di un periodo tragico. Le recessioni dei paesi Europei periferici stanno comportando una diminuzione delle entrate fiscali e un aumento della spesa per il welfare. Nonostante la Germania abbia imposto programmi d’austerità, i deficit tengono assai distanti gli obiettivi. Ma questi governi non potranno proseguire a richiedere prestiti a tassi accettabili.

Intanto, le loro banche sono a corto di depositi. Finora, gli istituti di credito hanno potuto sostenere i governi con i soldi ricevuti in prestito dalla Banca Centrale Europea e utilizzando quel denaro per l’acquisto di titoli di stato. Ma il gioco è finito. Non servono a nulla, al riguardo, le rassicurazioni della Banca Centrale Europea per fermare gli scambi ‘euro Spagnoli’-‘euro Tedeschi’ – in altre parole, si pongono i risparmi nelle banche tedesche per timore che i conti spagnoli possano essere convertiti in pesetas.

Non può che trattarsi di un processo potenzialmente esplosivo. Le forze centrifughe al lavoro hanno già generato un vasto disequilibrio all’interno del sistema ‘Target2’, che prevede interscambi monetari tra le banche centrali degli stati membri dell’eurozona. In effetti, le banche centrali periferiche devono alla Bundesbank 650 miliardi di euro. Ed è una cifra destinata a crescere ogni settimana.

A rendere tutto ciò assolutamente spaventoso è il richiamo degli eventi dell’Estate del 1931. Spesso ci si dimentica che la Grande Depressione si ebbe su due tavoli: il primo dominato dal crollo della borsa; il secondo dalla crisi del sistema bancario Europeo. La crisi cominciò nel Maggio del 1931, quando la più grande banca d’Austria, la Creditanstalt, divenne insolvente. Il colpo letale fu il collasso due mesi dopo della Danat Bank, una della maggiori banche tedesche.

Nel momento in cui venne meno la fiducia, il tasso di disoccupazione schizzò verso vette mai conosciute. Il picco si ebbe nel Luglio del 1932, con il 49% dei membri del sindacato tedesco senza lavoro. Conosciamo benissimo le conseguenze. In Europa, gli estremisti di destra e sinistra – fascisti e comunisti – acquistarono popolarità. Hitler giungeva al potere nel 1933. Sei anni dopo l’Europa era in guerra.

Niall Ferguson è un professore di storia all’Università di Harvard. Ricercatore al Jesus College, all’Università di Oxford, al Hoover Institution e all’Università di Stanford. Il suo ultimo libro, Civilization: The West and the Rest, ha già ottenuto la pubblicazione di Penguin Press.

Fine prima parte. Continua...

Tratto da Newsweek

Traduzione di Eugenio Del Vecchio

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