La riforma costituzionale “trappola” della sinistra in cui l’opposizione rischia di cadere
06 Novembre 2007
Oggi,
(martedì 6 novembre) alla Camera dei deputati riprende la discussione e la
votazione della proposta di legge di modifica della seconda parte della Costituzione
proposta dal centrosinistra e approvata dalla Commissione affari costituzionali
(presieduta dall’on. Luciano Violante), con il voto favorevole della
maggioranza e con l’astensione di tutta l’opposizione (solo Forza Italia
avrebbe voluto votare contro). L’esame degli emendamenti, già iniziato ad
ottobre, questa volta andrà avanti spedito perché scatta il contingentamento dei
tempi. Che si tratti di una finta riforma, destinata comunque a insabbiarsi nel
seguito dell’iter parlamentare (come tra poco esamineremo), poco importa.
Quello che conta per il centrosinistra, anche grazie all’assenza di un voto
contrario dell’opposizione e, addirittura, al fatto che uno dei due relatori
del provvedimento sia l’on. Italo Bocchino di Alleanza nazionale, è ottenere
l’approvazione del disegno di legge da parte di un ramo del Parlamento per
poter agitare questo risultato politico – una riforma costituzionale quasi
condivisa dall’opposizione o condivisa da una parte di essa – come ragione per
il proseguimento della legislatura almeno fino al 2009, sia se il governo Prodi
resterà miracolosamente in piedi, sia se gli succederà un nuovo esecutivo di
natura più o meno istituzionale. Ad approvazione avvenuta da parte della
Camera, possiamo immaginare quale concerto di esternazioni si leverà da parte
di tutte le cariche istituzionali (con la conseguente attenzione dei mezzi di
informazione), per giocare la carta del proseguimento della legislatura. A meno
che Veltroni, per non farsi logorare dal fallimento del governo Prodi e dagli
“oligarchi” del partito democratico, non abbia davvero deciso (e soprattutto vi riesca) di andare alle
elezioni nel 2008, magari proprio con questa legge elettorale, anche quella del
Senato. Nessuno potrebbe imputargli la responsabilità della probabile
sconfitta, comunque renderebbe striminzita la vittoria del centrodestra a
Palazzo Madama e, soprattutto, potrebbe plasmare a propria immagine e
somiglianza il costituendo Partito democratico grazie alle lunghe liste
bloccate del “porcellum”.
Se
la modifica della Costituzione in discussione alla Camera fosse una buona
riforma destinata a cambiare il volto del nostro malandato sistema
istituzionale, potremmo davvero ragionare sull’esigenza del proseguimento della
legislatura. Ma purtroppo si tratta proprio di una finta riforma, sia per
ragioni di merito che di metodo. Infatti, se gli obiettivi dichiarati
(rafforzamento dei poteri del premier, federalismo, superamento del
bicameralismo paritario) sono sostanzialmente gli stessi della riforma
approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, e poi bocciata nel
referendum, il contenuto effettivo si discosta di gran lunga da quegli
obiettivi, oppure è inficiato da un grave errore metodologico destinato a
produrre la paralisi della riforma stessa. Esaminiamo le tre questioni più
rilevanti (precisando subito che non rientra tra queste la riduzione del numero
dei parlamentari, del tutto irrilevante ai fini della funzionalità del nostro
sistema istituzionale).
La
prima. Non è previsto alcun rafforzamento dei poteri del premier, diversamente
da quanto viene sbandierato, ma solo un piccolo maquillage incapace di
modificare la strutturale debolezza istituzionale del premier italiano.
Nel
testo si prevedono infatti solo tre modifiche che sono ben poca cosa, per non
dire aria fritta. La prima è la possibilità che il premier proponga al Capo
dello Stato non solo la nomina ma anche la revoca di un ministro. A parte
l’assenza del potere diretto di nomina e revoca dei ministri da parte del
premier (questo potere rimane nelle mani del Presidente della Repubblica che
pertanto potrebbe opporsi alle proposte del premier), il potere di revoca serve
a poco con i governi di coalizione. Per fare un esempio, revocare ministri
politici come Mastella, Di Pietro o Pecoraro Scanio sarebbe impossibile anche disponendo del potere di
revoca, perché il governo cadrebbe un secondo dopo. Mentre la revoca di ministri
tecnici è di fatto possibile anche oggi, pur in assenza del potere di
revoca.
La
seconda modifica consiste in una norma che rinvia ai regolamenti parlamentari
la disciplina del potere del governo di chiedere la votazione di un disegno di
legge entro una data determinata. Ma i regolamenti parlamentari già prevedono
questo potere, in modo esplicito (per tutti i disegni di legge collegati alla
finanziaria, anche fuori sessione di bilancio) o in modo implicito (per tutti
gli altri provvedimenti, attraverso le norme sulla programmazione dei lavori e
sul contingentamento dei tempi). Oggi le leggi si bloccano (anche alla Camera
dove la maggioranza ha circa settanta seggi di margine) solo per la mancanza di
coesione e per i veti all’interno della stessa maggioranza. E’ sufficiente un
solo esempio per dimostrarlo: quando la CdL ha voluto modificare la legge
elettorale (non una leggina qualunque) sono stati sufficienti meno di due mesi
tra Camera e Senato.
La
terza modifica riguarda il voto di fiducia dato non più al governo ma al
Presidente del Consiglio. Una norma che potrebbe comportare un modesto
rafforzamento del premier solo se, come in Spagna e Germania, il voto del
Parlamento avvenisse in una fase precedente a quella della formazione
dell’esecutivo. Invece nel testo ora all’esame dell’Aula di Montecitorio il
voto di fiducia al Presidente del Consiglio è previsto solo dopo che egli abbia
formato il governo. In questi termini la modifica non serve proprio a niente, è
meno dell’aria fritta.
Insomma,
queste modifiche costituzionali non migliorerebbero la governabilità e la
stabilità dell’esecutivo neppure di un millesimo.
Nel
testo approvato dalla Commissione affari costituzionali non c’è alcun
meccanismo di stabilizzazione dell’esecutivo, meno che mai il potere di
scioglimento della Camera, il potere più significativo di cui dispone il
premier nelle maggiori democrazie parlamentari, non solo in Inghilterra, Spagna
e Svezia, ma anche in Germania. Infatti, occorre ricordare che l’articolo 68
della Costituzione tedesca consente al Cancelliere di ottenere lo scioglimento
in caso di mancata approvazione della richiesta di fiducia, anche qualora la
mancata approvazione della fiducia sia dovuta all’espediente di far uscire
dall’aula i deputati della maggioranza (in questo modo hanno ottenuto lo
scioglimento Brandt nel 1972, Kohl nel 1983, Schroder nel 2005). Un potere di
scioglimento utilizzato anche come deterrente, cioè non per ottenere lo
scioglimento ma per “convincere” settori riottosi della maggioranza a votare
importanti provvedimenti o mozioni (nel 2004 Schroder ottenne la fiducia
sull’Afghanistan minacciando lo scioglimento qualora i Verdi non l’avessero
votata).
Le
ragioni dell’inconsistenza delle norme sui poteri del premier sono le stesse
che hanno portato il centrosinistra ad accusare la riforma della Cdl delle
peggiori nefandezze (“deriva plebiscitaria”, “dittatura del premier” ecc.) solo
perché essa attribuiva al premier poteri di gran lunga più blandi di quelli
previsti nella gran parte delle democrazie europee. Una posizione che non è
solo della sinistra massimalista ma anche della gran parte dei Ds e della
Margherita (magari gli stessi esponenti che poi esprimono un ammirato stupore
per il decisionismo di Sarkozy, fingendo di ignorare che esso dipende non solo
dalle sue qualità personali ma anche dalla natura delle istituzioni francesi,
caratterizzate da una concentrazione di poteri mille volte maggiore di quella
della riforma costituzionale della Cdl, contraddizione messa in luce recentemente
da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera).
Ma
ciò che stupisce di più è il sostanziale avallo al disegno di legge
costituzionale fornito da quella parte dell’opposizione – mi riferisco ad
Alleanza Nazionale – che del rafforzamento dei poteri del premier, e
addirittura del presidenzialismo, ha fatto finora una bandiera. Le ragioni
politiche che hanno spinto l’esponente di An Italo Bocchino, co-relatore del
provvedimento, ad accontentarsi di un mucchietto di specchietti e perline sono
allo stato del tutto misteriose, a meno di non doverle ricercare nel famoso
proverbio del marito che, per fare dispetto alla moglie (in questo caso il
leader della CdL), decide di tagliarsi ecc. ecc.
La
seconda questione. Il testo della riforma del centrosinistra non tocca e non
corregge affatto il titolo V, come aveva invece previsto la riforma del
centrodestra “rimediando ai pericoli per l’unità nazionale dello sgangherato
federalismo del titolo V dell’Ulivo”, come affermò Augusto Barbera, autorevole
costituzionalista dei Ds.
Una
mancata correzione che contribuisce ad accrescere il già pesante squilibrio di
poteri tra governi locali e governo nazionale, con il permanere della paralisi
decisionale su tante essenziali questioni che bloccano lo sviluppo del paese,
dalle infrastrutture all’energia.
La
terza questione. Si tratta di una fondamentale questione di metodo relativa
alla riforma del bicameralismo perfetto (e quindi del procedimento
legislativo), un’anomalia ormai solo italiana che mette in causa sia il
federalismo (per l’assenza di una Camera come sede di raccordo tra Stato e
Regioni) sia la governabilità (per la difficoltà/impossibilità di trovare un
sistema elettorale che assicuri la stessa maggioranza in entrambe le Camere).
La riforma è tanto indispensabile quanto difficile da realizzare a causa del
famoso paradosso del “riformatore che deve riformare se stesso”, in questo caso
i senatori – di maggioranza come di opposizione – che devono approvare una
riforma che comporta un forte mutamento del proprio ruolo e dei propri poteri.
Quasi una “mission impossible”, soprattutto in questa legislatura, considerando
i precari equilibri che caratterizzano l’Assemblea di Palazzo Madama. Il
centrosinistra ha commesso un doppio errore: prima ha bocciato la riforma della
CdL (che aveva certamente dei difetti, ma che poteva essere migliorata in
questa legislatura, senza dover ripartire da zero), e ha così sprecato così una
grande occasione riformatrice, forse irripetibile per molti anni a venire; ora
ha compiuto un secondo grave errore di metodo: ha fatto scrivere il testo della
riforma, che riguarda il sistema di elezione e i poteri del Senato, solo ai
deputati, non coinvolgendo in alcun modo i senatori. Un errore che si tradurrà
quasi certamente nell’insabbiamento del disegno di legge costituzionale da
parte dei senatori, in primo luogo della stessa maggioranza, non disponibili a
subire le conseguenze della riforma. Per quanto riguarda i poteri del Senato,
occorre infatti considerare che sottrarre la fiducia al Senato significa anche
sottrarre al governo la possibilità di porre la fiducia a Palazzo Madama, da
cui deriva la necessità di attribuire solo alla Camera il potere di decidere in
via definitiva le leggi di attuazione del programma di governo. E su questo il
testo della riforma è teoricamente positivo, proprio perché nel riparto delle
competenze tra le due Camere sottrae al Senato non solo la fiducia ma anche i
poteri di governo. Per quanto riguarda il sistema di elezione del Senato la
Commissione affari costituzionali della Camera ha previsto che i senatori non
siano eletti direttamente dai cittadini (magari contestualmente ai Consigli
regionali), bensì in parte dai Consigli regionali, tra i propri consiglieri, e in
parte dai Consigli delle autonomie locali, tra i componenti dei Consigli dei
Comuni, delle Province e delle Città metropolitane. Insomma, un Senato di
secondo e addirittura terzo grado, che di fatto esclude gli attuali senatori
dalla possibilità di rielezione. Una soluzione che potrebbe sembrare simile a
quella del Bundesrat tedesco ma che in realtà è molto diversa. Infatti nel
Bundesrat sono presenti solo i rappresentati dei governi dei Lander (con la
finalità di facilitare la concertazione istituzionale tra la maggioranza di
governo a livello federale e le maggioranze di governo a livello regionale). Un
Senato federale composto invece da una sommatoria di consiglieri regionali e
locali, rappresentanti di tutta la miriade di partiti e partitini, sarebbe strutturalmente
incapace di svolgere il ruolo di concertazione svolto dal Bundesrat tedesco. I
Presidenti delle Giunte regionali, non presenti nel Senato federale e quindi
non responsabilizzati nelle decisioni che riguardano il concreto riparto di
competenze tra Stato e Regioni, continuerebbero ad alimentare il patologico
contenzioso costituzionale prodotto dalla pessima modifica del Titolo V.
Autorevoli
senatori della maggioranza hanno già dichiarato che mai e poi mai faranno
passare il testo approvato dalla Commissione affari costituzionali della
Camera. Per fare un esempio bastano le affermazioni del senatore Villone
durante i lavori della I Commissione del Senato: “Io quella roba non la voto
nemmeno se mi mettono la pistola alla tempia!”.
Alla
luce di tutto questo si comprende che il disegno di legge in discussione alla
Camera è del tutto privo di equilibrio e non può costituire la base per una
seria intesa con il centrodestra. Per ragioni di merito che prescindono anche
dalla difficoltà di scrivere nuove regole costituzionali insieme ad una
maggioranza che non ha esitato a stracciare quel minimo di regole istituzionali
che erano state concordate sulla Rai. Ed è comunque un disegno di legge
destinato ad insabbiarsi a Palazzo Madama
In
queste condizioni la riforma della Costituzione agitata dal centrosinistra si
rivela solo un espediente per tentare di prolungare la sopravvivenza di un
governo capace solo di continuare a procurare gravi danni al paese.
Pare
che alcuni riformisti del nuovo Partito democratico, invisi ai parrucconi che
vorrebbero congelare la Carta del ’48, abbiano tirato un sospiro di sollievo
constatando che il designo di legge ha comunque un pregio: non fa danni, non
peggiora il testo della Costituzione vigente. Certo, da questo centrosinistra
era (ed è sempre) possibile attendersi anche un peggioramento. Ma essere lieti
per lo scampato pericolo non è certo un valido motivo per avallare un testo incapace
di realizzare l’ ammodernamento delle istituzioni di cui l’Italia ha bisogno.
