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Il governo Renzi e la cultura

La riforma del ministro Franceschini è incisiva ma può essere migliorata

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Negli ultimi venti anni, tra tutti i Governi, questo di Renzi è quello che si muove con più agilità e determinazione per approvare una riforma incisiva della cultura.

Prima di lui occorre andare al 1993, al primo Governo Amato, quando fu approvata la legge 4/1993 detta Legge Ronchey, promulgata dallo stesso ministro Alberto Ronchey, vero e proprio spartiacque nella storia museografica italiana, perché per la prima volta si concesse una timida ma significativa apertura dei musei, tipicamente contrassegnati da una gestione pubblica, ai privati e alla possibilità che potessero trarne benefici dai servizi aggiuntivi (caffetterie, bookshop, mostre collaterali e poc'altro).

Dopo di allora un governo ininfluente dopo l'altro sul tema della cultura, del turismo e del patrimonio storico-artistico, con un buco nell'abisso nel 2004 quando il Governo Berlusconi II, che si proclamava liberale e voleva sostenere la libera iniziativa, approvò il Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che in verità è un totem in onore del potere dello Stato contro le libere determinazioni dei territori e dei corpi sociali che in essi si sviluppano e lavorano.

Dunque Renzi ha venti anni di pressappoco nulla attorno a questi temi. Ma quale cultura esce dalla riforma che Franceschini ha presentato da poco alla stampa? La riforma del Ministero dei beni culturali e del turismo ha un indirizzo positivo: il taglio di 37 figure dirigenziali, seguendo i dettami della spending review, la riorganizzazione strutturale del Mibact (Direzioni regionali trasformate in Segretariati regionali con soli compiti di coordinamento e di amministrazione, una nuova Direzione Generale dei Musei per attuare strategie di fruizione nazionale, creazioni di Poli museali regionali per tessere alleanze e rapporti tra le diverse realtà storico-artistiche del territorio), la scelta di 20 musei, tra i maggiori, i cui direttori possono essere nominati tramite selezione pubblica anche esterni all'amministrazione pubblica, dunque anche manager: tutte queste sono misure che vanno nella direzione opportuna, ovvero ridurre il potere, spesso arbitrario, di comando e di veto delle soprintendenze e permettere che i musei possano anche produrre profitto e guadagni, non solo conoscenza e giacenza di memoria. 

Detto ciò, la riorganizzazione del Ministero, così come è stata presentata, non è sufficiente, perché lascia sostanzialmente in piedi il Codice dei Beni culturali, che è la vera roccaforte legislativa che i soprintendenti utilizzano per legittimare il loro potere e i loro veti.

Si può avere il direttore-manager più bravo del mondo a capo di un museo, ma se la legge dice, agli art.20, 48 e 65 del Codice, che, anche solo per spostare un quadro di un centimetro o mandarlo all'estero, bisogna scrivere una lettera al soprintendente, ed egli entro 30 giorni, che poi passano mesi, deve dare un parere (che può essere negativo), è chiaro che è una procedura lenta e cavillosa. Come conseguenza si apriranno contenziosi e ricorsi, perché i poteri del manager e del soprintendente diventano facilmente concorrenti e non collaborativi.

Inoltre assegnare alla Direzione dei Musei la facoltà di decidere tariffe, ingressi e servizi museali significa, ancora una volta, centralizzare le decisioni, mentre invece la vera riforma potrà avvenire soltanto quando i musei stessi saranno liberi di scegliere i costi d'ingresso, i progetti e le spese interne, senza che vi sia un ente superiore, a conduzione statale, che ne determina le linee guida e gli indirizzi.

Rimane da capire inoltre l'istituzione di apposite commissioni che debbono valutare eventuali decisioni dei soprintendenti, così da parzializzare il loro arbitrario e finora non contrastato potere: da chi sono composte? E' evidente a tutti che se le commissioni sono composte esclusivamente da personale interno alle soprintendenze, insomma da colleghi, è stata fatta tanta fatica per nulla, perché le corporazioni in Italia sono molto forti e dunque ci troveremmo commissioni che facilmente avallano le scelte del soprintendente esaminato. Se invece le commissioni fossero composte da figure terze, avremmo speranze che l'istituzione di un simile consiglio abbia una qualche utilità.

Ma il nodo centrale rimane appunto la revisione del Codice dei Beni culturali: senza un'attenta trasformazione della normativa vigente, ci troveremmo funzionari della soprintendenza e professori in cattedra che, dalle pagine dei quotidiani alle televisioni alle piazze, sono pronti a rivendicare la loro autorità indiscussa in materia in nome del Codice e dell'art.9 della Costituzione. Il quale articolo costituzionale dice sì che la Repubblica, cioè l'insieme composto da Stato, Regioni, Comuni e cittadini, tutela il patrimonio storico-artistico, ma spesso proprio tale articolo e la normativa che sotto di esso è stata promulgata vengono interpretati come un'assegnazione di potere ad libitum ai custodi della tutela, ovvero ai soprintendenti.

Senza dunque riscrivere il Codice, circoscrivendo con decisione l'autorità d'intervento delle soprintendenze, il rischio è che si creino riforme, come questa di Franceschini, che sulla carta sono buone ma, messe alla prova, non risolvono il nodo della legge vigente e creano poteri in conflitti tra loro difficilmente districabili.

Ecco dunque che occorre un mutamento della legge della tutela e della gestione del patrimonio culturale più stringentemente operativo, ed è quello che faremo con la Fondazione Magna Carta proponendo a breve una riforma del Codice dei Beni culturali da consegnare al Ministro Franceschini e al Governo affinché venga discussa e, nelle migliori speranze, approvata.
 

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