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La riforma della Costituzione del centro-sinistra è un binario morto

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Il testo della riforma della Costituzione proposta dal centrosinistra nella Commissione affari costituzionali della Camera è inaccettabile sia per ragioni di merito che di metodo.

Se gli obiettivi dichiarati (rafforzamento dei poteri del premier,   federalismo, superamento del bicameralismo paritario) sono sostanzialmente gli stessi della riforma approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, e poi bocciata nel referendum, il contenuto effettivo si discosta di gran lunga da quegli obiettivi, oppure è inficiato da un grave errore metodologico destinato a produrre la paralisi della riforma stessa. Esaminiamo le tre questioni più rilevanti.

 

La prima. Non è previsto alcun rafforzamento dei poteri del premier, diversamente da quanto viene sbandierato, ma solo un piccolo maquillage incapace di modificare la strutturale debolezza istituzionale del premier italiano.

Nel testo si prevedono infatti solo tre modifiche che sono ben poca cosa, per non dire aria fritta. La prima è la possibilità che il premier proponga al Capo dello Stato non solo la nomina ma anche la revoca di un ministro. A parte l’assenza del potere diretto di nomina e revoca dei ministri da parte del premier (questo potere rimane nelle mani del Presidente della Repubblica che pertanto potrebbe opporsi alle proposte del premier), il potere di revoca serve a poco con i governi di coalizione. Per fare un esempio, revocare ministri politici come Mastella o Pecoraro Scanio sarebbe  impossibile anche disponendo del potere di revoca, perché il governo cadrebbe un secondo dopo. Mentre la revoca di ministri tecnici è di fatto possibile anche oggi, pur in assenza del potere di revoca.       

La seconda modifica consiste in una norma che rinvia ai regolamenti parlamentari la disciplina del potere del governo di chiedere la votazione di un disegno di legge entro una data determinata. Ma i regolamenti parlamentari già prevedono questo potere, in modo esplicito (per tutti i disegni di legge collegati alla finanziaria) o in modo implicito (per tutti gli altri provvedimenti, attraverso le norme sulla programmazione dei lavori e sul contingentamento dei tempi). Oggi le leggi si bloccano (anche alla Camera dove la maggioranza ha circa settanta seggi di margine) solo per la mancanza di intesa e per i veti all’interno della stessa maggioranza. E’ sufficiente un solo esempio per dimostrarlo: quando la CdL ha voluto modificare la legge elettorale (non una leggina qualunque) sono stati sufficienti meno di due mesi tra Camera e Senato.

La terza modifica riguarda il voto di fiducia dato non più al governo ma al Presidente del Consiglio. Una norma che potrebbe comportare un modesto rafforzamento del premier solo se, come in Spagna e Germania, il voto del Parlamento avvenisse in una fase precedente a quella della formazione dell’esecutivo. Invece nel testo del centrosinistra la fiducia al Presidente del Consiglio è prevista solo dopo che egli abbia formato il governo. In questi termini la modifica non serve proprio a niente, è meno dell’aria fritta.  

Insomma, queste modifiche costituzionali non migliorerebbero la governabilità e la stabilità dell’esecutivo neppure di un millesimo.    

Nel testo del centrosinistra non c’è alcun meccanismo di stabilizzazione dell’esecutivo, meno che mai il potere di scioglimento della Camera, il potere più significativo di cui dispone il premier nelle maggiori democrazie parlamentari, non solo in Inghilterra, Spagna e Svezia, ma anche in Germania. Infatti, occorre ricordare che l’articolo 68 della Costituzione tedesca consente al Cancelliere di ottenere lo scioglimento in caso di mancata approvazione della richiesta di fiducia, anche qualora la mancata approvazione della fiducia sia dovuta all’espediente di far uscire dall’aula i deputati della maggioranza (in questo modo hanno ottenuto lo scioglimento Brandt nel 1972, Kohl nel 1983, Schroder nel 2005). Un potere di scioglimento utilizzato anche come deterrente, cioè non per ottenere lo scioglimento ma per “convincere” settori riottosi della maggioranza a votare importanti provvedimenti o mozioni (nel 2004 Schroder ottenne la fiducia sull’Afghanistan minacciando lo scioglimento qualora i Verdi non l’avessero votata).

 

Le ragioni dell’inconsistenza delle norme sui poteri del premier sono le stesse che hanno portato il centrosinistra ad accusare la riforma della Cdl delle peggiori nefandezze (“deriva plebiscitaria”, “dittatura del premier” ecc.) solo perché essa attribuiva al premier poteri di gran lunga più blandi di quelli previsti nella gran parte delle democrazie europee. Una posizione che non è solo della sinistra massimalista ma anche della gran parte dei Ds e della Margherita (magari gli stessi esponenti che poi esprimono un ammirato stupore per il decisionismo di Sarkozy, fingendo di ignorare che esso dipende non solo dalle sue qualità personali ma anche dalla natura delle istituzioni francesi, caratterizzate da una concentrazione di poteri mille volte maggiore di quella della riforma costituzionale della Cdl, contraddizione messa in luce recentemente da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera).

 

La seconda questione. Il testo della riforma del centrosinistra non tocca e non corregge affatto il titolo V, come aveva invece previsto la riforma del centrodestra “rimediando ai pericoli per l’unità nazionale dello sgangherato federalismo del titolo V dell’Ulivo”, come affermò Augusto Barbera, autorevole costituzionalista dei Ds.

Una mancata correzione che contribuisce ad accrescere il già pesante squilibrio di poteri tra governi locali e governo nazionale, con il permanere della paralisi decisionale su tante essenziali questioni che bloccano lo sviluppo del paese, dalle infrastrutture all’energia.

 

La terza questione. Si tratta di una fondamentale questione di metodo relativa alla riforma del bicameralismo perfetto (e quindi del procedimento legislativo), un’anomalia ormai solo italiana che mette in causa sia il federalismo (per l’assenza di una Camera come sede di raccordo tra Stato e Regioni) sia la governabilità (per la difficoltà/impossibilità di trovare un sistema elettorale che assicuri la stessa maggioranza in entrambe le Camere). La riforma è tanto indispensabile quanto difficile da realizzare a causa del famoso paradosso del “riformatore che deve riformare se stesso”, in questo caso i senatori - di maggioranza come di opposizione - che devono approvare una riforma che comporta un forte mutamento del proprio ruolo e dei propri poteri. Quasi una “mission impossible” in questa legislatura, considerando i precari equilibri che caratterizzano l’Assemblea di Palazzo Madama. Il centrosinistra ha commesso un doppio errore: prima ha bocciato la riforma della CdL (che aveva certamente dei difetti, ma che poteva essere migliorata in questa legislatura, senza dover ripartire da zero), e ha così sprecato così una grande occasione riformatrice, forse irripetibile per molti anni a venire; ora ha compiuto un secondo grave errore di metodo: ha fatto scrivere il testo della riforma, che riguarda i poteri del Senato, solo ai deputati, non coinvolgendo in alcun modo i senatori. Un errore che si tradurrà quasi certamente  nel blocco della riforma stessa da parte dei senatori della maggioranza, non disponibili a perdere tutti i poteri di governo di cui oggi dispongono. Occorre infatti  considerare che sottrarre la fiducia al Senato significa anche sottrarre al governo la possibilità di porre la fiducia a Palazzo Madama, da cui deriva la necessità di attribuire solo alla Camera il potere di decidere in via definitiva le leggi di attuazione del programma di governo. Autorevoli senatori della maggioranza hanno già dichiarato in sedi ufficiali che mai e poi mai faranno passare il testo adottato dalla Commissione affari costituzionali della Camera.

Alla luce di tutto questo si comprende che il disegno di legge in discussione alla Camera è del tutto privo di equilibrio e non può costituire alcuna base per una intesa con il centrodestra. Per ragioni di merito che prescindono anche dalla difficoltà di scrivere nuove regole costituzionali insieme a chi non ha esitato a stracciare quel minimo di regole istituzionali che erano state concordate sulla Rai.

In queste condizioni la riforma della Costituzione agitata dal centrosinistra si rivela solo un espediente per tentare di prolungare la sopravvivenza di un governo capace solo di continuare a procurare gravi danni al paese.

 

 

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