La riforma delle pensioni è una misura impopolare ma necessaria

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La riforma delle pensioni è una misura impopolare ma necessaria

03 Dicembre 2009

Il Governo finora ha gestito bene la crisi, ma i compiti non sono finiti. Nel diario per gli assegni del giorno dopo, infatti, c’è un lungo elenco di elaborati che attendono lo svolgimento. La ripresa da incoraggiare o l’occupazione da sostenere, per esempio. Insomma c’è da riposizionare (almeno) al livello coperto prima della recessione una serie di “dati” economici, direttamente percettibili, che sono stati perturbati dalla congiuntura economica. Ma ci sono pure gli “effetti indotti” della crisi che attendono di essere diagnosticati e curati. Sono malanni meno percettibili nel presente, nell’oggi quotidiano, e che faranno sentire tutto la loro negatività a distanza di medio-lungo periodo. Uno di questi è la sostenibilità del sistema previdenziale. Già, le pensioni: perché se c’è una conseguenza negativa della crisi, inevitabile ed indelebile, questa è proprio quella relativa agli effetti perversi che produce sui sistemi previdenziali, specialmente quando sono organizzati e finanziati con il criterio della ripartizione come quello italiano.

Il Governo ha gestito bene la crisi, ed è stato grazie soprattutto alla piena consapevolezza di trovarsi a guidare le sorti di un Paese: del futuro, cioè, di una collettività fatta di individui, di “persone”, di famiglie. Lo stesso senso di responsabilità ora non può non suggerire di allungare lo sguardo oltre il breve periodo – l’oggi – per scrutare con lenti adatte al di là di qualche anno al fine di misurare “quanto” questa crisi influenzerà i conti previdenziali. Di numeri allarmanti ce ne sono: che rimedio adottare? Basterebbe – è un’idea – tradurre in pratica gli indovinati principi sulla «sostenibilità del modello sociale» indicati nel Libro Bianco «La vita buona nella società attiva». Intanto, però, nessun “segnale” propositivo si vede da fonte istituzionale: manca dunque la volontà? E perché?

Il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, proprio ieri durante il convegno organizzato dalla Cassa di previdenza dei geometri ha ribadito la sua convinzione che «nel vivo di una crisi che oltre economica è anche sociale non si può spostare avanti l’età di pensione che nel breve periodo è un ammortizzatore sociale». Ma quella (spostare avanti l’età di pensione) è solo una delle possibili via di riforma, mica l’unica! E poi, prima di valutare le singole misure, non è forse il caso di mettersi d’accordo sulla “necessità” della riforma? Stesso tono quello usato dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Una settimana fa, durante l’audizione sulla finanziaria in commissione bilancio alla camera, ha affermato che «non c’è bisogno di una riforma del sistema previdenziale», aggiungendo tuttavia – forse per tenere aperto uno spiraglio – che «se c’è qualcuno che vuole proporre una riforma lo faccia, la presenti in Parlamento e ne discuteremo in modo dettagliato, su età e coefficienti, di fronte agli italiani». Ma pure quelle (età e coefficienti) sono solo delle possibili vie di riforma, non le uniche. La verità che traspare è un’altra: il timore per la scelta impopolare, la paura di parlare «di fronte agli italiani». Finisce, dunque, qui quella piena consapevolezza che ha permesso al Governo di gestire bene la crisi? Se non è così, l’impopolarità non può spaventare. Non deve spaventare perché l’alternativa è quella di lasciare (seriamente) a rischio l’esigenza della collettività di aver assicurato un futuro previdenziale – una pensione dignitosa, in tutti i sensi – per sé e per i figli.

L’allarme c’è. Ed è l’allarme di una previdenza pubblica vicina al collasso, inevitabile senza interventi strutturali. Un allarme che arriva dai numeri, e poche opinioni, scritti nella bozza di Relazione annuale della Commissione bicamerale sui bilanci degli enti previdenziali pubblici e privati (anni 2004/2006 e previsione 2007). Fermando l’obiettivo sulla previdenza pubblica – quella che viene gestita da Inps (lavoratori privati) e da Inpdap (lavoratori pubblici) – si scorge che nel giro di pochi anni risulterà insufficiente il trasferimento di risorse dello Stato che oggi copre già un terzo della spesa previdenziale. La crisi ha minato i conti dell’Inps e dal 2020 il saldo pensionistico è destinato ad aggravarsi ulteriormente a causa del forte aumento dei pensionati; l’Inpdap necessita di rilevanti incrementi delle entrate, possibili solo con un aggravio della fiscalità generale.

Il quadro della previdenza pubblica è dunque piuttosto malandato. Secondo la Commissione ci sono due criticità che gravano sulla futura sostenibilità: la progressiva riduzione del rapporto tra il numero di contribuenti (cioè del numero di lavoratori che versano i contributi che servono a pagare le pensioni) e il numero di pensionati; l’effettiva futura capacità produttiva del Paese, da cui dipende il volume contributivo complessivo (e la crisi farà la sua parte).

Nello specifico dei dati, l’Inps presenta i conti migliori. Ma è un benessere passeggero, effimero perché dovuto alla crescita del Pil, dell’occupazione; all’aumento delle aliquote contributive (specie quelle della gestione separata) e al trasloco del tfr dei lavoratori di aziende con più di 49 dipendenti. Eventi del passato che non si ripeteranno nel futuro. L’Inpdap, sebbene registri un incremento delle entrate contributive (dovute ai rinnovi contrattuali), non riesce a coprire l’altrettanta crescita della spesa pensionistica. Il quadro complessivo in conclusione è molto critico nel breve periodo, mentre per la sostenibilità finanziaria richiede misure che comportino un rilevante incremento delle entrate, cioè nuovi oneri a carico dello Stato (dei cittadini).

Che fare dunque? Secondo la Relazione, nel breve e medio periodo l’aiuto può arrivare dall’afflusso della manodopera straniera, purché incanalata in attività lavorative con regolare contribuzione. In un’ottica di lungo periodo, invece, la Relazione vede necessaria l’introduzione di politiche che tendano ad aumentare la natalità e a sostenere le famiglie (il futuro dipende dai “figli”!).

Utili suggerimenti su cui cominciare a costruire un progetto di riforma. Come pure sull’età o sui coefficienti. Tutti buoni consigli, certo. Ma per ora serve la condivisione sull’unico buono proposito a favore degli italiani: quello della necessità di una riforma strutturale del sistema previdenziale, pubblico e privato (fondi pensione). Ritardare questa decisione può compromettere sia l’utilità dei futuri pensionati che le opportunità di sviluppo nel presente. Il fattore tempo, del resto, è rilevante nella gestione (attuariale e finanziaria) del risparmio previdenziale. Chi è alla guida del Paese se la sente di assumersi questa responsabilità? Se fosse possibile, potrebbe ritrovarsi imputato per danno erariale: il danno, cioè, della perdita di vantaggi da parte dei cittadini a causa di un ingiustificato ritardo nelle decisioni di governo.