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La “Right Nation” batte un colpo. Diverso, ma riconoscibile

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1. La sconfitta del Partito Repubblicano c’è stata, e più ampia di quella che era parso d’intuire dai sondaggi nelle settimane precedenti il voto. La sconfitta del Partito Repubblicano c’è stata, quantomeno in termini assoluti. Per quello che riguarda i termini relativi, occorrerà aspettare che siano disponibili, completi e dettagliati, tutti i dati relativi al voto; a quel punto, bisgnerà fare davvero un secondo ragionamento. Infatti, che il Partito Democratico abbia ottenuto un numero maggiore di voti popolari o guadagnato un numero maggiore di seggi elettorali rispetto ai Repubblicani costituisce certamente un fatto, ma è un aspetto della questione. L’altro è comprendere il modo in cui ciò è avvenuto: anzitutto conoscere quale percentuale degli aventi diritto al voto ha determinato tale risultato, in secondo luogo valutarne il significato, vale a dire confrontare i numeri di queste elezioni con quelli che hanno determinato risultati elettorali al Congresso di segno completamente diverso durante i passati dodici anni e con quelli che hanno decretato la trionfale rielezione di George W. Bush jr. alla Casa Bianca il 4 novembre 2004.

2. Ma questa è solo una premessa di metodo. Dal punto di vista sostanziale, il dato con cui fare i conti è la nuova leadership  “forte” ­ alla Camera dei deputati, giacché per il Senato il discorso è ben diverso ­ di cui gode oggi il Congresso degli Stati Uniti d’ America, il 110° ­, guidato da una maggioranza che è espressione del partito avversario di quello che esprime il presidente federale. Eppure la vera notizia non è questa. La notizia vera è che per dodici anni, cioè a far data dall'elezione del 104° Congresso, nel novembre 1994, i Repubblicani hanno controllato continuativamente il Congresso ­ lo hanno controllato con maggioranze variabili, ma comunque lo hanno controllato ­ a volte pure esprimendo contemporaneamente il presidente federale e gran parte dei governatori degli Stati dell’’Unione. Si tratta infatti di un inedito assoluto nella storia statunitense, tale per cui la composizione del 110° Congresso di fatto non fa che allinearsi al dato medio della storia di quel Paese, riportandolo alla consuetudine. Poco di nuovo, si sarebbe cioè tentati di dire, rispetto alla media della storia americana; e su questo qualche ulteriore elemento si potrà certamente aggiungere una volta conosciuti e valutati i risultati del 7 novembre anche in termini relativi.

3. Ancora, sul piano istituzionale, il 110° Congresso, più simile alla media della storia americana dei sei che lo hanno preceduto, realizza nella pratica quell’equilibrio fra i poteri federali che sono prerogativa della struttura costituzionale del Paese e che da più parti politiche e culturali vengono consuetamente salutati come segno di compiutezza della democrazia nordamericana. Il controllo continuativo e talora granitico del Congresso da parte di uno stesso partito per più e più legislature, a cui talora si aggiunge persino l’espressione della presidenza federale e di molto governatori, viene infatti percepito dall’americano medio ­ che va dal comune cittadino al più raffinato costituzionalista ­ se non altro come un’anomalia insidiosa che intacca l’immagine o la percezione ­ non certo la sostanza, dal momento che non è illegale ­ della famosa dottrina della “separazione tra i poteri”. E questo “sospetto” è peraltro più di casa nella cultura politica degli ambienti di estrazione conservatrice che non in quelli di mentalità progressista. Del resto, per esempio in Italia, dove consuetamente si giudica la politica statunitense dall’esterno, cioè con occhi italiani sin troppo italiani, vale a dire ancora o ignorando completamente la realtà americana e i suoi meccanismi, o caricandola d’intenzioni ­ polemiche, percezioni, interpretazioni­ tipiche ed esclusive del nostro scenario politico,­ non è stato difficile, negli anni che separano l’elezione del 104° Congresso statunitense da quella del 110° ­,  sentir gridare al “regime” proprio in ragione del lungo e continuato controllo da parte del Partito Repubblicano del Congresso, e questo classicamente dai ranghi della Sinistra ­ e ovviamente solo perché tale controllo è stato esercitato dai Repubblicani, percepiti comunque sempre come “la Destra” ­, magari in occasione degl’interventi militari in Afghanistan e in Irak, o di altre decisioni politiche o legislative particolarmente avversate.

4. Ma questa, per certi versi, è ancora una premessa. Se quindi dalle premesse si passa a qualche prima analisi, il dato più eclatante rivelato dalle elezioni del 7 novembre è che gli Stati Uniti non sono affatto oggi, nonostante l’esito delle urne che determina la composizione del 110° Congresso, un Paese in assoluto più progressista di ieri. Semmai, relativamente parlando, è vero il contrario.

Il Partito Democratico, infatti, ha ottenuto ampi consensi ­ o più ampi consensi ­ elettorali che nelle precedenti tornate elettorali per il rinnovo del Congresso perché ha puntato decisamente  ­ su candidati più “moderati”, più “centristi” o addirittura ­ per certi aspetti e a certe condizioni ­ più “conservatori” di quanto fatto nei trascorsi dodici anni. Questo, peraltro, non è solo un esempio di realizzazione concreta dell’idea - per la verità più un luogo comune  che una fondata valutazione scientifica politologica - ­ secondo cui le “elezioni si vincono sempre al centro”, ma è la testimonianza empirica, ­ base della scienza, dunque anche della scienza politologica ­ del fatto che ­ i cittadini statunitensi che hanno votato per il 110° Congresso ­ esprimono costantemente la propria preferenza per un personale politico di quel tipo. Destra, non Sinistra.

La questione vera quindi diviene questa: come mai, il 7 novembre, l’elettorato statunitense ha in genere percepito i candidati “centristi” Democratici come più confacenti alle proprie esigenze di tipo mediamente conservatore rispetto ai candidati Repubblicani? La risposta non è univoca, oltre che non semplice, ma qualche elemento di valutazione, se non di giudizio, è possibile pure “a caldo” esprimerlo.

5. Si è detto e si è ripetuto che molto ha pesato sul voto la questione della guerra in Irak. In Italia, hanno fatto di questa idea una bandiera la Sinistra in genere e in specie, cioè espressamente e immediatamente, ossia pure avventatamente, il presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi. Ma non è vero. Certamente non è vero per chi, puntando rapidamente e grossolanamente il dito contro la guerra in Irak, non ha fatto altro che ­ una volta in più ­ giudicare la politica statunitense ignorando completamente la realtà che le soggiace e quindi applicare a essa categorie estrinseche, ovvero volendo intenzionalmente ­ maliziosamente ­ ricondurre, cioè ridurre, la “questione americana” ­ e le linee di divisione che la segnano ­ alle divisioni politiche, ideologiche e pure valoriali che attraversano lo scenario italiano, cosa che però è appunto indebita e dunque fuorviante.

Il peso della guerra in Irak sul voto del 7 novembre, infatti, è nullo.

È nullo anzitutto perché negli Stati Uniti una porzione enorme dei cittadini contrari ­ o divenuti contrari ­ alla guerra in Irak è tutt’altro che progressista, liberal o comunque di sinistra, giacché si riconosce invece nella cultura conservatrice tradizionale o classica ­ diversa da quella neoconservatrice, favorevole e fautrice di quella guerra ­ e nel pensiero libertarian di destra, cosiddetto paleolibertarian, che del cosiddetto “isolazionismo”, in una qualsiasi delle sue forme, fa una fortezza inespugnabile. Quindi si tratta di cittadini che, in media e in genere, preferiscono disertare le urne e non certo votare, sempre in media e in genere, per i Democratici, anche se “centristi”, fattore questo che al massimo ha penalizzato negativamente i Repubblicani più che favorire positivamente i Democratici. Su questo dato, elementi di chiarezza maggiore li porterà ancora e sempre l’analisi dei termini relativi del risultato elettorale, ma una cosa è certa: questa porzione significativa di statunitensi contrari dalla guerra da posizioni di destra difficilmente comporta da sé il successo dei Democratici, non sposta affatto l’ago della bilancia politico-culturale degli Stati Uniti al centro o addirittura a sinistra, anzi semmai conferma e sottolinea ­ dal momento che si tratta di una “fuga” alla destra del Partito Repubblicano ­ l’orientamento decisamente conservatore ­ non neoconservatore ­ di una grossa parte della popolazione statunitense. Peraltro quella che non è disposta a contrabbandare la propria fiera e argomentata ­ ed, entro certi limiti, popolare ­ opposizione alla guerra in Irak per un “voto di scambio” con i Democratici, né a svenderla ­ nonostante alcune rassomiglianze superficiali o pure talune contiguità di fatto, o ancora taluni strategici sfruttamenti degli argomenti  “degli altri” ­ sul facile mercato degl’ideologismi delle Sinistre. Lo dimostra ampiamente il fatto che questa opposizione da destra alla guerra in Irak si esprime, in media e in genere, con grande chiarezza in senso conservatore su questioni morali, di principio e valoriali, in nome della difesa del diritto naturale e presentandosi espressamente come cristiana, dall’aborto alla questione omosessuale, dal dibattito sull’uso delle cellule staminali embrionali alla difesa della famiglia.

6. Ma il peso della guerra in Irak sulle elezioni del 7 novembre è nullo per una ragione ancora più forte e decisiva. Perché, in quanto tale, la guerra in Irak non è la priorità dell’elettore statunitense medio oggi, e questo perché l’elettore statunitense medio sempre non va in alcun luogo, figurarsi alle urne, pensando alle questioni estere. Ogni elezioni statunitense è determinata da ­ e quindi vinta o persa per ­ questioni interne. Oggi una delle priorità, come spessissimo accade negli Stati Uniti, è quella della forte pressione fiscale, unita a una crescita economica non esaltante, quindi pure a un certo rincaro dei prezzi al consumo; un’atra sono il gigantismo e l’elefantiasi del governo centrale e degli apparati burocratici. Di tutto ciò i Repubblicani sono considerati in tesi i nemici, ma evidentemente l’elettorato li ha oggi giudicati incapaci di un’azione efficace di contrasto. E però questi ­ ancora una volta ­ non sono certo temi tipici di una cultura di sinistra. Perché una cultura genericamente e generalmente di destra pensi oggi di essere, entro certi limiti, meglio rappresentata sul piano politico di certi Democratici rispetto a certi Repubblicani è comunque la domanda a cui debbono rispondere, entro il 2008, anno delle elezioni presidenziali, anzitutto Repubblicani. E probabilmente non è ­ come usa dire oggi il ceto politico italiano quando viene sonoramente castigato dall’elettorato ­ un problema di “comunicare bene” al “popolo” i risultati buoni ottenuti ma non percepito come tali dal “popolo”...

7. Ma, detto tutto questo, si è ancora all’individuazione di solo alcune delle priorità dell’elettorato, e non ancora le principali. La guerra in Irak non pesa sulle elezioni ­ su altro sì, ma non sulle elezioni ­ come in genere tutte le questioni estere negli Stati Uniti perché ciò che conta anzitutto e soprattutto sono le questioni interne. Ebbene, oggi, dopo l’Unidici Settembre, la prima delle priorità degli statunitensi è quella della sicurezza nazionale interna. La guerra in Irak può quindi esercitare, in maniera mediata, una certa influenza sull’andamento delle elezioni statunitensi solo nella misura in cui viene percepita ­ a torto o a ragione ­ come un capitolo della guerra globale mossa dagli Stati Uniti al terrorismo in nome della sicurezza nazionale e questa eminentemente come operazione mirante ad assicurare le frontiere statunitensi ­ e qui entra in gioco, e pesantemente, anche la spinosa questione dell’iimmigrazione ­ così che all’interno gli statunitensi possano continuare serenamente la conduzione della propria esistenza “isolata”. Così fu anche per la precedente guerra in Afghanistan, così è sempre stato per tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti nella propria storia.

Agli statunitensi, in media e in genere, continua infatti a interessare sempre pochissimo dell’”esportazione della democrazia” o del regime-change e del nation-building all’estero, se non come strumenti atti in primo ed esclusivo luogo ad assicurare i propri confini nazionali. È questa una versione particolare ­ ma reale ­ del proverbiale “isolazionismo” statunitense ­ il quale, come detto, assume anche ben altri volti oggi, magari pure l’idea che solo l’impegno militare all’estero possa garantire confini sicuri ­ e questo sempre però ritenendo la sicurezza dei confini la prima delle priorità politiche nazionali, dunque ribadendo che tale coinvolgimento estero debba essere strettamente condizionato e limitato ­, o persino l’idea, paradossale, che solo un certo “espansionismo” possa garantire un certo “isolazionismo”. Comunque sempre un’idea non certo di sinistra, che peraltro risponde adeguatamente allo storico e politologo neoconservatore Michael A. Ledeen, dell’American Enterprise Institute for Public Policy Research (AEI) di Washington, il quale, con una retorica strana, continua a chiedersi perché mai vengano definiti “conservatori”i fautori delle “rivoluzioni democratiche” nei Paesi oppressi da regimi dispotici o totalitari, soprattutto perché la media degli statunitensi di sensibilità conservatrice ­ anche sul piano valoriale e religioso ­ ritiene che l’espressione “fautori di rivoluzioni democratiche” all’estero indichi quell’idea di un “interventismo” sub iudice et condicione che taluni sono anche disposti limitatamente ad approvare come arma di difesa personale nazionale.

8. Ciò che allora è realmente pesato sull’elezione del 110° Congresso è la questione della sicurezza nazionale, del modo per meglio garantirla e degli uomini che meglio la possono garantire. Cosa, questa, di una tale palpabilità politica che appunto il Partito Democratico ha fatto di tutto per candidare uomini e donne credibili ­ o apparentemente credibili o parzialmente credibili ­ su questo piano, scegliendo di mettere in lizza un numero sorprendente di esponenti “moderati”, “centristi” e “conservatori”.

Il primo a rilevarlo ­ poi molti altri sono seguiti, anche in Italia ­ è stato l’opinionista neoconservatore David Frum, ex speech-writer di Bush jr., sul sito Internet dell’’AEI di cui è resident fellow. La “gara dei candidati”, come bene dice Frum, è stata quella all’insegna di chi fosse più patriottico di chi, di chi potesse vantare un record militare più nutrito di altri, di chi insomma mostrasse più cicatrici e battaglie ­ talora letteralmente ­ del proprio sfidante, e questo nella consapevolezza che tutto ciò conta moltissimo nell’immaginario politico-culturale dell’’elettorato statunitense, rubricato alla voce caparra di una policy di sicurezza nazionale coraggiosa, decisa e certa al di là della politics. Mai come oggi, cioè, i Democratici hanno schierato veterani ed ex soldati, ivi compreso quel James Webb ­ ex ministro della Marina con Ronald A. Reagan, che in Virginia può fare la differenza al Senato ­ il quale si presenta addirittura come un convinto nostalgico “sudista” più di molti Repubblicani e come lo è buona parte del mondo conservatore tradizionale, non certo quello liberal classico. A ciò si aggiunga la retorica pubblica su “Dio, patria e famiglia” che molti candidati Democratici hanno utilizzato in campagna elettorale ­ e non sempre né solo in maniera strumentale ­ e così il senso autentico di queste elezioni si fa certamente un poco più chiaro. Ma soprattutto tutto questo acuisce il senso di smarrimento che da un po’ si percepisce all’interno del Partito Repubblicano.

9. Certamente, infatti, le lezioni di medio termine del 7 novembre sono state anche l’inizio della lunga campagna elettorale per le presidenziali del 2008. I Repubblicani sono da tempo alla ricerca di un candidato vincente, e questo preannuncia una notte dei lunghi coltelli. L’eredità di Bush jr., infatti, sarà comunque pesante, addirittura ingombrante per alcuni, certamente imbarazzante per altri. Tra i Repubblicani c’è infatti chi non vede l’ora di sbarazzarsi di questo fardello smarcandosi completamente dal presidente in carica e chi pensa a come sarà possibile restare fedele a Bush jr. senza però dare la stucchevole impressione di volerlo imitare pedissequamente, e il novero di questi ultimi si divide tra chi desidera farlo perché del presidente in carica condivide sinceramente le prospettive e chi invece lo vuole fare solo perché, coram populo, ciò paga o può pagare sul piano elettorale.

Nel combattersi da tempo, queste diverse anime del Partito Repubblicano hanno probabilmente finito per distrarre il proprio personale politico, alienandolo da quelle che l’elettorato considera le prime priorità nazionali, così che, paradossalmente, hanno finito per risultare più appetibili, e per lucrarci politicamente, i Democratici.

Paradossalmente, confermano queste analisi addirittura le dimissioni tempestive del ministro della Difesa Donald H. Rumsfeld e la sua sostituzione con Robert M. Gates. Già si dice che questo configuri una sconfessione della politica estera di tipo neoconservatore seguita da Rumsfeld e una presa di netta distanze di Bush Jr. da essa. In più si aggiunge che il suggello ne è proprio l’arrivo al Pentagono di Gates, già capo della CIA con George W.H. Bush padre, espressione di quella scuola politica “realista” di tipo kissingeriano che ha in James A. Baker III, ex Segretario di Stato con Bush padre, l’emblema più potente, la quale è nemica giurata dei neoconservatori e pure di Bush jr. (il contrasto, soprattutto in politica estera, tra Bush padre e Bush figlio è del resto notorio) Dunque, apparentemente questi fatti contraddirebbero le analisi svolte sopra, giacché si tratterebbe non dell’avvicendamento tra un neoconservatore e un conservatore più tradizionale, ma della sostituzione punitiva di un amico dei neoconservatori con un politicante pragmatico, magari pure disposto a certi compromessi con certi nemici della sicurezza nazionale statunitense.

In realtà, anche se paradossale, accanto a queste, che comunque sono e restano verità con cui fare i conti, bisogna pure tenere presente che sostituire ­oggi, quando  la guerra in Irak è andata com’è andata, oggi che i suoi critici conservatori ce l’hanno più con essa per come essa è andata che non con la guerra in sé e con le sue motivazioni, oggi che anche i neoconservatori esprimono forti critiche sulla conduzione militare pratica della guerra, oggi che alcuni ritengono il pericolo maggiore essere, anche retrospettivamente, più l’Iran che l’Irak, ma oggi che pure quasi tutti ritengono impraticabile una guerra contro Teheran ­, bisogna tenere presente, dicevo, che sostituire oggi al Pentagono un “amico dei militari” con un ex capo della CIA ­ per quanto quest’agenzia governativa continui a restare uno dei bersagli preferiti dell’’immaginario conservatore ­, cioè dei servizi d’intelligence che vegliano sulla sicurezza nazionale significa non tanto forse fattualmente spostare l’attenzione dagli scenari esteri ai confini nazionali ­ giacché le guerre di Rumsfeld appunto alla sicurezza nazionale hanno comunque mirato ­, ma comunicare bene ai cittadini statunitensi la ferma volontà di farlo, ovvero incontrare subito, a poche ore dal voto, quelle prime priorità nazionali che all¹elettorato stanno a cuore e che per trascuratezza al Partito Repubblicano sono costate il 110° Congresso.

I Repubblicani hanno ora due anni scarsi per mettere a punto le proprie “tecniche di comunicazione”, ma soprattutto per battere i Democratici sul campo delle sensibilità conservatrici, campo al centro del quale l¹elettorato statunitense continua a tenere e a giocare la palla. Di questo dovranno fare tesoro soprattutto quei Repubblicani che, cercando di smarcarsi da Bush jr., in verità si distaccano da ciò che ha significato la sua rielezione nel 2004, cioè soprattutto da chi lo ha eletto. E i Democratici pure.

Perché una cosa ci si deve chiedere anzitutto. Possibile che le elezioni del 7 novembre abbiano spazzato completamente, e nel giro di poco tempo, quella realtà forte che è la “Right Nation”, costituitasi laboriosamente lungo decenni, peraltro tipicamente figlia dell’¹identità statunitense stessa ed epressione vera della sua storia, la quale nel 2004 ha incontrato in Bush jr. un compagno di strada credibile e un interprete, parziale fin quando si vuole, ma comunque sincero e vincente? No, non è possibile.

Lo testimoniano le considerazioni fin qui svolte, ma soprattutto lo testimonia il fatto che, contemporaneamente alle elezioni di medio termine, in otto degli Stati dell’¹Unione nordamericana si sono celebrati altrettanti referendum in cui si è chiesto alle popolazioni di esprimersi in merito all¹inserimento nelle Costituzioni di detti Stati di emendamenti che proibiscano espressamente il “matrimonio” tra persone omosessuali. In Colorado, Idaho, South Carolina, Tennessee, South Dakota, Virginia e Wisconsin ha trionfato la linea che vieta il ³matrimonio² omosessuale; solo l¹Arizona ha votato contro. Lo stesso accadde il 4 novembre 2004 quando contemporaneamente il Partito Repubblicano trionfò alle presidenziali, grazie anche a un elettorato come questo, confermando Bush jr. alla Casa Bianca con una maggioranza di consensi inedita.

La “Right Nation” insomma è ancora lì, è sempre lì, attrice protagonista. Cerca ancora, cerca sempre buoni interpreti nelle istituzioni, non solo controfigure e comparse. Gl¹impresari si attrezzino: lo spettacolo, infatti, continua. Quale sia, dunque quanto conti, il palcoscenico, lo disse a suo tempo impegnativamente il bardo di Stratford-upon-Avon.

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