Home News “La rinascita del Messico passa per la denuncia dei collusi con i narcos”

La guerra contro i cartelli della droga

“La rinascita del Messico passa per la denuncia dei collusi con i narcos”

Ho incontrato la giornalista messicana Anabel Hernandez a Roma, nella sede dell’Associazione Libera (un ex palazzo in pieno centro storico, confiscato alla banda della Magliana). E’ arrivata con tutta la sua famiglia: mamma affettuosa e due splendidi figli. E’ una donna giovane e minuta. Veste jeans e maglietta, giacca sportiva e zeppe; porta i capelli corti ed il taglio è asimmetrico. Ha uno sguardo dolce e fiero; la voce di una donna determinata e forte. L’intervista si è svolta a margine di un dibattito organizzato in occasione della I Giornata mondiale per il diritto alla verità delle persone che hanno subito violenza al quale hanno partecipato, oltre alla Hernandez, Don Luigi Ciotti e Lucia Annunziata portando ciascuno la propria testimonianza sull’argomento.

Come nasce “Los senores del narco”? Lei ha dichiarato che voleva raccontare la storia di Joaquin Guzmàn Loera, detto “El Chapo”; ma perché ha deciso di scrivere questo libro?

Nella metà del 2005 ho iniziato una ricerca visitando, per conto dell’Unicef, una comunità rurale del c.d. “Triangolo dorato” (una regione che comprende gli Stati di Sinalca, Durango e Chihuahua, n.d.r.), in quanto mi era stato segnalato che i bambini erano costretti a coltivare la droga. In effetti tutte le famiglie lì coltivano marjuana ed oppio. El Chapo è nato in questa zona e nel corso degli ultimi 5 anni, attraverso un capillare sistema di corruzione che coinvolge funzionari pubblici, narcotrafficanti e grandi imprenditori, che riciclano e “lavano” il denaro di provenienza illecita, è diventato uno degli uomini più potenti del Messico. Senza l’aiuto del Governo e dei grandi imprenditori El Chapo non sarebbe nulla. Fa riflettere che fino al gennaio 2001 era recluso in un carcere di massima sicurezza da dove è riuscito ad evadere.

Il suo libro è stato pubblicato in Messico a dicembre 2010. Oltre a lei, le risulta che anche il suo editore abbia ricevuto minacce?

La minaccia diretta per il Governo sono io, non la casa editrice. Ad ogni modo, non sono a conoscenza di alcun tipo di ritorsione ricevuta dal mio editore per la pubblicazione del libro.

Quali fonti ha utilizzato per scrivere il libro?

Soprattutto documenti, agenzie statunitensi, verbali d’indagini di polizia, interviste a narcotrafficanti.

Quali tra le fonti utilizzate le ha consentito di fare la rivelazione più significativa? E qual è questa rivelazione?

Sicuramente le fonti militari e quelle dei narcotrafficanti che ho incontrato ed intervistato personalmente. Soltanto parlando direttamente coi narcos sono riuscita a comprendere cosa c’è dentro le loro teste: nessuno vuole uscire dal giro. E’ terribile ma è vero. Non hanno caratteristiche umane né alcun rispetto per la vita. L’unico loro interesse sono il potere ed i soldi. Si sentono delle divinità in terra, con diritto di vita o di morte su tutti. Il cinismo che anima le loro storie di corruzione è profondamente triste. La rivelazione più importante che sono riuscita a fare attraverso i documenti che ho analizzato è che parte dell’attuale Governo messicano è al servizio dei cartelli dei narcotrafficanti, a partire da Garcìa Luna e dall’ex Presidente della Repubblica fino a Generali e ad alti funzionari. E’ stato il momento più importante del reportage.

Sulla base delle risultanze della sua inchiesta quale idea si è fatta del Segretario per la Sicurezza pubblica in Messico Garcìa Luna? 

Anche se è giovane, lui appartiene alla categoria della vecchia polizia corrotta del Messico, lì è stato creato e si è formato. Lui ed il suo entourage hanno protetto sequestratori e narcotrafficanti in Messico. Ho visto le prove di crimini orribili perpetrati col supporto della polizia.

Ho letto che Garcìa Luna ha dichiarato di averle offerto protezione e che lei l’ha rifiutata. Lei sostiene, invece, che non le è mai stata offerta. Me se Garcìa Luna le offrisse protezione formalmente, lei l’accetterebbe?

Ho chiesto molte volte a Garcìa Luna di poterlo intervistare, ma lui ha sempre rifiutato. Quando ha detto che mi ha offerto sicurezza non era affatto vero: l’ha semplicemente dichiarato nel momento in cui la Commissione dei diritti umani in Messico ha cominciato a proteggermi di più perché avevo denunciato le minacce di morte ricevute da Luna in occasione della pubblicazione di questo libro. Lui non mi offrirebbe mai protezione davvero, ne sono certa. Ma se pure dovesse farlo formalmente, io non l’accetterei.

Perché?

La considererei una provocazione.

Le minacce di cui lei ha fatto denuncia si sono mai concretizzate in azioni fisiche contro la sua persona?

Sì, anche se, per fortuna, non sono andate a buon fine. All’inizio di dicembre 2010 mi avevano informata che volevano uccidermi. A metà gennaio, durante una riunione familiare in casa, si è verificato un incidente molto grave: io ero andata via da poco più di tre minuti quando degli uomini sono entrati in casa armati. C’erano bambini, donne, tutta la mia famiglia; non posso dire altro perché c’è un’indagine in corso.

Suo padre è stato assassinato nel 2000 e più o meno in quel periodo lei ha iniziato a fare inchieste sul c.d. Governo del cambiamento di Vicente Fox che hanno portato allo scandalo “toalha gate” fino alle dimissioni di Carlos Rojas Magnon, Responsabile delle spese del Presidente. Cosa risponde a chi maliziosamente mette in relazione queste due circostanze?

Mio padre è stato sequestrato e poi assassinato all’inizio del Governo Fox. Lui era un imprenditore ed i suoi sequestratori facevano parte di una delle migliaia di bande che in Messico fanno sequestri per estorsione. Non abbiamo mai saputo chi fossero. Le mie investigazioni su narcotrafficanti e connivenze col Governo sono iniziate nel 2005, diversi anni dopo questo grave lutto familiare, e l’occasione del loro inizio è stata, come le dicevo prima, la mia visita alla comunità rurale nel “Triangolo dorato” per conto dell’Unicef. Non posso negare, però, che, come donna e come essere umano, l’assassinio di mio padre sia stato decisivo per determinarmi a combattere la corruzione nel mio paese.

Secondo lei, soprattutto alla luce di quanto è riuscita a ricostruire con le sue inchieste, di cosa ha bisogno oggi il Messico per spezzare questa catena di connivenze tra narcotrafficanti, polizia, grandi imprenditori e politica?

Ha bisogno che si comincino a denunciare tutti i funzionari pubblici e gli imprenditori coinvolti in affari coi narcos. Solo quando saranno in carcere la corruzione potrà diminuire. Finché sono loro i signori del narcotraffico, le cose non potranno cambiare.

Essersi determinata a combattere la corruzione nel suo paese espone lei e la sua famiglia a rischi molto grandi. Perché lo fa?

Sono una donna comune, non c’è niente di eccezionale in me: sono una single con due figli, non ho padre, non sono ricca, non sono collegata a politici, quindi sono anche molto vulnerabile. Ma se la gente vede che una donna come me, così vulnerabile, può dire la verità, si fa coraggio e comincia a chiedersi:”Noi che possiamo fare?” ed è quello di cui ha bisogno il nostro paese. Questo piccolo esempio di ciò che sto facendo io da sé non serve, ma collegato a quel che possono fare tante altre persone può produrre un cambiamento; non piace al Governo ma serve ai messicani. Perché lo faccio? Perché ho deciso di non lasciare a queste persone la libertà di fare quello che fanno.

 

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