Sud e dintorni

La ripresa degli investimenti: un sfida per le popolari del Mezzogiorno

Quella che ormai viene comunemente definita la “Grande recessione” ha duramente colpito ma non ha però fatto venire meno la capacità del Mezzogiorno di restare agganciato, ancora una volta, alla possibile ripresa dello sviluppo economico e sociale dell’intero Paese. I problemi delle regioni meridionali, come sappiamo, hanno radici storiche profonde e derivano anche dalla difficoltà di adattare le vecchie politiche industriali, ormai non più adeguate per promuovere crescita e sviluppo, in un contesto sempre più tecnologico e globalizzato. Queste difficoltà sono state ulteriormente inasprite ed accentuate dalla crisi economica e finanziaria iniziata nel 2007. Ad un contesto europeo nel quale ad un uso non sempre efficiente degli enti locali dei fondi europei a disposizione si sommano i vincoli derivanti dall’adesione alla moneta unica, con l’impossibilità di poter essere competitivi, come in passato, attraverso una politica monetaria di svalutazione e si somma anche la necessità di rientrare dall’alto debito pubblico accumulato nel corso degli anni, superando in valore il 130% del PIL, attraverso l’attuazione di provvedimenti generalmente di segno restrittivo.

Due dati sono emblematici per sintetizzare al meglio il ritardo del Mezzogiorno e quanto questo sia stato pesantemente colpito e condizionato dalla crisi degli ultimi anni. Dal 2000 al 2015 il PIL italiano, in termini reali, è rimasto stazionario, mentre quello del sud è diminuito dell’8%. Non solo. Dal 2007, anno di inizio della crisi, il PIL italiano è sceso dell’8% e quello del Mezzogiorno del 12%, quattro punti percentuali in più, con riflessi pesanti anche sul mercato del lavoro con gli occupati diminuiti del 2% in Italia e del 7% nel solo meridione. Partendo da questa situazione, il consolidarsi di una non scontata inversione di tendenza nel 2016 che segna una crescita, a quanto pare confermata anche dai primi dati del 2017, va accolto con ottimismo anche alla luce della importante funzione e del ruolo decisivo che svolge il Credito popolare in questa parte del Paese. 

Le Banche Popolari, nelle regioni meridionali, hanno potuto proseguire, in questo difficile contesto, la loro opera di intermediazione creditizia, grazie ad una presenza radicata fatta di quasi 200.000 soci e di oltre 4 milioni di clienti; 63 miliardi di euro di impieghi e 53 miliardi di depositi; una rete di 2.171 sportelli; una solida patrimonializzazione, con un CET1 del 13,7%, ben al di sopra del requisito minimo richiesto. Sono dati che confermano la prossimità, l’attenzione e il sostegno di queste banche verso i territori di riferimento e la propria clientela tradizionale, ossia famiglie e Piccole e Medie Imprese. In Puglia, con la Banca Popolare di Bari che è la maggiore del Centro-Sud, la presenza delle Popolari è particolarmente radicata con 485 sportelli che rappresentano il 40% delle dipendenze complessive della regione. Le banche del territorio sono in prima linea nel sostenere il tessuto produttivo ed imprenditoriale della regione con 11 miliardi di euro di impieghi, 13 miliardi di euro di depositi e un CET1 del 12,6%, livello pienamente rispondente ai parametri richiesti.

Un solido e prezioso punto di riferimento per l’economia della regione. Forse, proprio grazie alla presenza così diffusa di questo modello di banca del territorio è possibile trovare la spiegazione del fatto che in questa regione il calo del PIL e dell’occupazione, in questi anni, sia stato significativamente inferiore a quello registrato nelle altre regioni meridionali. Un ulteriore dato di realtà per comprendere a fondo quale sia l’importanza che tale modello riveste, ancora oggi, nel contesto di un mercato creditizio sempre più concorrenziale e integrato a livello europeo. Una presenza e un ruolo strategico per la sfida che si profila nei prossimi mesi di una forte e quanto mai necessaria ripresa degli investimenti.

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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