La risoluzione sugli armeni danneggia gli Usa in Medio Oriente

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La risoluzione sugli armeni danneggia gli Usa in Medio Oriente

17 Ottobre 2007

Nel corso della notte
del 24 aprile 1915 il  governo turco,
ormai in guerra contro le forze dell’Intesa, iniziò una feroce risposta al
sorgere di movimenti indipendentisti armeni con una sistematica pulizia etnica.
Nonostante che a Costantinopoli regnasse – ancora – l’ormai esausta dinastia
ottomana e che la Turchia fosse uno stato islamico, l’agenda politica della
Sublime Porta era dettata dai laici e ultra nazionalisti “giovani turchi”, dei
quali Kemal Mustafà (detto Atatürk), padre della Turchia moderna, era uno dei
rappresentanti di spicco. Questo sterminio, compiuto spesso mediante
interminabili marce negli infuocati deserti siriani e iracheni, non veniva,
quindi, compiuto in nome della religione, ma della purezza dell’identità
nazionale. Molti degli armeni che sopravvissero agli eccidi lasciarono l’impero
ed emigrarono in occidente, dando vita a comunità assolutamente integrate nel
tessuto delle nuove patrie. E’ noto che sia la cantante-attrice americana Cher,
sia lo chansonnier Charles Aznavour
sono figli della diaspora armena.

Come è ovvio la Turchia
moderna, erede diretta di quel movimento laico e “modernizzatore” ha sempre
negato l’eccidio di un milione e ottocentomila armeni. Il negazionismo divenne
dottrina ufficiale dello Stato. Non è un caso che la Costituzione turca preveda
– all’articolo 301 – che l’offesa alla identità nazionale sia punibile per
legge. Sulla scorta di ciò è stato, recentemente, condannato ad un anno di
detenzione, con la condizionale, Aram Dink, figlio di Hrant Dink, il
giornalista e scrittore di origini armene assassinato lo scorso gennaio.

Questa la storia. La
cronaca, invece, ricorda che mercoledì 10 ottobre la Commissione Affari Esteri%0D
della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti trasmette all’aula, con
parere favorevole, un disegno di legge con il quale si dichiara “genocidio” la
pulizia etnica avvenuta oltre 80 anni prima. A parte l’eloquente silenzio della
stampa italiana su questo provvedimento, se si eccettua un lungo articolo di
Bettizza su “La Stampa” del 12 ottobre, a muovere sorpresa e interrogativi è la
stessa natura del provvedimento della Commissione del Congresso. Vi è da
chiedersi quali siano le finalità di Tom Landos, presidente della Commissione,
e se egli si renda conto delle conseguenze dirette ed indirette del
provvedimento preso. In modo olimpico Landos – giustificando il provvedimento
–  ha dichiarato che intende “conferire
una dimensione etica alla […] politica estera” degli Stati Uniti. L’anziano
parlamentare – ebreo di origine ungherese ed unico sopravvissuto all’Olocausto
presente al Congresso – pare dimenticare che una politica estera, per essere
efficace, deve seguire due direttrici: l’interesse nazionale e la contingenza
dell’azione. Questi item non
appartengono alla sola scuola “realista”, ma a tutte le correnti di studio di
relazioni internazionali.

Se da un punto di vista
geopolitico la risoluzione della Commissione Affari Esteri si è rivelata un
autogol per Washington, vi è da considerare che l’anelito verso la
moralizzazione della politica è un continuum
della storia americana. Persino il cosmopolita Jefferson allertava i suoi
concittadini circa l’amoralità della Vecchia Europa. Dopo di lui gli Stati Uniti
si sono spesso vantati di seguire una strategia “etica”, anche se poteva non
essere condivisibile (vedi la politica del presidente Wilson). Questo
atteggiamento “etico” dimostra che gli Stati Uniti – per quanto siano a capo di
un impero di dimensioni planetarie – non hanno mai avuto una ideologia
imperiale. Gran Bretagna e Francia, ex potenze imperiali, ancora adesso, si
muovono sul teatro internazionale con la giusta spregiudicatezza dettata
dall’interesse nazionale (chi non ricorda l’atteggiamento della Francia verso
Saddam in difesa degli interessi della compagnia petrolifera nazionale?). Se si
torna molto indietro nell’analisi storica, si deve ricordare la Roma imperiale
che teneva in non cale le crudeli stravaganze e le passate ostilità di qualche
sovrano satellite se questo era utile a mantenere la solidità dell’impero.

La forza e la debolezza
degli Stati Uniti – da sempre repubblica, nel senso etico del termine – stanno
in questa moralità. Le conseguenze di questa risoluzione sono gravi. I fatti
ricordano che Ankara ha ritirato l’ambasciatore per consultazioni e che sta
ammassando truppe (30.000 uomini) ai suoi confini meridionali, pronta a
regolare i conti con i curdi del PKK. A prevedere quest’ultima conseguenza sono
due osservatori speciali Ruben Safrastian, direttore dell’Accademia delle
scienze di Erevan e l’ex ambasciatore turco a Washington Faruk Logoglu.

In un momento di gravi
difficoltà della politica estera americana in Medio Oriente la risoluzione
della commissione Landos incrina i rapporti tra la superpotenza e l’unico vero
alleato (eccetto Israele) che ha nella regione, senza pensare al risentimento
che provoca presso la popolazione turca. L’assurdità di ci