La rivincita delle piccole e medie imprese

Non sono state le grandi imprese ad attenuare la crisi dell’economica italiana, ma quelle di media e piccola dimensione. Ad affermarlo è uno studio presentato in questi giorni al Senato dal titolo “Lo Stato azionista” nel quale, prendendo spunto principalmente dall’andamento delle privatizzazioni realizzate in Italia negli ultimi 25 anni, di fatto, consegna alla discussione un’approfondita analisi di come e quanto si sia trasformato l’assetto industriale del nostro Paese dal 1991 ad oggi.

La ricerca risulta essere molto interessante perché, ancora una volta, viene smontato un assunto che è stato alla base di tutte le scelte politiche ed economiche degli anni ’90 e 2000, quello secondo il quale il futuro dell’economia sarebbe stato solo ed unicamente quello della grande industria, delle multinazionali le quali avrebbero spazzato via dal palcoscenico le piccole realtà produttive che, per le modeste dimensioni, non sarebbero state in grado di stare al passo con un’economia globalizzata e digitalizzata. Insomma, le piccole e medie industrie, superate dalla storia, sarebbero risultate incompatibili con la globalizzazione neoliberista che si andava imponendo senza resistenze.

Dopo un quarto di secolo, si può constatare che le cose sono andate in maniera diversa. In Italia - ma se lo stesso studio fosse allargato anche al resto d’Europa darebbe, probabilmente, gli stessi risultati - le aziende più piccole, molte delle quali a conduzione familiare, le aziende manifatturiere legate ai territori nei quali sono nate e si sono sviluppate, quelle che costituiscono i distretti industriali, in questi anni, dati alla mano, hanno fatto meglio delle grandi dando così un contributo fondamentale alla bilancia commerciale che proprio grazie ad esse in Italia, ad esempio nel 2016, è stata positiva con i 93 miliardi di surplus delle Pmi contro i 2 miliardi e mezzo di deficit delle grandi. 

Il complesso delle piccole e delle medie aziende, di quelle dei distretti e quelle per le quali, già dalla metà degli anni ’90 si è iniziato a parlare di  “quarto capitalismo” riferendosi ad imprese di dimensioni intermedie o di “multinazionali tascabili”, già nel 2014 potevano considerare alle proprie spalle il momento più difficile della crisi, quello del 2009, e superare abbondantemente i livelli precedenti l’entrata in vigore della moneta unica europea. A differenza delle grandi industrie che, sempre in termini di valore aggiunto, nello stesso 2014, tornavano soltanto ai livelli del 1999, come se, in questo ventennio che ha cambiato la storia dell’economia dell’occidente, nulla fosse accaduto.

Una bella rivincita per quegli imprenditori specializzati nell’alimentare o nella meccanica, nell’arredamento o nella pelletteria, per fare degli esempi, ma tutti legati ai propri territori, alle città, alle province, e molti caratterizzati da strutture proprietarie di carattere familiare che venivano considerati superati dall’ascesa di un nuovo quanto vincente modello ma che, alla prova dei fatti si è mostrato tutt’altro.

Quelle imprese di produzione italiane – ma un discorso analogo si potrebbe proiettare con le medesime conclusioni anche nell’impresa del credito - che contro le aspettative del pensiero lungamente dominante, all’avvento della crisi economica si sono mostrate senza dubbio le più resilienti e alla fine della crisi le più pronte a rilanciarsi e a riconquistare le posizioni bruciate, fungendo da traino per l’intera economia, oggi, sono molto appetibili per gli investitori esteri che, in alcuni casi se le contendono.
E’ di questi giorni la notizia che il fondo francese Tikehau ha presentato un’offerta di 300 milioni, migliorativa rispetto a quella precedente, per sfidare così la proposta del gruppo statunitense Neuberger Bergan. Si tratta di proposte contrapposte per l’acquisto di 23 partecipazioni del Fondo Italiano d’Investimento che comprendono Pmi italiane come la Rigoni o la Ligabue, la Filmaster o la Surigital per citarne solo alcune. 

Ancora una volta possiamo essere certi che la giusta, quanto utile, tutela e il rilancio dell’economia reale, dei singoli territori, delle comunità locali, di una rete industriale che continua a rappresentare la ricchezza del nostro Paese, sarebbe la migliore carta da giocare in quanto, accompagnando gli attuali cambiamenti epocali e riscoprendo la validità di un intero e collaudato sistema, potrebbe impedire lo smantellamento di un intero sistema produttivo e la definitiva uscita dalla crisi.


*Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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