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La “rottura tranquilla” di Sarkozy

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Ai 350 deputati dell’UMP, invitati martedì 28 novembre al suo Ministero dell’Interno, Nicolas Sarkozy aveva promesso “alcune sorprese” in merito alla sua candidatura all’investitura del suo partito per le elezioni presidenziali. Due giorni dopo, sulla stampa locale, è comparso l’annuncio della sua candidatura. A ben vedere, di sorprese ce ne sono state poche. Infatti, da circa un anno, da quando fu eletto con l’85% dei voti presidente dell’UMP, Sarkozy ha forgiato gli strumenti per soddisfare un’ambizione che non ha mai celato: diventare un giorno Presidente della Repubblica.

L’incognita non risiedeva, dunque, nel contenuto dell’annuncio quanto nei suoi tempi (c’è tempo fino al 31 dicembre per presentare la propria candidatura all’investitura dell’UMP) e nelle sue modalità. A questo proposito, non è un caso che la dichiarazione abbia seguito la crescita netta dei consensi della candidata socialista, Ségolène Royal, che in quasi tutti i sondaggi aveva superato Sarkozy nelle preferenze per la carica di Presidente della Repubblica.

L’annuncio ha anche un significato interno al partito: l’anticipazione della dichiarazione di candidatura fa parte della strategia di Sarkozy per rafforzare la propria posizione nei confronti degli altri eventuali candidati (gli chiracchiani Dominique de Villepin, Primo Ministro, e Michèle Alliot-Marie, Ministro della Difesa), le cui intenzioni non sono ancora manifeste. Con il passare del tempo, con il chiarirsi delle candidature negli altri partiti ed il rafforzamento della figura di “Ségo”, lo spazio politico all’interno dell’UMP per altre candidature golliste si sta riducendo in nome di una necessaria unità e compattezza. Due esempi chiariscono molto bene l’efficacia della dichiarazione di Sarkozy e, soprattutto, della sua ottima prestazione a France 2 del 30 novembre e il “riallineamento” in corso interno all’UMP. Già il primo dicembre il Ministro della Sanità, lo chiracchiano Xavier Bertrand, silenzioso fino a questo momento in merito alla candidatura da sostenere in seno al partito, si è schierato con il Ministro dell’Interno, affermando che “uniti, possiamo vincere, divisi, siamo sicuri di perdere. Due candidati UMP al primo turno, è la garanzia di non averne alcuno al secondo” (Le Figaro, 1 dicembre 2006).  Poche ore dopo, Christine Boutin, presidente del Forum des républicains-sociaux, piccola formazione associata all’UMP, rinunciava alla propria candidatura e dichiarava il proprio sostegno a quella di Sarkozy “al fine di tenere conto dei rischi di un aprile 2002 al contrario”.

Ha ragione, quindi, il segretario del Partito socialista, François Hollande, nel dire che non vi è alcuna sorpresa nell’annuncio della candidatura di Sarkozy. In effetti, la vera novità risiede nel fatto che la campagna per le presidenziali è entrata in una nuova fase e che Sarkozy ha saputo imporre la propria figura al centro di questa nuova fase. Durante il dibattito che lo ha visto protagonista su France 2, infatti, “Sarko”, da sempre a suo agio davanti alle telecamere, ha proposto ai Francesi un tipo di leadership diversa da quella proposta da Royal. Entrambi insistono sulla necessità di un nuovo tipo di relazione tra i Francesi e la politica; tuttavia, mentre la socialista si è presentata come “la candidata dell’ascolto”, sulla base della convinzione che i Francesi non ne vogliono più sapere di un Presidente decisionista e “lontano dai bisogni della gente”, il candidato UMP ha ribadito la funzione di guida della politica nei confronti dei cittadini e la necessità che il Presidente della Repubblica abbia una visione politica globale per la nazione francese: il ruolo di un uomo politico è “il dialogo, non solo l’ascolto passivo”.

Inoltre, Sarkozy ha affermato la propria agenda per la campagna presidenziale, presentando un programma in cui le questioni di politica estera sono quasi assenti (l’unico accenno è stato il riferimento alla “Turchia asiatica”) e centrato su sicurezza, giustizia, occupazione e recupero del potere d’acquisto, immigrazione, riforma scolastica, temi inseriti in una cornice più ampia di riforma generale della società e dell’economia. Ségolène, che pure ha rotto alcuni tabù socialisti su questi argomenti, dovrà ora misurarsi con un rivale che sa dettare i temi della campagna.

Due ulteriori incognite ora gravano sul cammino di Sarkozy: uscire dal governo al momento opportuno per la propria campagna; trovare i temi e gli accenti per convincere l’elettorato degli altri candidati di destra (Jean-Marie Le Pen, Bruno Mégret, Philippe de Villiers, Nicolas Dupont-Aignan ) e di centro (François Bayrou). Per quanto riguarda il primo, il Ministro dell’Interno, consapevole del fatto che rimanere nella compagine governativa non giova ad un candidato presidenziale, ha già annunciato che, nel caso l’UMP lo investa come candidato, saprà scegliere il momento per dimettersi dalle sue funzioni. Il secondo scoglio è, in realtà, ben più difficile da superare. Rispetto al candidato centrista (e in realtà anche alla candidata socialista), riallacciandosi alla tradizione gollista nella sua versione pompidoliana, Sarko ha saputo moderare il proprio liberismo con numerosi riferimenti ai “valori repubblicani” e alla solidarietà che la nazione deve dimostrare verso i suoi elementi più deboli. In altri termini, il modello francese deve adattarsi al nuovo secolo (quello della globalizzazione) e smettere di combattere battaglie di retroguardia senza nondimeno snaturarsi. Di qui lo slogan della “rottura tranquilla”. Tuttavia, i consensi del Fronte nazionale per il momento rimangono alti e gli altri candidati sembrano in grado di togliere al Ministro dell’Interno voti in termini percentuali non ragguardevoli, ma necessari per passare al secondo turno delle presidenziali: Sarko deve guardarsi dal pericolo che la propria proposta di “rottura” non sia percepita così”tranquilla” come egli vorrebbe dagli elettori di destra.

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