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Faccia a faccia

La Rsi fa parte della storia d’Italia non può continuare ad essere un tabù

Chi voglia accostarsi alla storiografia sulla Repubblica di Salò si trova spiazzato. Ed è una “fatica doppia se, poi, cerca una ricostruzione di quella drammatica stagione della nostra storia nazionale non guidato dal bisogno ideologico, quasi esistenziale, di testimoniare la propria inossidabile fede politica (…) In compenso, ha a disposizione quanti memoriali vuole”. Così scrive Roberto Chiarini, storico di vaglia e professore all’Università statale di Milano, in apertura del suo “L’ultimo fascismo”, appena pubblicato da Marsilio.

Poca sobrietà, dunque, sulla Rsi. O storiografia ideologizzata o memorialistica autoassolutoria?

E’ grande il lavoro fatto dagli storici sul fascismo. De Felice ha offerto il contributo di studi più cospicuo e più innovativo. Ma è stata fatta molta strada, anche negli ultimi tempi. E probabilmente la gran parte della storia del fascismo è stata scavata. In tante direzioni.

E la Repubblica sociale italiana?

La Rsi è un po’ il centro nevralgico della sensibilità politica dell’Italia repubblicana. Il ricordo o la demonizzazione sono significativi di una difficoltà, non dico a formare una memoria comune – concetto molto ambiguo questo, perché le memorie comuni sono retoriche –, ma a storicizzare questa pagina. Se Pansa ricorda dieci, quindici, ventimila esecuzioni postbelliche di fascisti o presunti tali, che problema c’è? Semmai bisogna dare una lettura di questo processo. Invece, c’è difficoltà pregiudiziale ad affrontare il tema. E un sospetto: “Mica sarai un apologeta…?”. Ma perché?

E’ quasi un tabù.

Tutte le volte che si affronta questo problema suona l’allarme: “Si vogliono parificare le ragioni degli uni e le ragioni degli altri!”. Ma cercare di conoscere senza fare sconti a nessuno, tentando di capire motivazioni e comportamenti degli attori non dovrebbe essere un pericolo per la democrazia. Quando mai un democratico parifica le ragioni di chi lotta contro la democrazia e di chi lotta per la democrazia?

Lei usa l’espressione “ragazzi di Salò”, ma mettendola sempre tra virgolette.

I “ragazzi di Salò” nel ’43 erano davvero ragazzi. Ma le parole non sono mai neutre. Esprimono sempre un giudizio di valore. Si dice “ragazzi di Salò” ed è vero che erano ragazzi. Ma sono stati protagonisti e artefici di una guerra civile, quindi hanno subito violenze ma ne hanno fatte tante e di ogni tipo.

Le virgolette, insomma, sono opportune…

A dire “ragazzi” si attribuisce loro una forma di buonafede, di ingenuità. Molti certo l’avevano, ma così si dà loro quasi una patente di innocenza che, dal punto di vista politico e militare, non hanno avuto.

Lei presiede il “Centro studi e documentazione sul periodo storico della Repubblica sociale italiana”. L’obiettivo è quello di contribuire  a scrivere una “storia storicizzata” di quella vicenda?

No. Ognuno può scrivere quel che gli risulta e che crede opportuno. E se ne assume le responsabilità. Ma non c’è “la lettura del Centro studi”. Noi vogliamo dare un contributo nel recuperare e mettere a disposizione degli studiosi materiale che rischia di andare definitivamente perso.

Il Centro studi dunque non scrive una storia, ma ne raccoglie le fonti.

Io su questo sono molto fuori dal coro. Fino a poco tempo fa si è accettato l’assunto che ogni area politica si facesse la sua storia. Si sono create fondazioni d’area, che hanno svolto un ruolo encomiabile. Ma si creano dei santuari dell’identità di quella forza politica e ciò espone a un enorme rischio: che chi gestisce queste istituzioni sia condizionato dalla lettura storica che fa comodo al suo sponsor, una lettura per di più esposta alle variazioni suggerite dalle mutevoli congiunture politiche. Ad esempio, la ventilata fondazione della destra a chi è bene che faccia capo? A Fini o a Storace? Agli ex di An o al nuovo Pdl?

Il rischio è quello di creare una sola storia…

Invece ce ne sono tante di storie. Il problema è che la ricerca revisiona continuamente – “revisiona”, parola maledetta – alla luce della nuova documentazione. Lo studioso non può negare l’evidenza, rifiutare letture diverse solo perché non collimanti con le sue opzioni culturali o politiche. Le leggi razziali ci sono state; se uno è filofascista deve spiegare perché ci sono state, non deve minimizzare dicendo: “Beh, ma ne parlavamo poco”. Ci sono stati dei morti soltanto perché vestivano la camicia nera quando la vestivano tutti? Questo è un interrogativo cui bisogna dare risposta, ma non significa che si debba ribaltare il proprio sistema di valori. Lo storico deve rendere omaggio alla verità e, poi, fornirne una lettura. E deve rispondere alle obiezioni degli altri, non rifiutarle. De Felice diceva che nel 1936-37 gli italiani erano entusiasti del fascismo. Non si può negare che la guerra di Etiopia sia stato il volano per il consenso, ma ci sono voluti vent’anni per accettarlo.

Era troppo “scandaloso”?

La storia non procede dall’oscurità alla luce. Va a zig zag. Io non credo allo slogan secondo cui bisogna conoscere per non ripetere. Io sono convinto che è importante conoscere, ma non mi illudo che questo ci renda immuni da nulla.

Ora lei progetta nuove collane con Mursia.

L’idea è studiare gli anni del Fascismo attraverso il linguaggio fotografico. Sulla Rsi e sulla destra post Rsi. Il Centro che dirigo ha già al proprio attivo 120 interviste videoregistrate di uomini e donne che sono diventati militi volontari della Rsi, peraltro mai pentiti. Servono a capire per quali ragioni e attraverso quali percorsi uno divenne volontario.

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