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La Russia passa in vantaggio nella partita energetica

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La rivalità geopolitica tra la Russia e l’Occidente sta acquisendo una rinnovata virulenza. E se la lotta per conquistare posizioni d’influenza negli ex domini europei dell’Urss si è risolta a favore della Nato e dell’Ue, se la partita in Ucraina e nel Caucaso sembra ancora aperta ma con gli occidentali in vantaggio, in Asia centrale il presidente Putin ha recentemente assestato una serie ravvicinata di colpi micidiali e per il momento decisivi, ai quali la stampa italiana non ha riservato un’attenzione adeguata.

Innanzitutto, nel vertice trilaterale di Turkmenbashi (in Turkmenistan, dal 12 al 14 maggio) tra Putin, il presidente kazako Nazarbayev e il presidente turkmeno Berdymukhammedov, è stata decisa la costruzione di un nuovo gasdotto (oltre all’ampliamento della pipeline già esistente di Prikaspiiski) per il trasporto del gas turkmeno attraverso il Kazakistan e la Russia verso l’Occidente; inoltre, l’accordo di Astana col Kazakistan ha sancito un’espansione dell’oleodotto del Caspian Pipeline Consortium (sempre attraverso la Russia, fino al porto sul mar Nero di Novorossiysk) e una fornitura in esclusiva di petrolio kazako per l’oleodotto che la Russia ha deciso di costruire dal porto bulgaro di Burgas sul mar Nero a quello greco di Alexandroupolis; infine, gli accordi siglati da Putin a Vienna il 23 e 24 maggio hanno posto le basi per un maggior radicamento del colosso Gazprom in Austria e soprattutto per la trasformazione del territorio austriaco in corridoio per la commercializzazione del gas di provenienza russa e centrasiatica in Europa occidentale.

Nel nuovo grande gioco dell’Asia l’obiettivo strategico primario è il controllo delle petrolio e del gas naturale del mar Caspio: e le mosse di Putin, oltre a rafforzare sensibilmente le posizioni russe, finiscono con lo sbaragliare i disegni alternativi dell’Europa e degli Stati Uniti. Dopo la disgregazione dell’Unione sovietica e la scoperta di ingenti giacimenti attorno al mar Caspio, infatti, l’approccio occidentale è stato improntato alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento: cioè, alla creazione di oleodotti e gasdotti per collegare gli stati dell’Asia centrale ai mercati europei e americani (oltre a quelli giapponesi), spezzando la doppia dipendenza dalla Russia (soprattutto per l’Europa) e dal Medio oriente.

I principali progetti occidentali, tutti esterni al territorio russo, sono a questo riguardo cinque: l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, dalla sponda del mar Nero in Azerbaigian alle rive turche del Mediterraneo, attivo dal 2006; il recentemente completato gasdotto Baku-Tbilisi-Ezrum, sempre in Turchia; il gasdotto transcaspico, sul fondo del Caspio dal Turkmenistan all’Azerbaigian (per il trasporto anche del gas kazako); il gasdotto Nabucco, dall’Asia centrale e dall’Iran verso l’Europa centrale (attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria), con prolungamento dalla Turchia verso la Grecia e l’Italia grazie all’interconnettore Poseidon; il gasdotto transafgano, dal Turkmenistan e dal Kazakistan, attraverso l’Afghanistan, fino al nuovo porto pachistano di Gwadar sull’Oceano indiano.

L’accordo trilaterale di Turkmenbashi e le intese russo-kazaka e russo austriaca mettono però in forse la realizzazione – e la viabilità economica, nel caso delle pipelines già realizzate – di tutti questi progetti. Perché è ovvio che se il gas naturale e il petrolio del Caspio verranno commercializzati dalle compagnie statali russe attraverso il territorio russo, non ne rimarrà abbastanza per riempire i condotti energetici su cui puntano gli occidentali (le uniche forniture assicurate sono quelle dell’Azerbaigian), che verrebbero con ogni probabilità accantonati – lasciando il campo libero per quello che è già stato definito ‘Single Export Channel’. Di conseguenza, la Russia sarebbe nelle condizioni di ricattare in modo devastante i propri clienti: com’è già accaduto in Ucraina – e di conseguenza in Europa – nell’inverno 2006, con il blocco delle forniture. In questo modo, grazie al controllo delle risorse energetiche dell’Asia centrale, la Russia fa un passo in avanti verso la realizzazione di quel cartello dei paesi esportatori di gas che, in virtù della partecipazione dell’Iran e del Venezuela (oltre al Qatar, all’Algeria ed altri minori) si preannuncia come un clone dell’Opec, ancora pi

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