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La sanità di Obama costa troppo e non piace neppure ai democratici

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I sondaggi d’opinione stanno iniziando a diventare ostili al piano di assistenza sanitario di Obama. E anche il calendario politico.

Lunedì 20, un sondaggio Washington Post/ABC riportava che il 49 per cento degli americani approvava il modo in cui il presidente stava portando avanti il progetto, contro un 44 per cento di gente che non lo approvava. Ma quello che tanti hanno mancato di osservare è che coloro che disapprovano fermamente la politica sanitaria del presidente sono il 33 per cento, e superano di molto quelli che la approvano senza riserve (25 per cento). Un dato che fa presagire un’ulteriore perdita di consensi in futuro. Già adesso, il 49 per cento di indipendenti si schiera contro il presidente, in netta crescita dal 30 per cento di aprile: un impressionante cambiamento, per essere avvenuto in sole 11 settimane.

Obama sta perdendo terreno anche in economia. Attualmente, coloro che disapprovano con forza il suo operato in questo campo superano quelli che lo approvano caldamente (35 per cento contro 29 per cento), così anche per il deficit (38 per cento contro 19 per cento) e la disoccupazione (31 per cento contro 26 per cento). Giovedì, la Gallup ha stimato la popolarità di Obama al 55 per cento, in diminuzione dal 60 per cento di poche settimane fa e più bassa del 56 per cento che George W. Bush aveva a questo punto del suo mandato.

I sondaggi stanno crollando a causa del flusso di cattive notizie che arrivano dalle proposte obamiane in merito alla riforma sanitaria. Una parte di queste notizie è arrivata da uno studio realizzato dal Lewin Group per la Heritage Foundation, reso noto il 17 luglio. Si prevede che, se la riforma voluta dalla Casa Bianca diventasse legge, 83,4 milioni di persone – circa la metà di coloro che sono titolari di un’assicurazione sanitaria privata – perderebbero la loro polizza, perché i datori di lavoro annullerebbero le polizze collettive stipulate a favore dei dipendenti. Obama ha promesso che sarà possibile mantenere la propria polizza, ma la scarsa attenzione concessa dal presidente su questo punto fa immaginare che i rischi non siano affatto scomparsi.

Un altro grappolo di cattive notizie per Obama è arrivato la scorsa settimana quando i governatori democratici di Colorado, Tennessee, New Mexico e Washington si sono uniti ai colleghi del GOP (Grand Old Party, i repubblicani – ndr) che all’incontro estivo della National Governors Association hanno attaccato l’intenzione di spostare milioni di famiglie al Medicaid (l’assistenza sanitaria pubblica offerta alle persone a basso reddito, introdotta nel 1965 dal presidente democratico Lyndon Johnson assieme al Medicare, l’assistenza sanitaria a carico dello stato per gli over 65 – ndr). Ciò potrebbe comportare per i singoli stati una spesa di 440 miliardi di dollari in dieci anni.

Ma la notizia più dannosa è arrivata dal direttore del Congressional Budget Office (CBO), Douglas Elmendorf, il quale ha dichiarato la scorsa settimana che la riforma sanitaria voluta dalla Casa Bianca “non ridurrebbe in modo significativo la traiettoria di spesa federale per la salute”. Ciò ha mandato in frantumi l’argomento principale avanzato da Obama, ossia che la riforma sanitaria porterebbe a una diminuzione dei costi. In una lettera del 17 luglio, Elmendorf ha aggiunto che la riforma porterebbe a un “incremento netto del deficit federale pari a 239 miliardi” nei prossimi dieci anni. Si tratta di una stima per difetto, perché vi si assume che nel frattempo il Congresso abbia aumentato le tasse per un ammontare complessivo, in quei dieci anni, di 583 miliardi di dollari.

Charlie Rangel, presidente del Ways and Means Committee (una commissione congressuale preposta a stilare la legislazione fiscale legata alla previdenza sociale, in particolare a Medicaid e Medicare – ndr), ha detto che finanzierà la riforma di Obama alzando le tasse a chi guadagna più di 280 mila dollari l’anno (350 mila per le coppie). Gran parte di questa stangata si abbatterà sui piccoli imprenditori. Persino ai democratici non piace una tale soluzione: 21 sui 39 deputati neoeletti dell’Asinello hanno sottoscritto una lettera contro questa impennata fiscale. Molti di loro vengono da quei distretti dove Bush o McCain hanno fatto campagna elettorale nel 2008. Obama ha preferito far finta di nulla, dicendo che quella sovrattassa si limiterà a far sì che qualcuno paghi “un po’ di più”.

Il comitato nazionale democratico ha cominciato a fare pressioni sui rappresentanti democratici affinché diano il loro voto alla riforma, marcando stretto quei deputati nel Ways and Means Committee della camera bassa che hanno sollevato domande sul versante fiscale della questione. E’ difficile pensare a un segnale più chiaro di debolezza dell’attacco ai membri del proprio stesso partito.

Lo staff di Obama sta affrettando i tempi per avere la legge approvata entro agosto, prima che le ferie permettano ai congressisti di tornare a casa e diano loro l’opportunità di sentire cosa ne pensa la gente. Americans for Prosperity e altri stanno già organizzando incontri pubblici dedicati al tema. Mi immagino che deputati e senatori avranno molto di cui parlare con i loro elettori in merito alla sanità che diventa proprietà del governo, alle nuove tasse sull’energia, al fallimento dello “stimolo”, al deficit record e alla crescente disoccupazione.

Karl Rove è stato consigliere capo e vicecapo dello staff del presidente George W. Bush

Tratto da Wall Street Journal

Traduzione di Enrico De Simone

 

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