La scelta politica (e morale) di Casini a 48 ore dal fischio finale
12 Febbraio 2008
Due giorni per decidere. Quarantotto ore per trovare una
soluzione. E poi l’Udc dovrà decidere cosa fare. Andare da soli? Confluire nel
PdL? O cercare un’alleanza esterna con il Cavaliere? Pierferdinando Casini da
giorni sta pensando al da farsi.
Cerca conforto nei sondaggi, contatta i
responsabili locali per capire l’umore del suo partito. Sfoglia le agenzie di
stampa e tiene fisso lo sguardo sulla sua pattuglia di parlamentari e di
esponenti di primo peso che in questi giorni sta subendo assottigliamenti
sempre più notevoli. Per ora una decisione finale non c’è. Solo congetture,
valutazioni che si susseguono. Tutto è rimandato a giovedì. Allora si dovrà
decidere, nella direzione nazionale del partito, su come presentarsi alle
elezioni. Ma Casini sa bene che fino ad allora il cammino non sarà facile anche
perché ogni giorno che passa le cose si stanno complicando.
Sul tavolo non c’è
soltanto una decisione politica ma anche morale, e che coinvolge gli stessi ambienti
di Oltretevere. Casini lo ha capito ascoltando qualche giorno fa le parole del
direttore de “L’Avvenire”, Dino Boffo, intervistato dal Tg1. Un appello, quello
del direttore del giornale della Conferenza Episcopale, che è suonato anche come
un avvertimento per lo stesso Casini affinché salvaguardi “la persistenza di un
partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana”. Certo
poi dal Vaticano si è cercato di stemperare i toni precisando di non confondere nella polemica politica la Cei con la Santa Sede, ma ciò non toglie
che quello che sta accadendo in questi giorni e quello che deciderà l’Udc è
tenuto strettamente sotto osservazione. Per questo le scelte di Casini stanno
diventando sempre più difficili e le pressioni molto più insistenti.
Lui per
ora non parla. L’ultima volta lo ha fatto sabato scorso spiegando di essere
disponibile a confrontarsi con Berlusconi e favorevole al dialogo. Segnali
distensivi che si uniscono all’intenso lavorio che le diplomazie dei due
partiti stanno facendo per organizzare un incontro tra i due. Compito non
facile anche perché molto dipenderà da quello che accadrà in questi due giorni.
E soprattutto giovedì.
Intanto però sul tavolo resta la richiesta di Berlusconi
di confluire nel PdL. Quella di sciogliere l’Udc e di unirsi con Forza Italia
ed An, che già hanno deciso di correre insieme. Un’ipotesi che come detto non
incontra i favori del mondo cattolico ma nemmeno del partito centrista. Totò Cuffaro,
l’ex presidente della Regione Sicilia, ieri lo ha ribadito nell’Assemblea
regionale che “non rinunciamo alla nostra storia”. Ed anche lo stesso
segretario Lorenzo Cesa ha spiegato che “l’Udc è disponibile ad una alleanza
vincolante e programmatica con il centrodestra, nel rispetto della propria
autonomia e identità”. Parole che indicano come “questo matrimonio non s’ha da
fare” e che ipotizzano un accordo simile a quello fatto con la Lega Nord.
In
breve l’Udc chiede di poter correre con il suo simbolo nella coalizione di
centrodestra alleata con il PdL. Ma dal
fronte azzurro le resistenze di fronte a questo scenario sono molto forti.
Nessun apparentamento. L’unica offerta è quella di confluire, pena lo stare fuori
dalla coalizione. Prospettiva che però fa venire i brividi all’Udc che stando
ai numeri dei sondaggi potrebbe non farcela a superare le soglie di sbarramento
sia alla Camera che al Senato. Non basta, perché poi ci sarebbe il problema
delle elezioni amministrative e soprattutto di quelle in Sicilia. Un simile
scenario rischierebbe di spazzare via dall’isola l’Udc mettendo in difficoltà
anche lo stesso Cuffaro in questi giorni in guerra con Gianfranco Miccichè.
Ma
anche in Forza Italia la situazione non è delle più tranquille. Se all’esterno
si ostenta fermezza, la realtà riflette un’immagine più problematica. Infatti, ragionano
a via dell’Umiltà, la soluzione che vedrebbe l’Udc correre da solo sarebbe
estremamente rischiosa e soprattutto per la fisionomia dello stesso PdL che ne
uscirebbe modificata. In sostanza il Partito della Libertà senza l’apporto
dell’Udc si troverebbe sbilanciato a destra. Il rischio, quindi, di aver
spostato Fi verso destra e non An verso il centro. Un’eventualità che dallo
stato maggiore azzurro vogliono scongiurare a tutti i costi.
Ma un Udc
solitario con il suo simbolo aprirebbe anche una serie di rivendicazioni
all’autonomia dei vari partiti tra cui la
stessa An, potendo così mettere in pericolo l’esistenza del PdL. Un vaso di
Pandora che potrebbe rivelarsi alquanto pericoloso. E poi c’è da considerare la
competizione con il Pd che in campagna elettorale potrebbe opporre ad un
centrodestra fatto di accordi di coalizione
la sua scelta solitaria.
Tutti ragionamenti che, secondo alcuni, sembrerebbero
confermare la bontà dell’ipotesi di un Udc dentro il PdL e non il contrario. Ma
a remare contro sono i desiderata che giungono da Oltretevere ed il
timore che qualunque operazione possa portare divisione e scompiglio tra le
fila cattoliche. Aspetti su cui Fi è molto sensibile. Ed infine anche i
sondaggi che dicono che un Udc autonomo porterebbe più voti e quindi
garantirebbe una vittoria ancora più netta del centrodestra.
Dubbi ed
incertezza che dimostrano come la partita delle alleanze nel centrodestra sia
ancora tutta da giocare e come sia in Fi che nell’Udc nulla sia escluso.
Giovedì, forse, il fischio finale ed allora la fisionomia del centrodestra per
le prossime politiche sarà più chiaro. Sempre che tutto non sia lasciato ad un
incontro tra Casini e Berlusconi nel fine settimana.
