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La sconfitta dell’illuminismo e la distruzione della Storia

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Mettere le patenti alla storia, così da stabilire cosa debba essere considerato brutto e cosa bello, non è una moda sorta ai giorni nostri, ma ha una radice antica ed illustre nell’illuminismo. L’età dei lumi, infatti, quella dell’Enciclopedie di Diderot e D’Alambert, di Voltaire, Kant e Rousseau, è stata anche l’epoca nella quale per prima si è iniziato a mettere in moto un tribunale ideale nel quale giudicare gli eventi e i fatti del passato, una sorta di ufficio brevetti, in cui l’ambizione massima era quella di poter incoronare come “età illuminata” un determinato periodo storico.
Così, ad oggi, troviamo ancora definizioni del Medioevo come “età buia” e giudizi sull’età di Pericle “come età illuminata”: una banalità generalizzata che ha finito, però, per condizionare l’opinione diffusa. Se l’applicazione di un giudizio morale a posteriori criticamente inteso viene surclassato da un applicazione tassativa della morale – al quanto opinabile – di oggi al passato allora sì che si scatena la furia distruttrice e iconoclasta alla quale assistiamo in questi tempi, che giudicare grami appare assai riduttivo.
Ogni giorno sembra di raccontare la cronaca di una guerra, una lotta contro i mulini a vento, nemici di marmo, gesso o bronzo, inermi e indifesi, ma giudicati colpevoli dalle giurie popolari, per la maggior parte composti da individui che ignorano la biografia e il contesto storico in cui le povere vittime operarono.
Il lato oscuro dell’Illuminismo è quello di aver generato una mostruosa pratica, che oggi ha dato il via alla più radicale è insensata guerra al nostro passato. Non è la prima degenerazione a cui l’età dei lumi ha dato origine, basti ricordare la più celebre, la tanto decantata rivoluzione francese. I tribunali morali e moralizzatori, già pericolosi nel giudicare i fatti del presente, assumono le fattezze dell’odio e dell’inconscia volontà di appiattimento se applicati al passato. La tentazione di reinterpretare e di omologare secondo l’opinione attuale deve essere respinta, in quanto froda e distorce il significato proprio degli eventi. Gli uomini e le loro azioni possono essere valutate, più che giudicate, tenendo a mente quelle che furono le condizioni e il contesto nel quale avvennero. Cosa assai più complessa avviene nel giudicare e nel separare l’opera intellettuale dall’azione personale del filosofo, dello scrittore, del poeta: spesso infatti si tende a relegare nei cassetti o a pronunciare scomuniche verso figure intellettualmente straordinarie partendo da una considerazione  sempre a posteriori del loro impegno civile.
Da Gentile ad Heidegger, passando per Croce, e  giungendo fino ad autori attualissimi, la cui unica colpa fu quella di non omologarsi e di  svolgere in assoluta indipendenza la loro vita intellettuale o quella di aver compiuto scelte  politiche che i tribunali del dopo hanno giudicato deprecabili. Si tratta di un meccanismo distorto, ma infinitamente presente: basti pensare al giudizio assolutamente illogico che viene compiuto per usi politici anch’essi attuali della démokratia  ateniese, per spiegare l’origine della nostra democrazia, con il solo risultato di reinterpretare e rimodellare persino le pagine immortali di Tucidide. All’analisi dei fatti storici e alle biografie degli uomini del passato va applicato un certo distacco stoico e un attento esame storicistico, solo così si potrà formulare un giudizio non viziato e non politicizzato.
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