La Serbia prepara la prossima guerra del Kosovo

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La Serbia prepara la prossima guerra del Kosovo

07 Gennaio 2008

Nelle sue affascinanti
memorie, Paix et Châtiment, Florence Hartmann scrive che finchè ai sopravvissuti
sarà negata giustizia, “i morti di Srebrenica si agireranno come fantasmi sul
vecchio continente”. Dal 2000 al 2007 la Hartmann è stata la portavoce di Carla
Del Ponte, procuratore capo del Tribunale Criminale Internazionale per  l’ex Jugoslavia. Il suo è un appassionato ma
amaro j’accuse contro le potenze
occidentali (non solo l’Europa ma anche gli USA). Hanno barattato la giustizia
per la sicurezza, dice la Hartmann. La diplomazia, l’intelligence e
perfino  i peace-keepers occidentali
hanno impedito l’arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic (indiziati per il
massacro di Srebrenica) in complicità con una leadership nazionalista serba che
continua a proteggere  i due criminali di
guerra.

Questo libro va letto e
subito, perché ciò che rivela sul 
Tribunale dell’Aja non è solo una storia morale sul ruolo della
giustizia internazionale e dei diritti umani nelle situazioni di
post-conflitto. Ci fa anche vedere il prossimo futuro dei Balcani, specialmente
adesso che l’aspirazione del Kosovo all’indipendenza si trova ad affrontare,
ancora una volta, le stesse forze che la negarono alla Bosnia.

La Hartmann setaccia
documenti chiave che furono per lungo tempo rifiutati al Tribunale. Tra questi,
le minute delle riunioni del Consiglio Supremo della Difesa della Repubblica
Jugoslava, le stesse che sono state negate alla Corte di Giustizia
Internazionale, permettendo così l’assoluzione della Serbia dall’accusa di
genocidio in Bosnia. Lì si trovano le prove di come Milosevic e le altre
autorità serbe abbiano  orchestrato e
siano stati i coautori della guerra in Bosnia, facendo finta di non esserne
coinvolti; di come abbiano dissimulato la loro partecipazione diretta, mettendo
sotto il commando delle forze militari locali bosniache le proprie unità
speciali del Ministro dell’Interno; e di come abbiano finanziato e protetto
Mladic e Karadzic per più di dieci anni.

Tutto questo merita
grande attenzione. Non c’è nessuno nella leadership post-Milosevic, fatta
eccezione del Primo Ministro Zoran Djindjic, che abbia deviato del dittatore.
Djindjic mandò Milosevic all’Aja e cercò di fare lo stesso con Mladic, ma fu
assassinato prima di riuscirci nel marzo 2003. A succederlo è stato Kostunica.
Da Presidente della Serbia Kostunica si era opposto all’arresto di Milosevic e
solo con riluttanza aveva firmato il decreto che mandava in pensione Mladic dall’esercito
serbo, nel maggio del 2002. E’ sotto il suo governo che Karadzic e Mladic sono
vissuti da uomini liberi in Serbia per anni, visitando spesso la Bosnia. Il
primo ora viaggia sempre più spesso in Grecia, dove si nasconde vicino al Monte
Athos, il secondo si sposta frequentemente tra i sette indirizzi di Belgrado
che gli amici militari gli hanno messo a disposizione.

Kostunica si sta
preparando a combattere una nuova “battaglia del Kosovo,”
come gli piace dire. Non è solo. Una Belgrado unita ha lanciato al nuovo
Parlamento del Kosovo, che prevede di dichiarare presto l’indipendenza dalla
Serbia,  un messaggio di sfida: la Serbia
difenderà ad ogni costo  il Kosovo. Il
Ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, non si stanca di ripetere che questo non
significa che la Serbia comincerà una guerra. E il Presidente Boris Tadic,
parlando di fronte ad alcune unità militari alla frontiera del Kosovo, ha
rincarato: “Le forze armate della Serbia agiranno in conformità alla legge
domestica e internazionale”.

Se non esiste minaccia di
una nuova guerra, perché parlarne tanto? La verità è che, come in Bosnia, forze
speciali serbe sono già sul terreno in Kosovo. Quando il Kosovo dichiarerà
l’indipendenza, queste forze si uniranno agli agenti  serbi oggi inquadrati nel corpo di polizia
del Kosovo per prendere  controllo delle
municipalità a maggioranza serba. Si prenderanno cura di ripulirle dagli albanesi.
E Belgrado darà la colpa delle violenze ad elementi estremisti, di cui
professerà di non riconoscerne la paternità. La colpa maggiore sarà data
ovviamente agli USA e tutti gli altri paesi che riconosceranno l’indipendenza
del Kosovo, secondo un copione già collaudato sulle cause della morte della Yugoslavia.

Sebbene nulla si ripeta
esattamente allo stesso modo, questo scenario sembra proprio una replica della
Bosnia. Ciò che sorprende è la volontà delle potenze occidentali di permettere
che sia così. Come la Hartmann rivela in dettaglio, in Bosnia le potenze
occidentali avevano abbastanza informazioni per prevedere – e prevenire –  la tragedia di Srebrenica,  Sarajevo ed altri massacri. Sapevano che  gli architetti e i coautori  della pulizia etnica si trovavano a Belgrado.
In registrazioni telefoniche ottenute dal Tribunale, la Hartmann ha ascoltato Milosevic
congratularsi con Mladic, inebriato dal successo per la vittoria di Srebrenica,
incredulo che l’Occidente gli abbia permesso di guadagnare un territorio dove i
serbi non avevano mai vissuto prima di allora.

Cosa hanno fatto le
potenze occidentali dopo il massacro? Hanno sanzionato la pulizia etnica,
diviso la Bosnia, e si sono dimenticati della giustizia, preferendole la
sicurezza. Non hanno mai avuto l’intenzione di rischiare la vita dei loro peace-keepers
in Bosnia per arrestare Mladic e Karadzic. Sebbene sapessero sempre dove si
nascondevano, fecero finta di non sapere nulla. Cercarono perfino, come
dimostra la Hartmann, di evitare il genocidio tra i capi di accusa di Milosevic.
Privatamente la loro linea è sempre stata che furono estremisti locali i
responsabili del genocidio in Bosnia, e non Belgrado.

Pensavano che avrebbero
potuto contenere la crisi, che invece si allargò al Kosovo, dove ai
sopravvissuti non è mai stato concesso il diritto di scegliere, con un
referendum, la libertà dalla Serbia. E il nazionalismo serbo, per breve tempo
addomesticato dopo la caduta di Milosevic, è di nuovo vivo e vegeto con le sue
vecchie tattiche. Momir Stojanovic, ex direttore dell’intelligence dell’esercito
serbo, ha detto di recente al Glas
Javnosti
che gli Albanesi stanno programmando un pogrom dei serbi in
Kosovo. Questa è la stessa propaganda che preparò e giustificò il riarmo delle
milizie serbe e portò alla guerra in Croazia, Bosnia e Kosovo. E’ un segnale
molto minaccioso per i Balcani, e ci ricorda che senza giustizia non ci sarà
mai sicurezza.