La Serbia va al ballottaggio più divisa che mai
01 Febbraio 2008
Lo stemma ufficiale della Repubblica di Serbia è un’aquila bicefala. Mai come oggi questo simbolo araldico meglio raffigura la situazione politica – interna ed esterna – del paese balcanico, rimasto unico erede diretto della Jugoslavia di una volta. Al posto delle due teste del volatile, però, ora ci sono i volti di Boris Tadic e Tomislav Nikolic, entrambi protagonisti del ballottaggio per le elezioni presidenziali in programma domani. Il primo è il capo di stato uscente che cerca la riconferma e rappresenta – a parere di tutti – la spinta verso la modernizzazione e l’apertura all’Occidente. Il secondo è il candidato alla presidenza del Partito radicale serbo (SRS), ultranazionalista e molto più vicino a Mosca che a qualsiasi altra capitale europea.
Così si ripropone un vecchio scenario che vede contrapposti non solo gli stessi candidati di 4 anni fa ma anche i due elementi – innovazione e tradizione – che da sempre contraddistinguono le forti tensioni ma anche i delicati e fragili equilibri delle società nel sud-est europeo. Con l’unica differenza che stavolta si preannuncia uno scontro violento in termini di voti.
Alla vigilia di un appuntamento decisivo per il futuro della regione, ma non solo, l’incertezza fa da padrona. I sondaggi serbi – di solito poco attendibili – sono in forte dubbio su chi ne uscirà vincitore. La forbice tra i due contendenti è davvero ristretta. Numeri alla mano, l’ultima rilevazione del Centro per le libere elezioni e la democrazia – un istituto demoscopico non governativo – indica che il candidato del Partito democratico serbo Tadic ha un vantaggio di appena 100 mila voti (i consensi a suo favore oscillano tra 2,1 e 2,35 milioni, quelli del suo avversario tra i 2 e i 2,25 milioni). Una cifra insufficiente a garantirgli la piena vittoria.
Questo ballottaggio può quindi essere interpretato come un pendolo i cui movimenti saranno fino all’ultimo poco prevedibili e dipenderanno da molteplici fattori. Il primo di essi è il tipo di elettore che si recherà alle urne. Se Tadic rappresenta uno spettro più ampio di forze politiche e strati sociali, i sostenitori di Nikolic sono più compatti e più organizzati, ovvero più affidabili nel loro comportamento elettorale.
Ma cosa è successo negli ultimi quattro anni per arrivare a questa lotta all’ultimo sangue? Perché il sorriso smagliante e le maniere rassicuranti di Tadic non bastano più per bloccare il ritorno dell’ultranazionalismo serbo? La risposta sarebbe da ricercare soprattutto nella situazione internazionale. Con l’indipendenza del Kosovo alle porte, ha ripreso a manifestarsi il fantasma della trinità ‘Dio, patria e zar’, le tre dita alzate nei raduni pubblici. La maggioranza dei serbi è contraria alla secessione della provincia, anche se ormai da tempo ha capito che forse questa è l’unica soluzione possibile. Paradossalmente, però, l’innato e potente senso di orgoglio serbo sarebbe disposto a punire severamente ogni politico che si dia per vinto concedendo la sovranità a Pristina. Per lo stesso motivo, i serbi hanno rifiutato di accettare qualsiasi tipo di compromesso con l’UE sullo status del Kosovo. Con l’obiettivo di ammorbidire la posizione di Belgrado, all’inizio di questa settimana i 27 hanno deciso di non limitarsi all’impegnativo accordo di stabilizzazione e associazione, allargando le questioni discusse al tavolo negoziale al regime dei visti e alla cooperazione in campo universitario. Ciò, intendiamoci, non è stato un passo indietro, ma un gesto con cui Bruxelles ha cercato di stemperare il nazionalismo e la retorica antieuropea durante la campagna elettorale.
Se l’Unione, in definitiva, non si è voluta esporre troppo nella vicenda, il presidente russo Putin, in stile quasi imperialistico, ha di fatto imposto alle autorità di Belgrado la cessione del pacchetto di controllo del monopolista energetico locale in cambio della costruzione di una delle ramificazioni del gasdotto South Stream in territorio serbo. La posizione russa è chiara da tempo ed è stata ribadita quando Putin, dopo aver tenuto a Mosca colloqui ufficiali con Tadic, si è affrettato a ricevere anche il radicale Nikolic. Come per ribadire che il tema più importante di queste elezioni non è la scelta tra due candidati alla presidenza, ma la scelta di Belgrado tra Mosca, che si schiera in difesa della sovranità e della integrità territoriale della Serbia, e Bruxelles, che invece vuole inviare una sua missione di polizia in Kosovo ritenuta “illegittima”.
