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La sfera pubblica tra regole e comandamenti

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Il binomio religione-politica è sempre più al centro della riflessione culturale europea, come dimostrano gli editoriali dei quotidiani e l’incontrastato successo di volumi sul tema nell’ultima Fiera del libro di Francoforte.

Proprio il mondo germanico, con il giurista Ernst W. Böckenförde, è latore della tesi oggi maggiormente dibattuta, quella di uno stato liberale e secolarizzato che “vive di presupposti che esso stesso non può garantire”.  La questione dei fondamenti pre-politici delle democrazie occidentali ritorna dunque alla ribalta dopo essere stata già affrontata nel gennaio 2004 nel pubblico confronto fra Jurgen Habermas e l’allora cardinale Ratzinger.

A suo tempo, nel celebre saggio Fatti e norme (1992), Habermas aveva indagato il rapporto tra società civile e formazione della sfera pubblica. Quest’ultima, regno di quella prassi comunicativa che egli considera all’origine del funzionamento corretto di una democrazia, sarebbe principalmente interessata agli argomenti che il discorso religioso sviluppa nel tentativo di dare un volto più umano e solidaristico ai processi politici.

Come si giunge a questa rilevanza pubblica dell’elemento religioso? Secondo il filosofo tedesco, i diversi attori della società civile esprimono, ciascuno dalla sua nicchia e con codici culturali propri, degli interessi e delle preferenze. Queste entrano a far parte della sfera pubblica, ove si confrontano e se ne stemperano gli eccessi, fino a formulare una opinione pubblica, che dovrebbe diventare il contenuto della sovranità popolare, la pietra angolare della legittimità di un sistema politico democratico. Infatti, la sovranità popolare, attraverso le istituzioni parlamentari, produce poi diritto (dal fatto alla norma, per l’appunto).

Egli ovviamente non intende sostenere che il processo democratico abbia bisogno di una qualsivoglia “legittimazione etica” da parte delle religioni. Piuttosto, richiamandosi a Kant, rivendica “una giustificazione dei principi costituzionali autonoma e con pretesa di risultare razionalmente accettabile da parte di tutti i cittadini”. D’altro canto, Habermas riconosce come l’importanza e la quantità di sfide poste da quel fascio di fenomeni convenzionalmente definito “globalizzazione” richieda un surplus di virtù politiche che egli ritiene di poter rinvenire nelle grandi tradizioni religiose del ceppo giudaico-cristiano, confortato anche dall’inadeguatezza interpretativa del paradigma della secolarizzazione a fronte del recente “ritorno di Dio” nelle società occidentali.

Pertanto le regole (le procedure democratiche) e i comandamenti (della fedi religiose) concorrerebbero alla formazione di un processo democratico che, seppure naturaliter contraddittorio, sarebbe ancorato ad una visione dell’uomo-cittadino come essere relazionale (le regole rimandano a un gioco di società). Quanto lontana sia questa visione olistica e partecipativa dall’atomismo individualista del citoyen illuminista, lo si può misurare anche nella versione anglosassone di sir Isaiah Berlin col suo “liberalismo antagonistico”: pluralità inconciliabile di sistemi di valori sul piano teorico, che però “non impedisce di trovare pragmaticamente una forma di convivenza generale nella creazione di istituzioni politiche e giuridiche in grado di garantire condizioni di vita dignitose per tutti”.

Sulla scorta di tutto ciò, non fa onore a Gustavo Zagrebelsky riproporre in chiave irriducibilmente antagonista la dialettica tra Chiesa e Stato nel suo editoriale apparso su la Repubblica il 17 ottobre scorso. A dire il vero, è quantomeno azzardato riprendere una “concezione” forte della statualità, come quella descritta nel 1967 dal Böckenförde, per spiegare la nostra situazione postmoderna, dove il soggetto politico principale non è più lo Stato “forte” ma il “debole” cittadino (il primo si è de-strutturato preda delle globalizzazioni e dei localismi, delle autorità indipendenti e della governance diffusa, delle rivendicazioni identitarie e infine dei suoi stessi fallimenti in campo economico-sociale; il secondo, armato di qualche carta dei diritti e delle ondivaghe forze mediatiche dell’opinione pubblica, rincorre il velleitario traguardo della partecipazione e della mobilitazione permanenti).

Purtuttavia,  per l’ex presidente della Consulta, lo Stato con la maiuscola non ammetterebbe di essere “preceduto” da un’assiologia eteronoma, vincolando piuttosto la propria sussistenza e vitalità a una pretesa equidistanza dal fatto sociale, ovvero a una propria etica, che altro non può essere che l’etica della maggioranza. A questo proposito, già Hans Kelsen, il padre della concezione formale della democrazia, aveva fornito sorprendenti rilievi, quantunque in via riflessa e aporetica. Nel suo Essenza e valore della democrazia del 1929, il grande giurista austriaco, riflettendo sul meccanismo della maggioranza sottostante la decisione politica, sottolineava contestualmente la necessità di garantire i “diritti” della minoranza, proprio per permetterle di divenire anch’essa maggioranza un giorno e non ostruire o aggirare le regole del gioco democratico. Ma cosa sono questi diritti, se non diritti sostanziali di libertà? In un contesto rigorosamente proceduralista la regola della maggioranza funzionerebbe a prescindere dal rispetto di tali diritti, eppure vediamo come lo stesso Kelsen avesse posto dei limiti di natura sostantiva alla sua impalcatura formalista.

Per giunta, questo falso mito della neutralità dello Stato riecheggia l’avalutatività dello scienziato sociale propugnata da Max Weber: entrambe queste utopie, lo diciamo senza mezzi termini, hanno prodotto disastri, la prima rovesciandosi nello Stato etico e nel totalitarismo, la seconda erigendo la riproducibilità scientifica a unica discriminante della ricerca, il cui esito emblematico del nostro tempo è l’uomo-chimera prodotto nei laboratori britannici.

Per concludere, crediamo che la prospettiva del prof. Zagrebelsky sia adombrata dal postulato, questo sì dogmatico e “precedente”, della separazione dell’elemento religioso dalla società civile. Trattasi di una questione di cittadinanza, in quanto implicherebbe la scissione nel cittadino credente di un’identità spirituale da una meramente civile. Nulla di più sbagliato, sia sul piano logico che su quello antropologico. Il fedele non ha infatti alcun bisogno di bussare alla porta della società per farvi il proprio ingresso, una volta depurato dalle “scorie religiose”: egli è ben al di là della soglia in quanto cittadino comune, uguale agli altri, e vive nella società per il solo fatto d’essere nato, come chioserebbe per l’ennesima volta un estenuato Stagirita.  

E a nulla serve agitare gli spettri di un ritorno alla religione di Stato e alla res publica christiana, davanti a una Chiesa che ha abbracciato la libertà religiosa nella Dignitatis Humanae e ispirato gli estensori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, se non a rinverdire stantii umori risorgimentali e rosapugnardi. Siamo davvero certi che una guerra guerreggiata, anche se a bassa intensità, contro il “nemico clericale” sia la soluzione ai mali della nostra Penisola?

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1 COMMENT

  1. Grazie per avermi inviato
    Grazie per avermi inviato l’articolo. Sono assolutamente d’accordo. Il problema è come veicolare in modo efficiente ed efficace nell’opinione pubblica questi concetti che sul piano razionale sembrano inoppugnabili ed accettabili da parte di qualsiasi persona ragionevole. e’ questo il nostro vero problema !

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