La sicurezza negli aeroporti fra difesa della privacy e “body scanner”

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La sicurezza negli aeroporti fra difesa della privacy e “body scanner”

26 Novembre 2010

Si è molto discusso negli ultimi tempi, in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, di sicurezza nel settore del trasporto aereo anche e soprattutto in materia di nuove tecnologie da poter utilizzare per fronteggiare la minaccia del terrorismo.

A tal proposito è doveroso parlare dell’ormai noto body scanner. Questi dispositivi, tecnicamente chiamati anche “scanner millimetrali” utilizzano radiazioni più leggere, ad altissima frequenza, che attraversano i vestiti, ma vengono parzialmente riflesse da qualsiasi oggetto, anche non metallico e dalla pelle. Introdotti qualche anno fa come alternativa alla perquisizione da parte degli agenti aeroportuali, vennero respinti inizialmente dalla maggioranza del Parlamento Europeo nel 2008 per problemi di rispetto della privacy. Negli Usa sono già presenti in 19 aeroporti, anche se a breve verranno adottati anche in Europa e in Italia e le sperimentazioni sono in parte già partite.

Parlando del nostro paese, dopo i risultati poco soddisfacenti ottenuti con i primi body scanner, il Comitato interministeriale per la sicurezza del trasporto aereo e degli aeroporti (Cisa) presieduto dall’Enac ha deciso di avviare una seconda sperimentazione utilizzando nuovi macchinari già in uso negli Stati Uniti d’America. Dopo una prima fase della sperimentazione, che ha prodotto solo parzialmente i risultati attesi e, nella quale non sono state individuate controindicazioni per la salute e per la privacy del passeggero; il Cisa ha  deciso di avviare una nuova fase di prova, che prenderà il via all’inizio del 2011 e durerà tre mesi. Gli aeroporti scelti sono Milano Malpensa, Roma Fiumicino e Venezia, i tre che ospitano voli verso le cosiddette destinazioni sensibili( Israele e Stati Uniti ).

In materia di sicurezza aeroportuale, certamente l’Italia dovrebbe rifarsi maggiormente a quelli che sono i sistemi e gli strumenti utilizzati dagli Stati Uniti in primo luogo ma anche da altri paesi dell’UE e non solo.

A tal proposito risulta molto chiara l’analisi effettuata da Michael J.Totten, in un articolo pubblicato sul New York Post, il quale ci mostra, prendendo come spunto la propria esperienza personale, in che modo Israele provveda alla sicurezza dei propri scali aeroportuali. Negli aeroporti israeliani i passeggeri devono presentarsi tre ore prima dell’imbarco e fin qui non ci sarebbe nulla di particolarmente nuovo. La prima novità consiste innanzitutto nel fatto che tutti i terminal della compagnia di bandiera El Al sono strettamente vigilati per quanto attiene alla sicurezza. Vi sono agenti in borghese e personale in assetto di guerra (militare o di polizia), che pattugliano gli scali alla ricerca di esplosivi, comportamenti sospetti ed altre minacce in genere. Dentro al terminal, passeggeri e bagagli vengono controllati da una squadra specializzata. Le procedure richiedono, come sottolineato da Totten, che tutti i passeggeri (nessuno escluso) siano intervistati individualmente prima di imbarcarsi, consentendo al personale di identificare potenziali minacce alla sicurezza. Ai passeggeri viene chiesta provenienza, ragione del viaggio e se abbiano personalmente preparato le valigie. Israele ritiene, infatti, che i terroristi difficilmente possano evitare di tradirsi di fronte a tali interrogazioni.

I critici di questo sistema osservano in realtà che tali controlli comprendono schedature razziali, aggiungendo che questa pratica è ingiusta, irrazionale e degradante per le persone soggette a tale screening. I fautori ribattono che non vi è invece alcunché di razzista nella schedatura dei passeggeri e che un particolare esame dei musulmani può spesso essere necessario per ragioni di sicurezza.

Ma l’aspetto che in conclusione del proprio articolo sottolinea Michael J.Totten, non riguarda tanto un confronto delle misure adottate da USA da una parte e Israele dall’altra, quanto piuttosto la capacità di Israele di dare reale certezza al passeggero che sale a bordo di un aereo di essere al sicuro, di sentirsi al riparo da possibilità di attentati o dirottamenti. E questo senza l’utilizzo di apparecchiature troppo sofisticate come i body scanner.

In generale, molti sono gli appelli che giorno dopo giorno giungono dalle autorità preposte alla sicurezza del trasporto aereo in Europa. Di poco tempo fa, ad esempio, è il richiamo fatto dal numero della Iata, (l’organizzazione delle compagnie aeree), affinché i governi dell’Ue collaborino maggiormente con le linee aeree per migliorare costantemente la sicurezza dei voli.

Da alcuni anni le misure di sicurezza antiterrorismo adottate in Europa proibiscono, tra le altre cose, di portare liquidi a bordo degli aerei. C’è chi sostiene che queste precauzioni non sono giustificate. E’ proprio questo atteggiamento, fatto di dubbi, di lunghissime procedure burocratiche, che non permette ai paesi europei di tenere il passo con altri come gli Stati Uniti, nella dotazione di tecnologie all’avanguardia per la lotta al terrorismo.

Perché si è dovuto attendere così tanto prima di dare il via libera alla sperimentazione dei body scanner in Italia, quando questi in America avevano solo prodotto risultati positivi?

E quale il perché di tanti dubbi (almeno inizialmente) circa il divieto di portare liquidi a bordo? Vediamo di chiarire meglio i reali e concreti motivi che sono alla basa di questa ultima decisione.

Nell’agosto del 2006 la polizia inglese sventò un piano terroristico progettato da un gruppo di integralisti islamici che intendevano far esplodere in volo alcuni aerei di linea su rotte internazionali utilizzando una miscela esplosiva dissimulata in innocui contenitori come bottiglie d’acqua e shampoo. Da quel momento non è più consentito portare liquidi a bordo degli aerei.

Da subito, parte dei media e dell’informazione hanno contestato e attaccato l’operato dei servizi antiterrorismo sostenendo che la storia degli esplosivi liquidi fosse una trovata dei servizi segreti per alimentare artificiosamente il clima di terrore e per giustificare misure straordinarie volte a limitare le libertà individuali. Una settimana dopo il fatto, il Register pubblicava un articolo molto circostanziato che sosteneva l’impossibilità di portare su un aereo i liquidi necessari a realizzare un ordigno, tenuto conto che la miscela esplosiva andava preparata a bordo dello stesso aereo. I giornalisti del Register partivano dal presupposto che l’esplosivo fosse Tatp (perossido di acetone triciclico), altamente instabile e impossibile da trasportare in quantità adeguata tale da far esplodere un aereo.

L’analisi del Register era corretta. Ma un precedente significativo va richiamato alla nostra attenzione. Nel 1994 il terrorista Ramzi Yousef (lo stesso che aveva confezionato l’autobomba esplosa nel World trade center nel 1993 e affiliato a Sheick Mohamed – suo zio – che avrebbe preparato gli attacchi dell’11 settembre 2001) mise a punto una miscela esplosiva (nitroglicerina) che poteva essere confezionata su un aereo partendo da sostanze trasportate all’interno di banali contenitori, come quelli delle soluzioni delle lenti a contatto. Non c’è dubbio che la miscela fosse efficace: il terrorista la provò infatti con successo in un teatro e infine sul volo 434 della Philippine Airlines. L’episodio è poco conosciuto o poco ricordato, ma può aiutare a riflettere prima di liquidare come una “ trovata “ il piano del 2006. Al termine dei processi contro i terroristi, sono state diffuse informazioni molto più precise di quanto non fossero state date in precedenza. Il piano prevedeva di usare una miscela di perossido di idrogeno e non di tatp, ottenuto dalla tintura per capelli, e che aveva avuto i suoi effetti devastanti anche negli attentati della metropolitana londinese nel 2005.

E’ stato lo stesso Register a spiegare tutto in un articolo del 2008 che vuol far perdonare la gaffe di due anni prima. A scrivere, due anni fa, è stato Lewis Page, esperto in esplosivi ed artificiere, dimostrando la straordinaria facilità nel confezionamento di quel tipo di ordigni.

C’è poco da criticare e da scherzare sulle misure di sicurezza che all’epoca si decise di adottare e che ad oggi rimangono in vigore. Quando si tratta della sicurezza delle persone, delle nazioni e del mondo intero non è mai abbastanza. Misure come il body scanner (adottato negli Stati uniti) o le rigide procedure di controllo negli aeroporti israeliani, per quanto possano apparire eccessive, sono del tutto giustificate.

Molte tecniche possono essere utilizzate per rafforzare la sicurezza nei nostri aeroporti e in quelli del resto del mondo, il problema  sta nel “come” queste tecniche devono essere messe in atto.

Addestramento, esperienza del personale unito ad una ricerca costante nell’avanzamento delle tecnologie, sono ingredienti essenziali per evitare e soprattutto prevedere i propositi criminosi dei terroristi, evitando vittime innocenti sofferenza e probabilmente, alla luce di quanto accaduto dopo l’11 settembre, evitando nuovi conflitti.