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La sindrome di eternità di governo e opposizione, mentre Francia e Germania sono alle porte

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Sono andato a rileggere le ultime pagine di quel capolavoro di Federico Chabod che è la Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (Laterza, 1965). Lo si rilegge tra affanno e consolazione: l’affanno della tragedia della Patria che già s’intravede e la consolazione che sola, ormai, sa dare all’anima la storia di quella stessa Patria che si ama per i suoi momenti di splendore, si sia vinto o perduto. Ho letto là dove così si dice: “Ma consigli e impulsi, intuizioni proprie (del grande Visconti Venosta, ministro degli Affari esteri del Regno d’Italia nel 1896) e adattamento a eccitamento altrui, tutto finiva col fondersi, con l’improntarsi a uno stile, unito e continuo, e unità e continuità fondamentali ebbe in quegli anni la politica estera dell’Italia, che, dalla tranquillità e dignità dei sentimenti del Ministro e della costanza sicura dei propositi, trasse quasi l’aria antica ed era appena decenne”.

E mi vedevo, or che la Patria è ultracentenaria, il professor, avvocato, signor Giuseppe Conte, primo ministro e il signor Luigi Di Maio, ministro degli Affari esteri della Repubblica Italiana, sostituti di Visconti Venosta, i quali abbracciano Haftar, en plein air, sotto gli occhi di tutto il mondo. Abbracciano un avventuriero un tempo guerriero di Gheddafi e ora avventuriero potenzialmente con tutti e con il quale si pensa di stringer patti per procura, per descrivere i quali ci vorrebbe la penna del teorico del deep state Mike Lofgren (Deep State. The Fall of the Constitution and the Rise of a Shadow Government, Penguis Books, 2016), per così comprendere appieno come si possa finire per perdere tutto: l’onore della bandiera e la politica estera di uno Stato come l’Italia, che tutto può e che tutto deve al Mediterraneo.

Cose simili non si sono mai viste, neppure nella riconquista russa del Caucaso: lotta militare e di diplomazia sul terreno ricca di inventive e innovazioni non comuni si ebbero allora e si hanno oggi in quel plesso euroasiatico decisivo. In Libia con la visita dei due successori di Visconti Venosta si è trattato, invece, di una sorta di resa a cielo aperto. Di norma, simili eventi, ossia la liberazione di ostaggi e di rapiti crudelmente, avvengono nell’ombra. I ministri e i primi ministri non si espongono: attendono sulle piste degli aeroporti o sulla punta delle banchine portuali il giungere delle creature liberate, di solito con l’inno nazionale che suona e belle divise che sfilano, mentre pianti e grida di sospirato desio s’odono con un’acclamazione ben studiata a seconda dei messaggi che si vogliono far giungere alle folle mediatiche.

Qui non ci si è arrischiati a prosceni mass-mediatici. Il ritorno avverrà ponendo fine al dolore di decine e decine di famiglie e le parole più assennate son state dette dal vescovo di Mazara Monsignor Domenico Mogavero, il quale, riferendosi alle polemiche sollevate dalle dichiarazioni di alcuni esponenti politici che hanno parlato di “passerella” in Libia da parte di Conte e Di Maio, ha obiettato: “Non mi pare il caso trasformare anche questo momento di gioia in diatriba politica. A noi interessa che il Premier e il ministro degli Esteri siano andati lì a sancire il patto per la liberazione dei nostri pescatori, a noi interessa che adesso stanno tornando a casa”. Il vescovo lancia inoltre un appello al Governo affinché non si ripetano nuovi sequestri di pescherecci nel Canale di Sicilia: “Quanto meno portate le nostre navi della Marina Militare al limite delle acque territoriali libiche e fate sorvolare dai nostri aerei la zona al limite della no fly zone per dare il segnale che ci siamo e che non siamo disposti ad accettare ancora a lungo questi diktat del Governo di Bengasi”.

Una sorta di dichiarazione diplomatica a cielo aperto che nessuno dei due sostituti di Visconti Venosta ha avuto il tempo di commentare e che avrebbero dovuto dir loro chiaro e forte. Ma è la crisi di governo che batte alle porte, tra ultimi ritocchi alle chiusure lavorative e commerciali, improvvise e dell’ultimo minuto, mentre i negozianti, i ristoratori, i cittadini tutti e gli imprenditori non sanno quando, come, se e perché e soprattutto con quali risorse finanziarie tirar su oppure giù le saracinesche.

Un esercizio di schiena mai fatto dai molti che siedono nei banchi del Governo e che in un’altra nazione dotata di spirito civico – perché più marcatamente improntata al dover civico del lavoro per l’alta percentuale di popolazione attiva sugli abitanti – avrebbe scatenato non l’ira, ma la moderata protesta di coloro che dall’incertezza sono i più danneggiati. Ma l’Italia è, riguardo alla percentuale di popolazione attiva, tra le ultime al mondo, e questo si vede ed è questa divisione sociale e politica e culturale e morale ciò che regge, in fondo, questo Governo e consente a un pugno di compagnie di ventura che non stanno impedendo la frana pandemica dell’economia italiana manifatturiera, di rimanere a galla tra il disonore dilagante. E con lo sperpero del denaro pubblico italico e presto di quello europeo, condizionante o no ch’esso sia, a questo punto non ce ne cale nulla per il disastro che sta avvenendo.

Le compagnie di ventura stanno lottando l’un contro l’altra armate delle tecniche del governo spartitorio per dividersi le spoglie di una Patria morente; e vorrebbero anche che nella spartizione si decidesse il futuro: chi sarà il Presidente della Repubblica, chi comanderà nel Mediterraneo, chi sarà rieletto e con quale legge elettorale. Governo e opposizione sono colpiti dalla sindrome dell’eternità. Ma non vedono la polvere che avanza dinanzi a loro nel deserto. Ha le spalline aristocratiche orleaniste. Beati loro che non ne sanno nulla! È il ritorno della Francia e della Germania dei carolingi: è il ritorno dell’Impero franco-germanico. Ossia si avvicina un profondo ridisegno della carta politica europea, mentre irrompono un’altra volta gli internazionalisti del Delaware e della costa californiana: gli Usa che portano, più che la globalizzazione, un ordine transnazionale con cui l’Europa dovrà finalmente fare i conti.

E se l’Italia non comprende che piuttosto che ficcarsi le dita negli occhi capitani di ventura con capitani di ventura bisogna di nuovo fare i monumenti a Cangrande della Scala, l’Italia è finita, scompare di fatto. Perché Cangrande dominatore del veronese e del trevigiano? Ma per il suo simbolico esempio su cui il vecchio amico Hans Spangenberg, suo biografo insuperato, poneva l’attenzione: “Quando (Cangrande) ottenne – diceva – dei risultati apprezzabili per via diplomatica, ciò fu possibile solo grazie a una posizione di forza guadagnata con pesanti sacrifici. Nel periodo storico che rappresenta … il tramonto del Medioevo … malgrado lo scompiglio nei partiti e la confusione che regnava nei piccoli stati italiani, Cangrande fu capace di realizzare importanti obiettivi politici attraverso i quali si prefiggeva di attuare un’ordinata riforma statale”. Ma è proprio questo ciò che oggi manca all’Italia: l’essere in grado di ripensare a un’ordinata riforma dello Stato che abbia in cima ai suoi obbiettivi una Costituzione europea che dia uno stato di diritto al continente.

È questa l’ora che si avvicina e il primo segnale verrà dalla Francia, come ho già ricordato più volte su queste interattive pagine richiamando la leggenda del ritorno regale di Clovis (consultare l’Enciclopedia Le Garzantine oppure Wikipedia).

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