La sindrome Zapatero

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Dopo la vittoria del partito socialista nelle elezioni del 2004 in Spagna, il partito popolare e il suo segretario Mariano Rajoy sono sembrati come schiacciati dal ritmo spasmodico imposto da José Luis Rodríguez Zapatero alla vita politica spagnola. Prima il fulminante ritiro dall’Iraq e un radicale riposizionamento della Spagna nel concerto internazionale delle nazioni del dopo 11 settembre, poi il matrimonio e l’adozione per copie omosessuali e infine una modifica sostanziale delle strategie portate avanti dalla Spagna democratica per confrontarsi e accogliere i nazionalismi catalano e basco, fino ad ora mantenute nella cornice della Costituzione del 1978. Zapatero ha consentito l’avvio di un processo accelerato che ha modificato radicalmente le condizioni dell’appartenenza alla Spagna della Catalogna – dove d’ora in avanti saranno in vigore dei codici penale, civile e amministrativo separati e il “Tribunal supremo” non avrà giurisdizione. Parallelamente egli ha avviato dei contatti con la banda terrorista Eta che segnano – è importante ricordarlo – una svolta culturale nella visione del problema del terrorismo basco acquisita negli ultimi anni. In tal senso è stato letto da molti osservatori il fatto che l’annuncio del cessate il fuoco da parte di Eta sia avvenuto all’indomani dall’approvazione nella Commissione costituzionale della Camera dei deputati del nuovo statuto catalano. Lo stesso leader nazionalista catalano Carod Rovira si vanta del fatto che il suo colloquio con i terroristi all’indomani delle elezioni alla ricerca di un condivisione di obiettivi sia stato il primo passo del processo. Al contrario, il patto antiterrorista firmato nella legislatura precedente era servito a sottolineare che il problema del terrorismo dell’Eta doveva essere separato dalle aspirazioni del nazionalismo democratico e quindi richiedeva una strategia separata, e difatti Aznar aveva esplicitamente collegato la lotta contro la banda Eta alla lotta globale contro il terrorismo. Non è difficile scorgere come questa svolta affondi le sue radici sul piano simbolico nella lettura dell’attentato dell’11 marzo ad Atocha.

Tutte queste iniziative sono state avvolte da una retorica dolciastra piena di belle parole (dialogo, pace, alleanza di civiltà), all’inizio giudicate dagli avversari politici di Zapatero come infantili e inoffensive. In realtà, il discorso zapaterista mostra chiaramente il filo rosso che accomuna le sue varie iniziative e si è anche dimostrato assai efficace per far passare un nuovo modello di convivenza e di persona. Al riguardo è illuminante l’analisi pubblicata recentemente dalla Fondazione di Aznar, la FAES (Fundación para el análisis y los estudios sociales) sotto il titolo “El fraude del buenismo” (La truffa del buonismo) e curata dallo scrittore Valentí Puig. La parola buonismo sta a indicare le parole e i gesti (“lisciare la schiena ad alleati e avversari”, come scrive Puig) che compongono il discorso di Zapatero, ossia quel vago sentimentalismo del “I care” (mi preoccupa, m’inquieta) che apparentemente vuole sostituire alle passioni politiche violente un atteggiamento (“talante” è la parola amata da Zapatero) più tranquillo, più morbido e alla ricerca di compromessi. Una riflessione sui diversi piani dell’azione politica del governo (la scuola, la politica estera, il diritto) permette invece di delineare i tratti di un progetto paradossalmente massimalista ed illiberale. Sotto le sembianze del paternalismo bonario, infatti, il buonismo “porta con sé un incremento dell’abbandono del cittadino allo Stato, come combinazione di inerzie e di fiducie non contrastate”: poiché siamo tutti buoni (e il male è comunque esterno a noi), il conflitto può essere eliminato dalla vita sociale e quindi il cittadino non deve rimanere all’erta, anzi diventa come un Peter Pan tutt’al più con un capitan Uncino che bene o male è stato messo all’angolo.

Il dialogo è la terapia buonista postsocialista contro la società liberal-democratica capitalista, in contrasto con la terapia d’urto (la liquidazione del sistema) che un tempo proponeva il vecchio comunismo e che oggi propongono il movimento no global, i disobbedienti e così via. L’unico modo di lottare contro quest’insidiosa forma di ipnosi, sottolinea Miquel Porta, è sostenere che l’intesa (ossia lo scopo del dialogo) non sempre è possibile e desiderabile, e che esiste e può anche essere un dovere l’“intolleranza giusta”. Il collegamento fra buonismo-dialoghismo e relativismo dei valori è esplorato lucidamente da Fiorentino Portero, segretario del GEES (Gruppo de estudios estratégicos), che mette a nudo il buonismo internazionalista dell’alleanza delle civiltà, e da Andrés Ollero, professore dell’università Rey Juan Carlos, che esamina il buonismo giuridico, ossia la “concessione” di diritti in mancanza di fondamenti oggettivi. Ollero parla del “derecho a lo torcido” (the right to do wrong) ricordando che questa idea spiega la convinzione generale che l’aborto in Spagna sia un diritto, mentre esso continua a essere un delitto a termini di legge, esente da sanzioni penali in determinate circostanze.

Colpisce in queste riflessioni un inedito interesse fra i conservatori per l’aspetto culturale della battaglia politica in corso. La FAES, ancora molto incentrata sulla politica economica e la struttura delle relazioni internazionali, sta producendo sempre più studi sulla tradizione politica, sulla storia e sull’identità culturale della Spagna. La politica di Aznar ha avuto il suo punto forte nell’economia, mentre ha ceduto al pensiero unico del dialoghismo sugli aspetti dell’azione politica (i PACS, la fecondazione assistita) dove erano in gioco dei valori. Eppure la sua prolungata permanenza al potere poteva essere un’occasione per rompere con questo pensiero e ricostruire i ponti con una tradizione liberal conservatrice la cui reputazione è stata distrutta dalla storiografia di sinistra – alla quale appartenne Cánovas del Castillo, la cui eredità Aznar sta rivalutando – e che oggettivamente è stata interrotta in Spagna dalla dittatura franchista. L’occasione è stata mancata, e ciò spiega perché Aznar non sia riuscito ha creare una lettura di respiro profondo delle sue scelte sul piano internazionale dopo l’11 settembre nemmeno tra i suoi votanti. In mancanza di questa visione la tragedia del 11 marzo lo ha isolato fortemente persino tra i suoi sostenitori.

Può contribuire a spiegare questo grave errore strategico del governo di Aznar il ricordare che l’opinione pubblica spagnola, segnata dalla esperienza della guerra civile, ha ancora paura di guardare a viso aperto – sia pur nel confronto democratico – le differenze sul piano delle idee, ha paura dell’intolleranza giusta. A tal punto che non soltanto è ciecamente contro la guerra (senza se e senza ma) ma non sembra nemmeno pronta alle battaglie culturali. Infatti, se dal pensatoio di Aznar torniamo alla politica reale del partito popolare, è evidente che, in questi due anni, Rajoy e i suoi non hanno saputo opporre alla strategia buonista di Zapatero altro che una chiusura opaca, invece di smontarla e di provare a confrontarsi con il contenuto vero delle varie iniziative del governo, senza paura della frattura profonda che si è aperta a partire dall’11 marzo con il partito socialista. Sui giornali spagnoli degli ultimi mesi si è levato un coro unanime di critiche alla mancanza di dialogo fra governo e opposizione, che portava acqua al mulino di Zapatero poiché sembrava una conferma di quella sua insistenza nel “talante” come chiave per la soluzione dei problemi, e riservava al povero Rajoy implicitamente il ruolo del cattivo fratello che non vuole stringere la mano che gli viene tesa. Quindi la visita di Rajoy al palazzo della Moncloa, a pochi giorni dal comunicato dell’ETA, è stata salutata sui giornali come una grande svolta che aprirà la strada del “dialogo” anche tra Rajoy e Zapatero, amplificando così l’esultanza per l’annuncio dell’Eta.

Rajoy è sembrato in effetti di nuovo travolto dagli eventi: come non accettare l’invito di Zapatero ad affiancarlo negli sforzi per farla finita con le morti che insanguinano la Spagna da quarant’anni? Ancora una volta il copione e la retorica sono stati quelli dettati da Zapatero, l’“angelo buono” che veglia sulla Spagna e che dirige tutti i suoi sforzi volti a ottenere che, nel paese e nel mondo, tutti si vogliano bene e siano felici. La sua benevolenza nei confronti di Rajoy si è espressa nella decisione di partecipare personalmente insieme al leader popolare alla conferenza stampa che ha chiuso l’incontro. Rajoy è tornato a casa avendo ribadito le posizioni del suo partito di rifiuto di ogni concessione all’ETA e di ogni sospensione dello stato di diritto e della legislazione vigente nei confronti dell’ETA; ma avendo incassato il rifiuto del presidente del governo a far riferimento al patto costituzionale contro il terrorismo. Non a caso, nella lettera aperta di Francisco José Alcaraz (presidente dell’Associazione vittime del terrorismo), si sottolinea l’uso dell’espressione “processo di pace”, l’uso della parola “incidenti” per designare gli attentati e il mancato uso della parola assassini: “non ricordo quando ha chiamato per l’ultima volta assassini i terroristi della banda ETA”, scrive Alcaraz, parente di tre dei morti nell’attentato di Zaragoza del 11 dicembre 1987, nel quale morirono 11 persone fra cui 5 bambini. Per la verità, sia la sua Associazione sia Iniciativa ciudadana Basta Ya hanno puntato il dito sul distacco dalle premesse condivise all’interno del Pacto Antiterrorista che si desume dai comunicati dell’Eta e dalle dichiarazioni di Zapatero. La società spagnola si trova a un bivio così drammatico che forse renderà possibile liberarsi della efficacissima ragnatela di parole costruita da Zapatero.

da Il Foglio

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