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La sinistra e la rabbia degli ebrei

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Se negli Anni Cinquanta qualcuno avesse detto agli ebrei italiani che durante le future celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo si sarebbero bruciate bandiere israeliane, sarebbe sembrato uno scherzo di cattivo gusto. Sarebbe stato come togliere agli ebrei scampati alla strage nazista l’ultimo rifugio, l’ultima casa, perché questo è stato per gli ebrei la sinistra, ritenuta titolare della lotta per la libertà nella guerra contro il nazifascismo e che, in mancanza di qualsiasi altra casa nella diaspora, dato che la Shoah le aveva distrutte tutte, diveniva il rifugio dell’anima.

L’allenamento cui gli ebrei sono stati sottoposti dalla sinistra fa sì che lo stupore non ci sia più: abbiamo visto molto antisemitismo travestito da critica allo Stato di Israele. Piuttosto aumenta il dolore, e si tramuta in un divorzio. Guai a dire «ma i facinorosi sono solo frange». Non è vero: l’antisemitismo, quello che vede gli ebrei come cospiratori internazionali e estranei, come persecutori naturali, istintivi di palestinesi, alligna in quantità fra chi ha tuttavia l’audacia di ritenersi difensore dei diritti umani; è molto diffuso e prende la forma del disprezzo verso l’ebreo collettivo, Israele, invece che verso l’ebreo individuale.

Non a caso il trenta per cento degli italiani vedrebbe volentieri sparire Israele. La storia, sempre negata eppure così evidente, nasce con la Guerra Fredda, che ha immaginato Israele, da sinistra, come la longa manus dell’imperialismo americano; che lo ha stigmatizzato come predatore di terra araba; che ha dimenticato che a rifiutare la partizione dell’Onu siano stati i paesi che, facendo dei palestinesi uno strumento, hanno dissotterrato un’ascia di guerra che oggi viene brandita contro l

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