Home News La sinistra gioca a fare la destra. Se non è un bluff è bene scoprire le carte

La sinistra gioca a fare la destra. Se non è un bluff è bene scoprire le carte

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Il lancio della candidatura di Veltroni e l’ingresso della competizione per la segreteria del Pd nella fase finale hanno reso evidente, precisandone i dettagli, una trasformazione di fondo che da tempo si avvertiva sotto traccia nella politica italiana: i programmi enunciati dai leader del Pd e le loro scelte strategiche in merito a questioni essenziali dell’agenda politica mostrano affinità ideologiche e obiettivi d’azione che non si riflettono nelle alleanze attuali e anzi spesso le contraddicono.

Consideriamo quattro questioni che appaiono fondamentali per lo sviluppo della società italiana: spesa pubblica e strategie fiscali per sostenerla; liberalizzazioni dei mercati (lavoro, servizi pubblici locali, energia); sicurezza e politiche dell’immigrazione; riforme costituzionali. Sulla prima questione il discrimine politico corre tra chi vuole limitare il perimetro d’intervento delle amministrazioni (centrali e locali), riducendo quindi a cascata sia le attività pubbliche sia la spesa che ne consegue, e chi invece – per ragioni redistributive o per maggiore tutela sociale – vuole estendere l’arco delle prestazioni erogate dallo Stato e il carico fiscale che le finanzia (come è successo nell’ultimo anno). In materia di liberalizzazioni, la linea di separazione principale distingue chi punta a estendere gli elementi di mercato presenti nell’economia (riduzione delle attività sotto riserva, assegnazioni mediante gare, margini di flessibilità nei contratti di lavoro) da chi invece vuole mantenere intatti gli ambiti di riserva pubblica o anzi accrescere – con intenti di equità – la quota di regolazione che vincola i comportamenti sul mercato. Sulla terza questione, al campo di chi ritiene prioritario garantire in forme efficaci il diritto dei cittadini alla sicurezza si contrappone il campo di chi fissa l’attenzione sull’integrazione degli immigrati e sul miglioramento della loro qualità di vita. Infine, per quanto concerne le riforme istituzionali c’è una divisione netta tra chi vuole conservare, spesso anche alla lettera, l’impianto parlamentare e bicamerale della Carta del 1946 e chi vuole rafforzare le prerogative del Governo razionalizzando al contempo le funzioni legislative.

Su ciascuna questione le scelte di contenuto espresse dai leader del Pd si collocano – con alcune naturali distinzioni – sullo stesso lato di campo dove si allineano le posizioni manifestate dai partiti della Cdl; il campo opposto è tenuto invece dalle opzioni strategiche cui si rifà l’ala di sinistra della coalizione di Governo. Un gran numero di saggi e pamphlet scritti – per lo più in concomitanza con la nascita del Pd – dai maestri di pensiero schierati al suo sostegno precisano il nuovo orientamento strategico e lo giustificano per lo più sulla base dei rapidi e drammatici mutamenti nella vita sociale. Galli della Loggia, discutendo l’ultimo libro di Salvati che indirizza al Pd idee e proposte, si domanda (Corsera del 15/9): “ma non era questo il programma di una certa signora Thatcher?” (peraltro appena ricevuta per consigli dal neo-premier laburista Gordon Brown). Il giudizio è forse esagerato ma sottolinea il punto cruciale: in modo plateale molte scelte di contenuto contraddicono la forma odierna delle alleanze.

Non è un fatto casuale o improvviso. Il riallineamento delle visioni concernenti la società di oggi e delle terapie proposte per il suo futuro si poteva già cogliere in vari passaggi della tredicesima legislatura (1996-2001), ma nel periodo successivo l’abitudine allo scontro frontale e la gabbia del sistema bipolare e maggioritario hanno preso il sopravvento. Oggi le ispirazioni convergenti ritornano con forza: l’evoluzione degli ultimi anni (accentuata competizione internazionale che chiede incrementi diffusi di efficienza, innovazione economica e finanziaria su scala mondiale, crescenti vincoli legislativi sopranazionali, grandi fenomeni migratori, mutazioni organizzative legate all’enorme sviluppo delle reti digitali), dissolvendo – attraverso l’integrazione – tutte le nicchie che proteggono dalla concorrenza e aumentando le aspettative di vita individuali, obbliga a razionalizzare i funzionamenti dei mercati e a ripensare le prestazioni dello Stato nazionale. E’ difficile per coalizioni con piccoli margini di vantaggio, che  massimizzano il valore di ciascuna frazione anche modesta del blocco sociale vincente, realizzare le riforme ad ampio raggio, spesso dolorose, che si richiedono in una fase di trasformazione così complessa. Dalla Germania della Grande Coalizione alla Gran Bretagna del laburismo inclusivo e riformatore di Blair e Brown fino al modello Sarkozy, il tratto comune è lo sforzo di costruire innovazione sociale attraverso formule politiche di consenso largo.

In Italia un formato politico rigido, costruito in un’epoca ormai remota (1992-93) dominata da altri motivi tematici, neutralizza le ispirazioni convergenti: congela i partiti in due blocchi nemici che affermano ciascuno supremazia morale (la questione della legalità) e si negano riconoscimento reciproco, interrompe la circolazione legittimante delle idee e così, incentivando il solipsismo politico, li separa dalla società. Per inciso, il fallimento del Governo Prodi sembra dipendere soprattutto da una visione culturale (organizzazioni forti e diffuse che tengono insieme la società; alleanza fra agenzie dello Stato, che danno disciplina all’economia, grandi imprese e lavoro sindacalizzato; Europa come unico e sicuro orizzonte) ancorata a quel periodo oggi concluso e poco ricettiva alle sfide attuali.

Una fase politica di consenso largo, che riallinei le alleanze alle strategie di riforma e metta in corrispondenza i fronti politici con i campi ideologici, assume oggi un duplice significato: può fungere da premessa a un nuovo sistema di rapporti fra i soggetti politici e quindi, in sequenza, a un riordino istituzionale; può agire come presupposto per una stagione di riforme volta a incidere su inefficienze legate a interessi radicati e ad aggiornare l’economia in vista di una competizione internazionale che diventa sempre più acuta. Può essere calcolata di conseguenza come una polizza di assicurazione per i futuri vincitori bipolari: da un lato indica uno sfondo condiviso entro il quale si sviluppa l’azione di governo limitando i margini per un’interpretazione ostruzionista e distruttiva del ruolo di oppositore; dall’altro segna il perimetro di una comunità di intenti che può estendersi anche agli attori collaterali del sistema politico (media, grandi imprese, élites amministrative). (a.p.)

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