La sinistra gioca a fare la destra. Se non è un bluff è bene scoprire le carte
18 Settembre 2007
di Redazione
Il lancio della candidatura di Veltroni e l’ingresso della
competizione per la segreteria del Pd nella fase finale hanno reso evidente,
precisandone i dettagli, una trasformazione di fondo che da tempo si avvertiva
sotto traccia nella politica italiana: i programmi enunciati dai leader del Pd
e le loro scelte strategiche in merito a questioni essenziali dell’agenda
politica mostrano affinità ideologiche e obiettivi d’azione che non si
riflettono nelle alleanze attuali e anzi spesso le contraddicono.
Consideriamo quattro questioni che appaiono fondamentali
per lo sviluppo della società italiana: spesa pubblica e strategie fiscali per
sostenerla; liberalizzazioni dei mercati (lavoro, servizi pubblici locali,
energia); sicurezza e politiche dell’immigrazione; riforme costituzionali.
Sulla prima questione il discrimine politico corre tra chi vuole limitare il
perimetro d’intervento delle amministrazioni (centrali e locali), riducendo
quindi a cascata sia le attività pubbliche sia la spesa che ne consegue, e chi invece
– per ragioni redistributive o per maggiore tutela sociale – vuole estendere
l’arco delle prestazioni erogate dallo Stato e il carico fiscale che le
finanzia (come è successo nell’ultimo anno). In materia di liberalizzazioni, la
linea di separazione principale distingue chi punta a estendere gli elementi di
mercato presenti nell’economia (riduzione delle attività sotto riserva,
assegnazioni mediante gare, margini di flessibilità nei contratti di lavoro) da
chi invece vuole mantenere intatti gli ambiti di riserva pubblica o anzi
accrescere – con intenti di equità – la quota di regolazione che vincola i
comportamenti sul mercato. Sulla terza questione, al campo di chi ritiene
prioritario garantire in forme efficaci il diritto dei cittadini alla sicurezza
si contrappone il campo di chi fissa l’attenzione sull’integrazione degli
immigrati e sul miglioramento della loro qualità di vita. Infine, per quanto
concerne le riforme istituzionali c’è una divisione netta tra chi vuole
conservare, spesso anche alla lettera, l’impianto parlamentare e bicamerale
della Carta del 1946 e chi vuole rafforzare le prerogative del Governo
razionalizzando al contempo le funzioni legislative.
Su ciascuna questione le scelte
di contenuto espresse dai leader del Pd si collocano – con alcune naturali
distinzioni – sullo stesso lato di campo dove si allineano le posizioni
manifestate dai partiti della Cdl; il campo opposto è tenuto invece dalle
opzioni strategiche cui si rifà l’ala di sinistra della coalizione di Governo.
Un gran numero di saggi e pamphlet scritti – per lo più in concomitanza con la
nascita del Pd – dai maestri di pensiero schierati al suo sostegno precisano il
nuovo orientamento strategico e lo giustificano per lo più sulla base dei
rapidi e drammatici mutamenti nella vita sociale. Galli della Loggia,
discutendo l’ultimo libro di Salvati che indirizza al Pd idee e proposte, si
domanda (Corsera del 15/9): “ma non era questo il programma di una certa
signora Thatcher?” (peraltro appena ricevuta per consigli dal neo-premier
laburista Gordon Brown). Il giudizio è forse esagerato ma sottolinea il punto
cruciale: in modo plateale molte scelte di contenuto contraddicono la forma
odierna delle alleanze.
Non è un fatto casuale o
improvviso. Il riallineamento delle visioni concernenti la società di oggi e
delle terapie proposte per il suo futuro si poteva già cogliere in vari
passaggi della tredicesima legislatura (1996-2001), ma nel periodo successivo
l’abitudine allo scontro frontale e la gabbia del sistema bipolare e maggioritario
hanno preso il sopravvento. Oggi le ispirazioni convergenti ritornano con
forza: l’evoluzione degli ultimi anni (accentuata competizione internazionale
che chiede incrementi diffusi di efficienza, innovazione economica e
finanziaria su scala mondiale, crescenti vincoli legislativi sopranazionali,
grandi fenomeni migratori, mutazioni organizzative legate all’enorme sviluppo
delle reti digitali), dissolvendo – attraverso l’integrazione – tutte le
nicchie che proteggono dalla concorrenza e aumentando le aspettative di vita
individuali, obbliga a razionalizzare i funzionamenti dei mercati e a ripensare
le prestazioni dello Stato nazionale. E’ difficile per coalizioni con piccoli
margini di vantaggio, che massimizzano
il valore di ciascuna frazione anche modesta del blocco sociale vincente,
realizzare le riforme ad ampio raggio, spesso dolorose, che si richiedono in
una fase di trasformazione così complessa. Dalla Germania della Grande
Coalizione alla Gran Bretagna del laburismo inclusivo e riformatore di Blair e
Brown fino al modello Sarkozy, il tratto comune è lo sforzo di costruire
innovazione sociale attraverso formule politiche di consenso largo.
In Italia un formato politico
rigido, costruito in un’epoca ormai remota (1992-93) dominata da altri motivi
tematici, neutralizza le ispirazioni convergenti: congela i partiti in due
blocchi nemici che affermano ciascuno supremazia morale (la questione della
legalità) e si negano riconoscimento reciproco, interrompe la circolazione
legittimante delle idee e così, incentivando il solipsismo politico, li separa
dalla società. Per inciso, il fallimento del Governo Prodi sembra dipendere
soprattutto da una visione culturale (organizzazioni forti e diffuse che
tengono insieme la società; alleanza fra agenzie dello Stato, che danno
disciplina all’economia, grandi imprese e lavoro sindacalizzato; Europa come
unico e sicuro orizzonte) ancorata a quel periodo oggi concluso e poco
ricettiva alle sfide attuali.
Una fase politica di consenso
largo, che riallinei le alleanze alle strategie di riforma e metta in
corrispondenza i fronti politici con i campi ideologici, assume oggi un duplice
significato: può fungere da premessa a un nuovo sistema di rapporti fra i
soggetti politici e quindi, in sequenza, a un riordino istituzionale; può agire
come presupposto per una stagione di riforme volta a incidere su inefficienze
legate a interessi radicati e ad aggiornare l’economia in vista di una
competizione internazionale che diventa sempre più acuta. Può essere calcolata
di conseguenza come una polizza di assicurazione per i futuri vincitori
bipolari: da un lato indica uno sfondo condiviso entro il quale si sviluppa
l’azione di governo limitando i margini per un’interpretazione ostruzionista e
distruttiva del ruolo di oppositore; dall’altro segna il perimetro di una
comunità di intenti che può estendersi anche agli attori collaterali del
sistema politico (media, grandi imprese, élites amministrative). (a.p.)
