La socialdemocrazia in Svezia puzza ormai di vecchio

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La socialdemocrazia in Svezia puzza ormai di vecchio

25 Gennaio 2012

Un tempo dicevi socialdemocratici svedesi e pensavi a una forza di governo, a giganti della politica come Erlander e Palme, a un partito capace di affascinare un’intera nazione che per decenni si è lasciata plasmare e governare. Oggi quel partito non c’è più. I Conservatori sono maggioranza e i laburisti si ritrovano di nuovo senza un leader. Perché quell’Håkon Juholt scelto appena otto mesi fa per risollevare le sorti della socialdemocrazia svedese sabato scorso è stato costretto alle dimissioni.

Dimissioni che non sono state una sorpresa. Juholt viveva in una condizione di precarietà oggettiva ormai da mesi: sfiduciato da tutti e protetto solo da quei vertici che l’avevano scelto. La sua lunghissima agonia parte alla fine dell’estate, quando esce la notizia che aveva intascato rimborsi statali per le sue trasferte da parlamentare senza però averne pieno diritto. Considerato che divideva la casa di Stoccolma con la sua compagna, gli sarebbe spettato un indennizzo pari alla metà. Eppure le domande per i risarcimenti non hanno mai menzionato la presenza della donna. Juholt non è stato bravo a gestire le prime ore: si è giustificato dicendo “non conoscevo le regole”, frase da brividi che gli svedesi non gli hanno mai perdonato. Né ha saputo fare di meglio in seguito, quando si è messo in viaggio facendo comizi in ogni angolo del paese alla ricerca di una fiducia che non c’era più.

In tanti nel partito – soprattutto alla base – avevano chiesto subito che gli fossero imposte le dimissioni, ma i vertici hanno preferito aspettare. Un errore politico evidente già in autunno quando s’era capito che per Juholt sarebbe stato impossibile ricucire il rapporto con i propri elettori.

Anche perché non è che nei suoi pochi mesi di leadership, Juholt si sia distinto particolarmente. Tutt’altro: ha collezionato un pasticcio dopo l’altro. Dichiarazioni smentite, posizioni corrette, incertezze sulla linea da tenere. “Ho commesso degli errori” ha ammesso lui stesso nel corso della conferenza stampa di Oskarshamn, convocata per annunciare le dimissioni. Errori che hanno pesato, visto che secondo i sondaggi il partito laburista è precipitato dal 35% della scorsa primavera al 24% di questi tempi. Un livello bassissimo, lontano pure da quel 30,7% delle elezioni del 2010 che già era stato bollato come un disastro. Anche nelle roccaforti del nord, la gente comincia a guardare altrove.

Ma se ci si limitasse allo scandalo personale per spiegare questa crisi, si correrebbe il rischio di guardare il particolare perdendo di vista il quadro generale. Quadro che, nel caso dei socialdemocratici svedesi, è davvero ricco di problemi.

“Stiamo vivendo la crisi peggiore della nostra storia”: così Carin Jämtin, segretario di partito dei laburisti svedesi, rispondeva ai giornalisti che giovedì scorso le chiedevano come stessero andando i colloqui all’interno del Comitato esecutivo riunito per risolvere una volta per tutte la questione Juholt. Una crisi di identità, di leadership, di idee. Basta vedere come il Comitato esecutivo è arrivato alla decisione di imporre le dimissioni al suo leader. Giovedì scorso sembrava che Juholt avesse i minuti contatti. Venerdì segnali opposti: fiducia confermata. Sabato la Svezia si sveglia con una indiscrezione: Juholt si dimetterà nel pomeriggio. Così è stato. Del resto era impossibile non prestare ascolto al subbuglio che risaliva dalla base del partito. Troppi distretti volevano la testa di Juholt, troppi per essere ignorati ancora una volta. Sono stati accontentati, ma come scrive il quotidiano Svenska Dagbladet le riunioni del Comitato esecutivo hanno ingigantito la percezione di un partito in caduta libera.

E così con una conferenza stampa a Oskarshamn, in un sabato pomeriggio di gennaio, fallisce miseramente il progetto di riunire sotto la leadership di Juholt un partito lacerato. La scorsa primavera, la scelta del Comitato per le nomine di dare a lui il timone era suonata come una sorpresa. La politologa Nicole Aylott aveva riassunto perfettamente la situazione: Juholt era uscito dall’oscurità e si era ritrovato in cima al partito socialdemocratico. Era stata chiaramente una scelta di compromesso, fatta con l’obiettivo di riunire le varie anime del partito. Ma si è dimostrata una scelta sbagliata, che mette in luce uno dei problemi che i laburisti hanno da qualche anno: la scelta del loro leader. Marchio di fabbrica dei socialdemocratici svedesi era sempre stato quello di essere rappresentati da uomini carismatici. Togliendo pure dall’elenco due giganti come Erlander e Palme (che hanno guidato la Svezia e i socialdemocratici per quarant’anni, dal secondo dopoguerra al 1986), anche i Carlsson e i Persson che gli sono succeduti hanno saputo dire la loro in un panorama politico che pur stava cambiando. Dal 2006 tutto questo non esiste più. Persson lascia il partito nelle mani di Mona Sahlin che lo traghetta malamente fino alla sconfitta elettorale del 2010. Via la Sahlin e dentro Juholt, coi risultati di questi giorni.

I socialdemocratici, dunque, non sanno più scegliere il proprio leader. Non funziona il processo col quale lo scelgono perché questo processo è diventato di fatto un meccanismo blindato, una sorta di sterile liturgia politica: il Comitato per le nomine propone un nome e il Congresso lo approva. Così è stato anche la scorsa primavera. Si può benissimo dire che questo processo non funziona più. Non solo: la base lancia segnali chiarissimi, non tollera più questa pratica, non in queste forme. C’è voglia di confronto, di parlarsi, di decidere insieme.

Anche perché continuando su questa strada, il partito laburista rifiuta di prendere di petto la vera questione che si riassume nella domanda: dove andare? Orfana dei seggi di governo, costretta all’opposizione, sorpassata dalla destra su alcuni territori classici come il welfare, la socialdemocrazia svedese sembra muoversi a tentoni in una stanza buia. Da che parte andare? Virare al centro o spingersi ancora più a sinistra? Entrambe le posizioni hanno sostenitori all’interno del partito. Vada come vada, è tempo di una scelta. Rimandare troppo a lungo non è più possibile. Scriveva sempre lo Svenska Dagbladet commentando le ultime ore dell’ex leader: “Il punto non è se i socialdemocratici abbiano fiducia in Juholt: il punto è se abbiano fiducia in loro stessi”. Molti dei problemi si riassumono in questa domanda. Del resto i limiti di un partito incapace di decidere, incapace di proporre una formula nuova, sono sin troppi chiari: gli svedesi ce li hanno sotto gli occhi.

E infatti in Svezia mentre i socialdemocratici affondano, c’è un governo di centro-destra che tiene alti i consensi e propone ricette che attirano. E poi ci sono i partiti di sinistra, che stanno rubando manciate di voti ai laburisti. Salgono sia il Partito della Sinistra (mai così bene dal 2004) sia i Verdi (arrivati all’esorbitante quota del 14%). Segnale chiarissimo: gli elettori di sinistra, un tempo profondamente socialdemocratici, oggi sono alla ricerca di una nuova forza politica di riferimento.