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La soluzione liberale per i rifiuti: negoziare le localizzazioni e indennizzare i proprietari

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Nel dibattito di queste ore sulla spazzatura ammassata nelle strade di Napoli e sui ripetuti scontri tra polizia e dimostranti nei pressi di questa o quell’area destinata a diventare discarica, è possibile riconoscere un paio di equivoci assolutamente da evitare.

Da un lato, infatti, c’è chi tende a far credere che le soluzioni al problema – in Campania e ovunque – siano di tipo essenzialmente tecnico. E quindi giornali e servizi televisivi fanno a gara nel magnificare questa o quella struttura, con il risultato che siamo inondati di interviste a ingegneri ed esperti in termoutilizzatori. Perfino un impianto per la distruzione dei rifiuti come quello costruito a Brescia, localizzato di fatto in città e quindi (come capirebbe chiunque) figlio di una scelta politica indifendibile, appare oggi un modello da seguire per i fautori di una società retta da esperti. E anche ammesso che dal camino esca aria di montagna (o giù di lì), certo meriterebbe attenzione anche ciò che proviene dai tubi di scarico delle centinaia di Tir che quotidianamente portano immondizia nella periferia sud del capoluogo.

Ma un altro grave errore compiono quanti vorrebbero farci credere che se a Napoli siamo giunti a questo punto di totale caos questo si deve ad un “deficit” di politica: al fatto che manchino uomini forti e pronti a prendere decisioni. Tutti sanno, in verità, che da tempo il mondo politico partenopeo ruota attorno a pochissimi personaggi, e che è stato proprio il loro strapotere a porre le premesse per la catastrofe.

Le radici del disastro di Napoli – sommersa dalla spazzatura e avvelenata dal populismo della Casta politica locale e nazionale – sono certamente complesse, ma a grandi linee sono anche note a tutti noi. Sul tema ha scritto un articolo tanto veemente quanto ricco di buon senso l’economista Michele Boldrin nel sito NoiseFromAmerika (“La Casta, il Sud, e la Casta del Sud”), sottolineando come il fallimento del capoluogo campano dia la misura (sebbene, non c’è dubbio, alquanto ampliata nelle dimensioni) della catastrofe italiana.

Il Paese sta declinando non perché gli ingegneri non abbiano abbastanza spazio o manchino piccoli e grandi ducetti pronti a “decidere”, bensì a causa di una politicizzazione pervasiva che non soltanto corrompe gli animi, ma ormai ammorba perfino l’aria.

Quello che a Napoli è macroscopico ed eccessivo, allora, altrove assume magari dimensioni più ridotte, ma certo non per questo può dirsi assente. La malagestione della questione energetica e del problema dei rifiuti, l’arroganza dei politici che vogliono imporre e calare dall’alto soluzioni lesive dei diritti dei proprietari, il “socialismo” regionale e municipale delle mille imprese pubbliche più o meno “eco-qualcosa” (in cui si allevano i Bassolino e i Pecoraro Scanio del nostro domani) non sono fenomeni tipicamente napoletani, anche se all’ombra del Vesuvio tutto diventa eccessivo e, proprio per questo, così macroscopicamente evidente.

Un po’ ovunque in Italia e anche altrove ci si deve confrontare con la statizzazione delle questioni ambientali, ma anche con il fatto, per essere del tutto chiari, che se nessun normale cittadino può invadere i diritti altrui e distruggere impunemente il patrimonio immobiliare del vicino, questo invece è possibile per quella mano pubblica che ha il potere di localizzare a piacere gli inceneritori, le discariche e ogni altra diavoleria. È sufficiente un piano territoriale, un commissario, un assessore regionale, e accanto a voi si spalancherà un baratro maleodorante.

Non si può certo essere contrari a che i rifiuti vengano accumulati in discariche o anche bruciati, ma ovviamente (e legittimamente) ognuno anche auspica che questo non avvenga a fianco del proprio giardino. Gli “effetti NIMBY” (acronimo di Not In My Back Yard, ovvero sia “non nel mio cortile”) a Napoli producono scontri con la polizia e battaglie campali, ma anche altrove scatenano forti tensioni. E molto spesso quando tutto scivola via liscio e senza problemi è soltanto perché vi sono aree dove la società civile è spenta e assuefatta, la stampa addomesticata e l’opposizione è complice di quanti governano.

La retorica “repubblicana” vede nel civismo e nella determinazione ad immolarsi per l’interesse generale l’unica maniera di aggirare tali difficoltà. Non a caso, quanti sposano una simile tesi ritengono che sia necessario e opportuno predisporre (o salvaguardare) un sistema di manipolazione culturale che costruisca cittadini devoti, elettori puntuali, e magari anche – in certe circostanze – soldatini ubbidienti. Sicuramente, contribuenti fedeli e, se possibile, lieti di contribuire al bilancio pubblico e perfino di essere invasi da cattivi odori e rumori infernali se questo giova alla salute pubblica.

Esiste, però, anche una soluzione liberale: ed essa parte dal più rigoroso rispetto dei diritti di proprietà. Inceneritori e discariche sono strutture fondamentali nella nostra società, e nessuna persona assennata può seriamente immaginare di eliminare i consumi che sono all’origine di tale mostruosa produzione di spazzatura di ogni tipo. Ma quanti sono interessati a gestire tali attività devono rispettare i diritti altrui e quindi possono costruire i loro impianti tanto invasivi se (e solo se) hanno ottenuto il consenso di quanti saranno danneggiati. È quindi necessario che le imprese negozino e quindi prospettino un “pacchetto” appetibile.

Ovviamente nessun termoutilizzatore in quanto tale può essere appetibile, ma è pur vero che ci sono tecnologie arretrate e altre che invece sono all’avanguardia; senza considerare che è possibile dare garanzie sull’affidabilità della struttura. E poi è necessario che la proposta sia accompagnata da una compensazione economica che renda davvero interessante accettare che a lato del proprio cortile sorga una struttura  tanto fastidiosa e inquinante, facendo di ciò una opportunità.

Coloro che hanno interesse a realizzare una discarica dovrebbero quindi negoziare con coloro che sarebbero danneggiati dall’iniziativa: ovvero, i primi dovrebbero offrire garanzie tecniche precise ai secondi e, soprattutto, assicurare un’adeguata contropartita economica. Chi conosce l’analisi economica del diritto sa cosa sia il teorema di Coase e si rende perfettamente conto che simili considerazioni non sono nient’altro che uno sviluppo assai prosaico di quelle riflessioni pionieristiche. Per convincere la popolazione di Pianura – ammesso che ciò sia possibile e che invece non convenga rivolgersi altrove – bisogna arrivare da loro con progetti che essi possano giudicare attraenti e compatibili con la loro realtà; in particolare, bisogna offrire loro compensazioni che la gente del luogo ritiene allettanti. E poiché essi possono non essere interessati ad essere “invasi” da tale progetto, bisogna avere un ventaglio di possibilità ed essere pronti a cercare un altro sito: ancora una volta disposti a mettere mano al portafoglio e a dare alla gente tutte le assicurazioni che desidera. In fondo, lo stallo di Pianura, come già quello di Serre solo pochi mesi fa (ma situazioni analoghe ci sono in molte altre parti d’Italia, e non solo nel Sud), ci dice che quanti pretendono di pianificare il territorio condannano ogni iniziativa al fallimento. Tanto più che in una società come la nostra è impossibile gestire problemi come quelli ambientali senza costruire un ampio consenso intorno ad ogni scelta.

Non che la negoziazione, oggi, sia del tutto assente. Purtroppo, però, il più delle volte riguarda in maniera assai marginale i veri danneggiati (gli abitanti della zona e in particolare i proprietari dei beni immobili dell’area interessata). In linea di massima abbiamo un’impresa a capitale pubblico che ottiene il consenso di un’amministrazione garantendo una gran quantità di denaro, destinato unicamente ad irrobustire il bilancio comunale e a rafforzare la posizione di quanti amministrano la località. Si tratta di un gioco tra politici, caratterizzato dal modificarsi di alcune poste di bilancio. È quello che successo ad esempio a Parona, dove Lomellina Energia (controllata dalla municipalizzata bresciana Cogeme) ha realizzato un grosso termodistruttore e per ottenere il consenso dei politici di quel piccolo centro ha garantito di versare ogni anno al Comune una quota percentuale del proprio fatturato. Negli ultimi tempi si è trattato di più di 2 milioni di euro ad esercizio, i quali finiscono per rappresentare un aumento del 50% del bilancio comunale. Risultato? Una serie di spese e investimenti più o meno condivisibili, più o meno opinabili.

Assai meglio sarebbe dare la decisione sull’utilizzo di questi soldi non già al ceto politico locale, ma invece alle famiglie stesse. Parona conta meno di duemila abitanti, e quindi sarebbe possibile fin da ora destinare una media di 4 mila euro a famiglia, quale “indennizzo” del danno subito. Poiché – salvo la possibilità di un rinnovo – la durata dell’impianto è prevista essere 15 anni, ogni gruppo familiare riceverebbe una discreta somma: forse non inadeguata a compensare i disagi subiti. Di fronte alle difficoltà a realizzare impianti di ogni genere, una norma che obbligasse a destinare ogni eventuale indennizzo direttamente alle famiglie dell’area coinvolta sarebbe già un primo passo verso la soluzione del problema. Ma ci sono politici in Italia che abbiano la voglia di condurre tale battaglia?

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