La Spagna ricorda gli attacchi di Madrid ma non tutta la verità è venuta a galla

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La Spagna ricorda gli attacchi di Madrid ma non tutta la verità è venuta a galla

11 Marzo 2010

Madrid, 11 marzo 2004, ore 7.37. Sono passati 6 anni dal sanguinoso attentato avvenuto nelle stazioni madrilene di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia. Una strage che ancora oggi nasconde degli enigmi e fa venire a galla i dubbi di una sentenza che in alcuni punti sembra aver sorvolato questioni sostanziali del processo. Per molti, dietro tutto questo ci sarebbe solo la volontà di chiudere al più presto un terribile capitolo della storia spagnola, anche al prezzo di non riuscire mai a sapere tutta la verità. Proprio come è avvenuto durante la Transizione dal franchismo, in cui certi panni sporchi sono stati seppelliti per anni per riuscire, d’una volta per tutte, a voltare pagina.

Se è vero che l’“11-M” è oggi una sigla che serve a non dimenticare le 192 vittime e le circa 2mila persone ferite dalle esplosioni sui treni di Cercanias, essa è diventata anche il sinonimo di una fase durata 6 anni di sospetti contro il governo, la magistratura e le forze di polizia. Recentemente, un video diffuso dal quotidiano El Mundo ha messo in discussione la tesi ufficiale del massacro, quella che sostiene che ad organizzare l’attentato sia stata esclusivamente una cellula islamica, mentre rimette in gioco l’ipotesi di una qualche implicazione dell’organizzazione terroristica ETA.

Dopo 3 lunghi anni di inchieste e gli appena 4 mesi e mezzo di tempo del maxiprocesso per la strage di Madrid, nel 2007 la Audiencia Nacional riconosceva colpevoli 21 dei 29 accusati con pene dai 3 ai 40mila anni di carcere. Tra loro, neanche una delle “menti” degli attentati. Tre indiziati vennero condannati direttamente per le stragi: un asturiano e un nordafricano come “collaboratori essenziali” e un altro arabo come unico autore materiale per aver piazzato gli zaini colmi di esplosivo nei treni. Gli altri 18 individui vennero incarcerati per generica appartenenza ad organizzazione terroristica, senza riuscire mai a dimostrare il loro collegamento con gli attacchi. Ben 8 persone sono state assolte da tutte le accuse, incluso Rabei Osman Sayed “L’Egiziano”, indicato dalla polizia italiana come ispiratore del massacro in base ad alcune intercettazioni telefoniche.

La sentenza si basa su una ricostruzione che, almeno nell’apparenza, non fa una piega: gli islamisti si mettono d’accordo con Emilio Suárez Trashorras, minatore asturiano con problemi di schizofrenia, per poter rubare il materiale esplosivo dalla miniera “Conchita”. La dinamite viene trasportata a Madrid dove, disposta in alcuni zaini anche con la collaborazione di Otman El Gnaoui, viene piazzata in diversi punti dei treni da Jamal Zougam. Al minatore spettano 35mila anni per essere stato “collaboratore essenziale”, a El Gnaoui altri 40mila mentre Zougam viene considerato l’unico autore materiale della strage e, per questa ragione, subisce una condanna ad oltre 40mila anni di carcere. Non potendo dimostrare la presenza di altri autori materiali (se non i 7 presunti terroristi morti negli attentati), la sentenza afferma che Zougam abbia messo da solo i 12 zaini-bomba in 4 vagoni diversi.

Durante il processo non sono mancati i colpi di scena e le accuse di falsificazione e manipolazione dei dati da parte di alcuni investigatori della scientifica spagnola (TEDAX) che ora sono sotto processo. I poliziotti del Tedax, tra l’altro, avrebbero cambiato più volte versione nei loro report per poter dimostrare che il tipo di esplosivo era di tipo “Goma2 Eco”. Nonostante la sentenza abbia ammesso la manifesta impossibilità di definire il tipo di esplosivo, il tribunale ha abbracciato comunque la tesi secondo cui le esplosioni furono provocate da quel tipo di dinamite. Visto che la “Goma2 Eco” non è un tipo di materiale esplosivo utilizzato dall’ETA, questa versione è stata la principale ragione dell’esclusione di ogni coinvolgimento della banda terrorista basca e la conferma dell’implicazione dei fondamentalisti islamici.

Ma un video pubblicato appena qualche giorno fa sul giornale El Mundo fa crollare tutto d’un botto la sostanza dell’impianto accusatorio. Dopo un lungo tira e molla a causa del segreto istruttorio imposto dal tribunale, il quotidiano El Mundo ottiene il video sulla perizia indipendente realizzata il 6 febbraio 2007 che analizza i resti del materiale esplosivo scoppiato nei treni. Nella registrazione si vedono 2 periti della polizia, 2 della Guardia Civil e 4 esperti rappresentanti delle parti in causa in un laboratorio mentre scoprono i resti di “dinitrotolueno” (DNT), un idrocarburo presente solo nel Titadyn, esplosivo largamente utilizzato dalla banda terrorista ETA e diverso, nella composizione chimica, dalla “Goma2 Eco”. Di conseguenza, il materiale esploso nei treni non è necessariamente la dinamite rubata nelle Asturie. Almeno non si può provare con certezza. Il fatto poi che il nastro fosse stato volutamente non considerato dal tribunale come una prova e che era stato archiviato con un nome e in un posto diverso da tutte le altre prove, non fa altro che aggiungersi ai misteri legati alla vicenda. Volente o nolente il filmato, in qualche modo, dà adito sia agli amanti delle tesi complottiste che a coloro che, durante tutto il processo, hanno messo in guardia dagli errori giudiziali e dalla superficialità con cui i giudici avrebbero affrontato alcune questioni particolarmente spinose.

Ma la dinamite esplosa non è l’unico argomento su cui molti analisti mettono un grosso punto interrogativo. Sulla questione del furgone ritrovato a poche ore dagli attentati in seguito ad una chiamata anonima, i giudici non hanno mai considerato le dichiarazioni delle squadre cinofile che considerano “impossibile” che gli zaini esplosi sui treni fossero stati messi nel furgone perché i cani non avevano odorato la presenza di materiale esplosivo a bordo. In certi punti la sentenza dà per scontate alcune evidenze, ma poi si contraddice e sorvola sul merito, come nel caso della composizione chimica della dinamite o della falsa testimonianza e manipolazione delle prove degli agenti della polizia (ora sotto accusa). Poi ci sono le dichiarazioni dei testimoni: alcuni cambiano idea più volte, ma vengono comunque considerati affidabili; altri invece riconoscono uno degli attentatori nello stesso momento ma in diversi posti del treno; alcune prove sarebbero state falsificate ma il tribunale non si è mai domandato chi e perché avrebbe avuto interesse a falsare le prove. Per non citare del fatto che, contravvenendo alla Ley de Enjuiciamiento Civil, sia le prove del laboratorio che gli stessi treni esplosi l’11 marzo sono stati prontamente eliminati. E così via.

Ancora più paradossale, infine, è il fatto che i giudici non sono riusciti a risalire né a colui che ha ideato gli attentati né alla persona che li ha organizzati così minuziosamente da riuscire a commettere una strage di tale entità. Gli unici accusati per gli attentati sono uno schizofrenico e due nordafricani (ex tossicodipendenti) riconosciuti solo da tre persone (su centinaia di testimoni) nei treni. Nessuna mente organizzatrice, quindi. Nessun movente apparente se non quello di far impedire a Aznar di andare per una terza volta al governo in Spagna.

Appena 3 giorni dopo gli attentati si sarebbero tenute infatti le elezioni generali. Delle consultazioni politiche in cui, secondo tutti i sondaggi, il PP avrebbe conquistato una ampissima maggioranza e avrebbe ottenuto ancora maggiore potere in Parlamento. Fin dalle prime ore degli attentati, il presidente Aznar sostenne con decisione la versione che a causare la strage nella stazione di Atocha fosse stata l’organizzazione indipendentista basca, visto che il governo aveva fino ad allora portato avanti una ferrea politica antiterrorismo e aveva chiuso ogni possibilità di dialogo con la banda. Solo col passar delle ore si andò rafforzando la tesi dell’estremismo islamico, non senza contraddizioni, smentite e fuga di informazioni. L’ex presidente Aznar si difese sostenendo che, in quelle circostanze e visto quanto gli veniva trasmesso dai vertici della polizia, era l’unica ipotesi che all’epoca sembrava plausibile. L’opposizione lo accusò invece di aver strumentalizzato la strage e di aver nascosto la verità agli spagnoli solo per paura di perdere voti. Ora sembra invece che la frittata si sia ribaltata.

“A quasi 6 anni dalla tragedia non riusciamo ancora a rispondere a questioni elementari come chi ha organizzato l’attentato e perché l’ha fatto” scrive un editoriale del quotidiano online Libertad Digital, una voce fuori dal coro che accusa la classe politica e i media spagnoli di aver stabilito un patto trasversale per riuscire a chiudere in qualche modo un capitolo che ha scosso la Spagna e l’Europa intera. Si tratta della stessa accusa che ripete ormai da anni Luis del Pino, giornalista diventato uno dei maggiori esperti della vicenda dell’11-M. Lo stesso che, dopo aver abbandonato l’ipotesi che ad organizzare l’attentato sia stata solo l’ETA, ora si diletta a lanciare la tesi del “colpo di Stato interno o esterno” dei servizi segreti con l’unico obiettivo di impedire che il governo Aznar tornasse al potere. A molti critici fa pensare, se così si può dire, che tutta la classe politica continui ad evitare di commentare le non poche contraddizioni e lacune della sentenza e la danno per buona nonostante il clamoroso video della perizia. Il fatto poi che il Partido Popular – relegato all’opposizione fin da quel fatidico 14 marzo – abbia contribuito alla politica dei bassi toni (quando invece potrebbe sfruttare la notizia per cavalcare l’onda delle lacune della sentenza che, anche solo in parte, darebbe ragione all’ex premier Aznar), rafforza coloro che denunciano il silenzio dei media in nome di una “pacificazione” sociale e politica a tutti i costi.

Forse la verità non verrà mai a galla. O forse mancano solo alcuni pezzi del puzzle ma il quadro rimane integro. Nelle stragi di massa nessuno si considera mai pienamente soddisfatto, specialmente quando scavare più a fondo nelle macerie rischia, in ogni modo, di riaprire ferite che a stento riescono ancora a rimarginarsi.