La spending review rimarrà un’utopia se gli statali resteranno “intoccabili”

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La spending review rimarrà un’utopia se gli statali resteranno “intoccabili”

La spending review rimarrà un’utopia se gli statali resteranno “intoccabili”

11 Gennaio 2012

Una delle chiavi di vittoria dei Tories di Cameron alle ultime elezioni inglesi è stato l’annuncio di un gigantesco piano di tagli alla spesa pubblica, per ricondurre il bilancio statale a livelli più sostenibili. Il rapporto spesa pubblica/PIL del Regno Unito è, infatti, costantemente aumentato negli ultimi anni, passando dal livello minimo del 35,2%, fatto registrare nel 1990, anno in cui Margaret Thatcher si dimise da Primo Ministro inglese, al 45,5% nel 2010, anno in cui è terminata l’era laburista di Tony Blair.

Per abbattere la "dote" di 10 punti percentuali di aumento del rapporto, lasciatagli in eredità dal governo sociale riformista, Cameron ha affidato al suo Ministro del Tesoro, George Osborne, il compito di avviare una accurata analisi dei costi e delle inefficienze che si annidano nella pubblica amministrazione inglese, con l’intento di procedere alla loro eliminazione, anche utilizzando un sondaggio on-line, pubblicato sul sito del ministero del Tesoro, dove ai contribuenti è stato richiesto di suggerire possibili ambiti d’intervento. Il sondaggio si è risolto in un successo, per l’alto numero di risposte pervenute, raccolte in un elenco ora al vaglio di Osborne.

Questo processo di lavoro prende il nome di "spending review", letteralmente "revisione della spesa", uno strumento economico che mira ad intervenire in maniera chirurgica sui vari capitoli di bilancio, contrapposto alla logica dei famosi tagli lineari di tremontiana memoria, che invece hanno l’obiettivo di dare a tutti gli enti pubblici una sforbiciata per uno stesso valore percentuale. Una filosofia, più che una tecnica, un modus agendi, più che un procedimento burocratico e che Osborne ha tradotto subito in un programma economico di governo che prevede i seguenti punti chiave: tagli alla spesa pubblica per 81 miliardi di sterline nei prossimi quattro anni; tagli ai ministeri per un importo medio pari al 19%; taglio di 7 miliardi di sterline sul welfare state, inclusi i benefici fiscali e taglio del 7% agli enti locali. A regime, il governo ha calcolato che dal 2012 al 2015 il settore pubblico vedrà una riduzione di 490.000 dipendenti pubblici.

Ora, anche il governo Monti si appresta ad affrontare la spending review del bilancio italiano. Il ministro Giarda, sicuramente uno dei maggiori esperti in materia di spesa pubblica, anche grazie al suo passato da sottosegretario all’Economia maturato sotto il governo Prodi, ha recentemente dichiarato che il rapporto sulla spesa pubblica sarà pronto entro la fine di gennaio, e che da questo partirà la maxi-operazione di tagli selettivi, che dovrebbe portare, sempre secondo le parole del ministro, a un risparmio complessivo che va dai 5 ai 15 miliardi di euro, pari a 2 punti percentuali di riduzione, in termini reali, fino al 2014.

Potrà l’Italia perseguire l’obiettivo della riduzione di spesa pubblica attraverso la spending review, copiando il successo anglosassone? La risposta, purtroppo, è negativa. Non tanto per mancanza di volontà, quanto per impossibilità di utilizzare la leva del licenziamento nel settore pubblico come strumento per raggiungere l’obiettivo. La componente di redditi da lavoro dipendente, infatti, pesa per circa il 26% sul totale delle spese correnti al netto degli interessi. Un altro 44,5% del peso totale è rappresentato dalle prestazioni sociali, che la draconiana riforma Fornero ha già pensato a tagliare pesantemente. Rimane poco meno del 30% di spesa potenzialmente aggredibile. Solo potenzialmente, poiché molte delle spese relative ai consumi intermedi sono necessarie al funzionamento delle strutture (e quindi dipendenti ancora una volta dal numero di dipendenti pubblici) e, pertanto, il margine di riduzione potenziale si assottiglia ulteriormente. Bene l’intento, ma difficile applicarlo, questa la sostanza.

In sintesi, si può parlare dell’esistenza di due tipi di spending review, una che considera, in un ottica d’efficienza imprenditoriale, il numero e la qualità del pubblico impiego come una variabile di scelta, l’altra che considera lo stock di personale pubblico come un dato immodificabile del sistema. La possibilità di licenziamento, prevede, tra le altre cose, la possibilità di velocizzare il turn-over dei dipendenti pubblici, consentendo a molti giovani preparati di accedere ad alcune posizioni che attualmente, è perfino inutile ricordarlo, sono delle vere e proprie posizioni di rendita occupate da personale non all’altezza del ruolo, fuori mercato in termini di competenze e che solo in base al criterio dell’anzianità hanno progredito nei vari livelli di carriera.

Quando, nei prossimi mesi, sui giornali la spending review diventerà un tormentone sarà richiesto ai partiti di dare il loro parere favorevole a modificare l’anacronistica regola, unica in tutto il mondo, dell’intoccabilità dei dipendenti pubblici. Si chiederà loro anche di collaborare nell’individuazione delle aree dove poter ridurre la spesa. E’ bene che le forze politiche si organizzino già da ora per offrire un contributo necessario alla risoluzione definitiva di questo problema.