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La speranza somala

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Quello che gli italiani capiscono dai loro telegiornali sulla guerra in corso in Somalia è, con qualche sfumatura, quanto segue: “il valoroso popolo somalo resiste contro l’invasione dell’eterno nemico etiope, che spalleggiato dai bombardamenti americani, sta cercando di spazzare via dal paese le Corti Islamiche, giunte al governo di Mogadiscio dopo anni di instabilità”.
Le cose stanno in modo molto diverso e vale la pena ricordarle perché la Somalia è uno dei fronti più avanzati della guerra contro il terrorismo.

L’arrivo al governo degli islamisti somali è stato solo il punto finale di un processo che da anni ha portato la Somalia ad essere terra d’asilo e di manovra del terrorismo fondamentalista e in particolare di al Qaida, sostituendosi nel ruolo un tempo svolto dall’Afganistan dei Talebani. Le Corti Islamiche sono strettamente intrecciate all’ala africana dell’organizzazione di Bin Laden ed è in Somalia che operano alcuni dei più ricercati terroristi internazionali a partire dai responsabili dell’attentato alle ambasciate Usa in Kenia e Tanzania nel ’98 fino agli assassini di suor Leonella nel 2006, passando per assalto al cacciatorpediniere americano Cole nel 2000. Erano infatti questi gli obiettivi dichiarati del raid americano dello scorso week end nel sud della Somalia.

Non è un caso se l’ultimo messaggio pubblico del numero due di al Qaida, Abu Mussad Al Zarqawi chiedeva ai somali di immolarsi per il trionfo della jihad islamica contro il nemico americano.

Bisogna anche ricordare che l’Unione delle Corti Islamiche ha preso il potere nel giugno scorso all’insegna di una rigida applicazione delle leggi coraniche che in un paese non fondamentalista come la Somalia ha presto creato insofferenza e ostilità nella popolazione.

E’ in questo quadro che il Pentagono ha prima sostenuto l’intervento dell’Etiopia a sostegno del governo ad interim somalo per cacciare le Corti Islamiche da Mogadscio e poi – dopo i primi successi militari sul terreno – ad intervenire direttamente su obiettivi mirati.

La situazione sul campo oggi è certamente migliorata, a Mogadiscio è arrivato il presidente solmalo Abdullahi Yusuf, mentre le Corti Islamiche sono strette d’assedio sul confine keniota. Certo una soluzione per il Corno d’Africa è di la da venire e la prospettiva che in Somalia si crei una forma di insorgenza terroristica sul modello irakeno è spaventosa e ancora possibile. Quello che andrebbe notato è però che sul fronte della guerra al terrorismo – in un quadro generale difficile e in alcuni casi di resa – il caso somalo desta qualche speranza, almeno quella di non perdere ancora terreno a favore del nemico. Anche i Tg nazionali, tra un panino e l’altro, potrebbero fare lo sforzo di capirlo e farlo capire.

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