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Premio Letterario Coppedè/1

La sposa senza tempo e l’incantesimo di Coppedè

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Roma è la città dei tesori nascosti. Uno di questi è il 'Coppedè', quartiere situato tra via Salaria e via Nomentana, uno degli esperimenti architettonici più originali intrapresi nei primi decenni del Novecento. Interamente progettato dallo scultore fiorentino Gino Coppedè a partire dal 1913, offre un paesaggio unico nel panorama artistico della Capitale, nella splendida cornice del Liberty e dell’Art Déco. Una perla nascosta in una zona poco battuta rispetto ai più usuali percorsi culturali e turistici della città. Ed è per questo che l’Assessorato alle Politiche culturali del Comune di Roma, l’Associazione culturale 'The Corner' e l’agenzia Barrio hanno ideato il 'Premio Letterario Coppedè', un concorso per scrittori esordienti di tutta Italia. Storie evocative che prendono vita nel quartiere e lo raccontano in tutte le sue misteriose sfumature. Proponiamo ai lettori de L’Occidentale una selezione di undici racconti dedicati a questo suggestivo luogo della Capitale.

Coppedè era uno strano quartiere. Ogni mattina alle 7.45 in punto, Coppedè si stiracchiava con il signor Zagarese che apriva le imposte e guardava compiaciuto la sua bandiera appena increspata da un venticello ancora fresco.

Era un ambasciatore, o meglio, credeva di esserlo. La cosa buffa era che, nella notte fra il ventesimo e il ventunesimo giorno di ogni mese, ammainava la bandiera esposta e ne tirava su un’altra. Tutte le volte che cambiava la bandiera, entrava nella nuova parte: ora era il diplomatico del Congo, ora degli Stati Uniti, ma, sicuramente, gli riusciva meglio di tutti essere l’ambasciatore del Regno Unito. Lo si capiva dalla sua innata eleganza british. Era sempre in frac con quel cilindro lucido nero in testa e un bastone con il pomello bianco in avorio. Non importava che facesse caldo, ci sudava anche in quel cappello, ma lui lo avrebbe sempre portato, proprio come il suo "compagno" orologio da taschino, che scandiva le giornate con quell’invadente ticchettio. Appena alzato, dopo aver trascorso almeno dieci minuti a sistemare la sua pochette, scendeva in strada. Lo potete immaginare il signor Zagarese, con il passo lento, tutto impettito, che si ripeteva il suo discorso solenne come una Ave Maria. Ora passava davanti alla villetta della dottoressa Farnesina e rubava un fiore da mettere all’occhiello e poi, giunto al "villino delle fate", controllava la precisione del suo orologio con quello solare fregiatovi sopra, mai sia qualcuno gli avesse rubato il tempo. Ed eccolo arrivare alla fontana centrale, a piazza Mincio, era lì il suo appuntamento.

Mentre il nostro Zagarese, seduto sulla panchina, aspettava, ripetendosi il discorso per l’incontro importante, intorno cominciava la giornata. Dalla posizione in cui era, godeva di una ampia visuale, circolare come la fontana delle rane. Alle nove in punto, i bambini della scuola materna "Strega comanda colore", erano in fila ed aspettavano il comando della maestra Tina. E, dunque, ognuno al proprio turno, proferivano la propria classe di appartenenza, e, la maestra controllando che fosse esatta, li faceva entrare uno ad uno. Il nostro ambasciatore non capiva come fosse possibile che questi bambini, così cresciuti, fossero ancora alla scuola materna. E si diceva "ma quel ragazzetto biondino non ha superato ancora l’anno", non riusciva a capire. Ecco che, proprio in quel momento, passava la signora Torlonia la quale, seguita al guinzaglio dalla sua fedele colombina, sbriciolava il pane appena comprato, per le colombe "senza tetto", così le chiamava, e, rivolgendosi alla sua Rori, sussurava :"loro sono meno fortunate di te".

La signora Torlonia non era proprio un bel vedere. Pur avendo ormai oltrepassato i sessanta, andava vestita come una ragazzina. La vedevi, tutta ingioiellata, con le calze a rete e una gonna cortissima, tacchi a spillo, il seno strizzato da un corpetto in pelle e una fluente parrucca bionda. Sembrava come se per lei il tempo si fosse fermato e non c’era nulla che le potesse far cambiare idea. Ma non è che cercasse di nascondere l’età attraverso uno stile, per così dire, giovanile. No, lei era convinta di avere ancora 20 anni. Lo specchio rifletteva  la sua immagine di donna ancora acerba. A dire il vero, Coppedè  era abitato da strane persone, tutte rispettabili, badate bene, ma ciascuna colpita da una strana sindrome che aveva a che fare con il tempo. Era come se tutti gli abitanti fossero bloccati, ostaggi di un tempo fermo. E una ragione, per essere onesti, c’era.

Tutto accadde il 12 maggio di un ormai lontano 1972, la data fissata per le nozze della signorina Ingravalle. Era una bellissima giornata di primavera a Coppedè, e, chi ci è stato lo sa, la primavera lì, è tutta un’altra storia. E’una esplosione di colori, come fuochi d’artificio che formano ragni di luce colorata in mezzo al cielo. C’era il lilla dei glicini che, arrampicandosi ovunque, creavano dei drappeggi naturali in ogni angolo, tende tese da robusti fusti chiari; vi erano le calle che, con i colli lunghi, spuntavano, come donnette incuriosite, dal muretto della villa della dottoressa Farnesina. Alcuni la chiamavano la villa delle calle. Si vedevano grandi siepi di ibiscus rossi, fiamme alte ai lati delle strade. E ancora, il blu intenso dei rododendri che, formando dei cespuglietti qua e là, si abbracciavano con quelli delle margherite, ce n’erano di tutti i tipi. E poi, si poteva rimanere ipnotizzati dal profumo di vaniglia dei gelsomini, aggrappati ai cancelli in ferro battuto, e da quei giochi di farfalle che si rincorrevano qua e là  per i giardini in una eterna danza d’amore. La signorina Ingravalle, quel giorno, era stata svegliata da un dispettoso raggio di luce che era riuscito ad entrare tra le imposte. Subito sgranò gli occhi impaurita, aveva il terrore di non riuscire a prepararsi in tempo per il gran giorno. Così iniziarono i preparativi, tutte le donne di casa avevano un compito, chi doveva stirare il vestito, chi pettinare la sposina, chi fare le fotografie, chi assicurarsi che le colombine fossero tutte nelle gabbie già fuori la Chiesa. Ed ecco che la sposa era pronta, con il suo velo lunghissimo in pizzo di burano, antico cimelio tramandato dalla nonna Graziella, e con un bouquet di lavanda e gelsomini appena raccolti. Entrata in Chiesa, quasi soffocata, in una morsa affilata, dagli sguardi dei presenti, la sposa si accorse che non c’era nessuno all’altare. Il promesso sposo non c’era.

Fu proprio in quel momento che a Coppedè si spezzò qualcosa. I mille pezzi in cui il cuore della sposa si frantumò, tagliarono il tempo in uno strappo profondo e da allora si formò una crepa. Così a Coppedè il tempo non passava. Rimanendo sempre fermo in quel giorno, le vite dei suoi abitanti salirono su una giostra, di quelle circolari con i cavalli e le carrozze che girano in un movimento statico perpetuo, che non porta da nessuna parte. Ebbene, in quel difetto del tempo si nascosero tutti i desideri. Ecco perché il signor Zagarese credeva di essere un ambasciatore, era la sua ambizione di sempre, ed ecco perché lo specchio della signora Torlonia avrebbe sempre riflettuto la stessa immagine di giovane donna: finalmente poteva vestirsi come aveva sempre desiderato. Era quello il motivo per il quale quei ragazzini "così cresciuti" continuavano ad andare nella stessa classe ogni anno: lo strano sogno di non crescere, di rimanere eternamente bambini. Invero, solo il tempo della sposa non era stato intaccato; lei, infatti, riusciva ancora a misurarlo. La si poteva vedere in qualsiasi ora del giorno e della notte, affacciata sul balconcino della torretta, sul punto più alto. Portava ancora quel vestito lungo, tutto ricamato, ingiallito e roso dalla speranza, sempre con il mazzolino di lavanda e gelsomini fresco. Aspettava. Il suo tormento divenne attesa, il suo amore pazienza. Non esistevano più i colori, l’azzurro del cielo, il verde degli alberi il lillà del glicine. Per la sposa, di cui nessuno ricordava il nome, i colori non esistevano più, li poteva cercare, e poi trovare solo dentro la nostalgia di quel 12 maggio di primavera.

Una mattina, mentre l’ambasciatore era già all’appuntamento alla fontana e i bambini in fila davanti alla scuola, il suono di una campana sorprese l’intero quartiere. Era la campana di casa Ingravalle. La sposa strabuzzò gli occhi, cominciò a correre per le scale buttando all’aria ogni cosa che ostacolasse il suo percorso e, aprendo la porta, si trovò davanti un giovanotto, arrivato da chissà dove: custodiva tra le mani un pacchetto con su scritto "per la sposa di Coppedè". La Ingravalle cominciò a scartare il pacco. Era una scatola di legno tutta foderata di velluto rosso, sul fondo era adagiata una sfera di cristallo, di quelle che agitandole cade la neve. Dentro brillavano due fedi. Ebbe la certezza che il promesso sposo stava tornando. Fu allora che il suo cuore infranto si ricompose, proprio come quella crepa del tempo. Così il tempo di Coppedè, magicamente, riprese a scorrere.

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