La stampa liberal molla Obama e lui se la prende

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La stampa liberal molla Obama e lui se la prende

26 Marzo 2009

Il più cattivo è Markos “Kos” Moulitsas, il più potente e spietato dei blogger della sinistra americana, con una frasetta al vetriolo sparata ad alzo zero su Twitter: “Geithner sta iniziando a diventare il Rumsfeld di Obama”. Peggio di una condanna a morte (politica, s’intende), per chi frequenta la rive gauche del cyberspazio a stelle e strisce. Poi, partendo dal suo blog per arrivare nel giro di 48 ore sulle colonne del New York Times, ci pensa un Paul Krugman fresco di Nobel a gettare benzina sul fuoco. “Hanno vinto le idee degli zombie – sentenzia il von Hayek dei neokeynesiani, parlando del piano di salvataggio delle banche che da lì a qualche ora sarebbe stato salutato con il rialzo di Wall Street e di tutte le borse mondiali – e l’insistenza con cui si insiste a presentare lo stesso piano, soltanto con qualche cambiamento estetico, è fastidiosa di per sé. Non si accorge, il Tesoro, che tutte queste proposte sono identiche? O se ne accorgono, ma sperano che nessuno se ne accorga? Sono stupidi, o credono che gli stupidi siamo noi?”. La tesi di Krugman è tanto semplice quanto radicale: la crisi finanziaria è gravissima; la cura Geithner non è sufficiente; è arrivato il momento di nazionalizzare le banche.

Intanto, mentre nelle praterie della rete i guru progressisti danno la caccia il bisonte-Geithner, sulle pagine del più prestigioso quotidiano americano (il New York Times, appunto) parte un fuoco di fila serratissimo contro la Casa Bianca, contro quel presidente Obama che ha l’ardire di sfidare la sua amatissima sinistra per “proteggere” l’odiatissimo segretario del Tesoro. Thomas Friedman mette addirittura in dubbio il dogma principale della fede obamiana: la sua “leadership ispirata”, accusando il presidente di aver tradito la sua mission populista nello scandalo dei bonus AIG. Maureen Dowd si spinge oltre. E si chiede se nello Studio Ovale non ci sia finito l’Obama sbagliato, visti i perenni tentennamenti di Barack e il mascolino decisionismo di Michelle (che aveva appena dichiarato di voler “costringere” la famiglia a una dieta vegetariana). Frank Rich se la prende con il vacuo presenzialismo televisivo del presidente e si chiede se non sia arrivato un “momento Katrina” per l’amministrazione democratica. Conclude la sinfonia un editoriale non firmato (e che, dunque, rappresenta la linea politica ufficiale dell’Old Grey Lady e non soltanto le idee di uno dei suoi commentatori), che richiama con durezza Obama a mantenere le sue promesse elettorali, ripristinando quella “rule of law” sciaguratamente fatta a pezzi da George W. Bush e Dick Cheney.

Quattro attacchi pesantissimi in un solo giorno. Quattro missili terra-aria sparati da una delle roccaforti più ortodosse della “rivoluzione obamiana”. Quattro richiami all’ordine da parte di una sinistra progressive – o nel migliore dei casi liberal – per una Casa Bianca che inizia a mostrare segni di insofferenza nei confronti delle élite mediatiche e della base populista che hanno costruito la vittoria elettorale dello scorso novembre. Non è Main Street contro Wall Street. O almeno, non solo. E’ il bivio decisivo di fronte al quale si trova, forse prima del previsto, il presidente degli Stati Uniti. “La luna di miele è già finita?”, come si chiede il sondaggista John Zogby commentando la prima scivolata di Obama al di sotto del muro del 50%, oppure è appena iniziata?