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Operazione Orchidea

La storia del blitz israeliano che imbarazza la Siria

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Nella sua visita in Asia, questa settimana, il Presidente Obama ha ancora una volta lanciato un monito a quei paesi, come Iran e Corea del Nord, che “provocano” l’Occidente con la loro minaccia di proliferazione nucleare. Se i dossier di Teheran e Pyongyang restano tuttora aperti oltre che di difficile soluzione, sembra invece essere finito “in soffitta” il dossier che riguarda il programma siriano, salito alla ribalta delle cronache nel settembre 2007, quando un misterioso complesso industriale ad Al Kibar, nel deserto a nord-ovest del paese, fu distrutto da caccia israeliani.

La vicenda ha sempre avuto contorni poco chiari, ma nelle settimane scorse è uscito un interessante e documentato reportage del quotidiano tedesco Der Spiegel che fa luce sulla vicenda e sulla guerra sotterranea tra Israele ed i suoi vicini. Una storia fatta di spie, dossier segreti, diserzioni e omicidi, come solo il miglior Le Carrè avrebbe potuto raccontare in uno dei suoi avvincenti romanzi.

L’operazione ‘Frutteto’ (Operation Orchard) sembra essere nata nel 2004 a seguito di una segnalazione della National Security Agency (NSA) americana ai colleghi israeliani, che evidenziava un numero altamente sospetto di comunicazioni tra la Siria e la Corea del Nord, tra Al Kibar e Pyongyang. Un warning che verrà confermato dalle informazioni rubate successivamente dagli agenti del Mossad ad un alto ufficiale del governo siriano in visita a Londra.

Sono passati due anni dall’apertura del dossier, e le peggiori paure del governo di Gerusalemme sembrano avverarsi: dietro l’impianto industriale di Al Kibar si nasconde un sito per la lavorazione di materiale fissile. A conferma dei timori israeliani nel computer dell’ufficiale siriano vengono trovate anche delle foto che ritraggono Chon Chibu, membro di primo piano del programma nucleare nordcoreano, e Ibrahim Othman, direttore della Commissione Siriana per l’Energia Atomica, insieme sul sito “incriminato”. La conferma definitiva, però, arriverà solo qualche mese dopo dalla CIA e dalla testimonianza di Ali-Reza Asgari, il generale iraniano ex capo dei Guardiani della Rivoluzione in Libano e portavoce del Ministro della Difesa di Teheran, che nel febbraio del 2007 ha fatto il grande salto ed ha deciso di rifarsi una vita negli Stati Uniti.

Non ci sono quindi più dubbi, Al Kabir rappresenta una “minaccia immediata” alla sicurezza di Israele, non rimane che decidere come e quando intervenire. La “luce verde” all’operazione viene data dal premier Olmert il 5 settembre 2007. L’esito lo conosciamo: tre F-25 si dirigono a bassa quota verso la Siria e colpiscono il bersaglio, di cui rimane ben poco ma abbastanza affinché qualche mese dopo il personale dell’AIEA possa rilevare tracce di uranio, nonostante il tentativo del governo di Damasco di ripulire la zona.

 Ma più delle analisi dei tecnici dell’ONU, parla il silenzio di Assad sulla vicenda, ed è significativo che in un primo momento la questione sia stata addirittura “coperta” dall’aeronautica siriana, la cui versione ufficiale parla di come le unità di difesa aerea di Damasco abbiano “affrontato il nemico e … costretto a ritirarsi e successivamente … scaricato delle munizioni nel deserto senza causare danni a cose o persone”. Solo in un secondo momento le autorità siriane ammetteanno di aver subito un blitz da parte dell’aeronautica israeliana, pur continuando a negare che il sito servisse per lo sviluppo del proprio programma nucleare (addirittura Assad accusa gli israeliani di aver portato loro l’uranio ritrovato dai tecnici dell’AIEA).

Anche il fatto che non vi sia stata alcuna ritorsione o risposta militare contro il governo di Gerusalemme indica la volontà dei siriani di mantenere un basso profilo. Ad onor del vero l’unico progetto di ritorsione, riporta ancora Der Spiegel, è stato stroncato sul nascere dagli agenti israeliani, con l’assassinio mirato di due uomini di primo piano: Imad Mughniyah, la “Volpe “, responsabile - tra gli altri - degli attentati contro il quartier generale dei marines americani a Beirut nel 1983 e dell’attentato contro la Comunità ebraica a Tel Aviv nel 1994; ed il Generale Mohammed Suleiman, consigliere personale di Assad per le “questioni militari di importanza strategica”. A quanto pare, infatti, il Mossad era al corrente di un possibile piano siriano in risposta al blitz di Al Kibar, che prevedeva un attentato ad un’ambasciata israeliana in un paese straniero, probabilmente a Baku, in Azerbaijan, o ad Amman, in Giordania.

Ma l’eliminazione di Mughniyah e Suleiman ha spento le velleità di Assad, mandando al contempo un chiaro messaggio a Teheran. In tutta questa vicenda, infatti, il convitato di pietra è proprio l’Iran visto che l’impianto di Al Kibar avrebbe dovuto servire anche come “back-up” dei siti nucleari iraniani (costruito anche grazie ai contributi di Teheran di oltre 650 milioni di euro). Inoltre, pur essendo il programma di Teheran molto più avanzato di quello di Damasco, e pur essendo decisamente molto meglio protetto, l’efficienza dei servizi segreti israeliani, e delle forze armate con la stella di Davide, rappresentano un monito per i mullah, come per l’Occidente.

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