La storia di George W. Bush (quella vera)

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La storia di George W. Bush (quella vera)

13 Novembre 2010

Ogni presidente diventa una caricatura. Di questi tempi la stampa, i partigiani, i late-night shows e gli altri arbitri della nostra cultura riducono personalità complesse e dalle molte sfaccettature a riduttive battute ad effetto. Come il presidente Bush scrive nel suo nuovo libro di memorie Decision Points, “hanno messo in discussione la mia legittimità, la mia intelligenza e la mia sincerità. Hanno preso in giro il mio aspetto, il mio accento e le mie convinzioni religiose. Sono stato etichettato di volta in volta come un nazista, un criminale di guerra e come Satana in persona”.

Mi fa piacere che il presidente Bush abbia pubblicato Decision Points – non tanto perché credo che contribuirà a riabilitare la sua immagine o a migliorare il suo posto nella storia, anche se ritengo che su quei punti potrà essere d’aiuto. Mi fa piacere perché credo che i lettori potranno farsi un’idea del George Bush che conosco da quindici anni, un uomo che è molto diverso dalla distorta immagine pubblica che in tanti sono arrivati ad accettare come quella vera. Al contrario dell’opinione comunemente accettata, il presidente Bush è molto intelligente, sobriamente riflessivo, spesso contrito e profondamente umile. È anche un leader severo che, pur fidandosi del solido parere dei tanti attorno a lui, prende le proprie decisioni. Ha avuto tanta sicurezza da ingaggiare un vicepresidente come Dick Cheney e tanto rigore da non avere mai dubbi su chi fosse il capo. Basta chiedere a Scooter Libby, a proposito del quale Cheney disse che Bush, rifiutandosi di perdonarlo, stava “abbandonando un soldato sul campo di battaglia”.

A mio parere il presidente Bush ha saggiamente deciso di non fare nel suo libro una cronologia della propria amministrazione. Quando scrive delle più importanti decisioni della propria esistenza possiamo farci un’idea di quegli avvenimenti che ne hanno modellato la vita e la presidenza. E, semplicemente, arriviamo ad acquisire una maggior comprensione di quanto davvero complesse e difficili siano le decisioni che un presidente deve prendere. Come afferma egli stesso, le decisioni semplici non arrivano sulla scrivania del presidente.

E di aneddoti interessanti, sorprendenti e commoventi ce ne sono in abbondanza. Immaginatevi Don Rumsfeld il duro che scoppia in lacrime nello Studio Ovale per la dipendenza dalla droga di suo figlio.

Provo grande rispetto e solidarietà per chiunque al giorno d’oggi faccia il presidente. Data la natura delle sfide che ci troviamo davanti e la complessità del mondo in cui viviamo, caratterizzato dall’evoluzione tecnologica e dal proliferare di nuovi media, dubito che vedremo ancora un presidente che possa restare popolare oltre la fase iniziale della “luna di miele”. Sono in disaccordo con gran parte delle politiche di Obama, ma non posso far altro che scuotere il capo quando sento tutti quegli stregoni convinti che potrebbe cambiare radicalmente l’arco della propria presidenza se solo si trovasse “in maggiore sintonia con il popolo americano”.

Il libro, comunque, mette in evidenza una differenza fondamentale tra George Bush e Barack Obama. Bush non si lamenta mai. Non dà mai la colpa ad altri. Si assume la piena responsabilità delle proprie campagne, della propria amministrazione, della propria vita. Accetta le carte che gli sono date. Questo è il George Bush che io conosco.

Quando ci trovavamo con la neve del New Hampshire fin sopra le ginocchia e fummo battuti da John McCain per 19 punti, il mio collega e consigliere Stuart Stevens cominciò a preparare i bagagli. Gli chiesi cosa stesse facendo. “Stiamo per essere sbattuti fuori”, disse parlando con l’esperienza di qualcuno che si era trovato in altre campagne presidenziali con le cose che andavano a rotoli. Ma Bush ci convocò tutti nella sua stanza, ci guardò negli occhi e disse: “Quando usciremo di qui con la sconfitta che abbiamo appena subito, vi voglio tutti a testa alta. Non è colpa vostra. È solo mia. Sono io che vi ho lasciati soli, e me ne scuso”. Poi uscì, e fece un discorso che la speechwriter di Reagan Peggy Noonan mi disse sembrava, a toglierci il sonoro, un discorso di vittoria. In contrasto, quando vidi John Kerry dopo la campagna del 2004 (ironicamente, a Parigi), mi disse: “Voi ragazzi avete fatto davvero un buon lavoro, e la mia squadra ha proprio mandato tutto a puttane”. Incredibile che l’abbia pensato. Incredibile che l’abbia detto. Sorprendente che l’abbia detto proprio a me.

I lettori rimarranno sorpresi dalla quantità di esempi all’interno del libro nei quali il presidente Bush si assume la responsabilità dei fallimenti e parla degli errori commessi, in particolare in Iraq, in Afghanistan e a New Orleans.

Certo, mi ha deluso che il presidente Bush non sia stato in grado di governare in maniera bipartisan come aveva fatto in Texas con il governatore Bob Bullock. Bush aveva improntato la propria campagna elettorale all’idea di cambiare i toni a Washington. Ma, d’altro canto, Obama ha fatto lo stesso. Entrambi hanno poi scoperto quanto ciò sia difficile, se non impossibile. E il riconteggio ha “avvelenato il pozzo” di Bush sin dall’inizio, mentre molti democratici si rifiutarono persino di riconoscerlo come legittimo presidente. Scrive Bush: “La spirale della morte del buon gusto e della decenza durante il mio incarico, esacerbata dall’avvento della tv via cavo 24 ore su 24 e dei blog politici ultra-partigiani, è stata profondamente frustrante”.

Bush è molto leale. Forse leale fino all’errore, nel senso che si è tenuto attorno gente come Donald Rumsfeld più a lungo di quanto avrebbe dovuto. Ed è stato leale alla Camera repubblicana e al Senato, che forse lo hanno portato a siglare leggi con ingenti implicazioni di spesa cui altrimenti avrebbe potuto porre il veto, come le proposte di legge sull’agricoltura con sussidi enormi e altre proposte omnibus.

Ma se la lealtà è un difetto, sono felice che lui ce l’abbia. Molte volte nel corso degli anni sono stato il beneficiario della sua lealtà. Mi ha tenuto come dipendente e come amico quando altri si sarebbero sbarazzati di me, e mi ha mantenuto come consigliere per la comunicazione nella campagna del 2004 nonostante un tentativo di rimpiazzarmi. Fu sua la prima telefonata che ho ricevuto quando a mia moglie venne diagnosticato il cancro. E durante un’indagine dell’FBI su un dipendente che lavorava nel mio ufficio il suo sostegno non mi è mai venuto a mancare.

Non sono sempre stato d’accordo con le decisioni o con la politica del presidente Bush, ma non ho mai dubitato del suo cuore. E mai, neanche per un momento, ho rimpianto il giorno in cui ho attraversato il ponte politico per contribuire alla sua rielezione a governatore del Texas nel 1998. Fu un onore allora. È un onore oggi.

Alla fine di Decision Points Bush scrive di come, alla conclusione della sua presidenza, le cose non stessero finendo come aveva previsto. “Ho riflettuto su tutto quello che ci trovavamo davanti. Nelle scorse settimane abbiamo assistito al fallimento dei due maggiori enti ipotecari americani, alla bancarotta di una delle più importanti banche d’investimento, alla vendita di un’altra, alla nazionalizzazione della più grande compagnia mondiale di assicurazioni e adesso al più drastico intervento sul libero mercato dai tempi della presidenza di Franklin Roosevelt. Al tempo stesso, la Russia aveva invaso e occupato la Georgia, l’uragano Ike aveva colpito il Texas e l’America stava combattendo una guerra su due fronti in Iraq e in Afghanistan. È stato un brutto modo di chiudere la presidenza”.

“Non era per me che mi dispiacevo, ero consapevole che sarebbero stati tempi duri. L’autocommiserazione è una caratteristica patetica in un leader. Manda messaggi demoralizzanti alla propria squadra e alla nazione. Ma comunque ero confortato dal fatto che il buon Dio non darebbe mai a un credente un fardello che non sarebbe in grado di portare”.

Infine, il presidente Bush racconta come ci si sente a tornare sulla terra dopo essere stato nello Studio Ovale quando, per la prima volta, porta fuori il suo cane Barney in un quartiere normale. Dopo che Barney ha fatto quel che deve fare, Bush racconta quanto è stato mortificante prendere una busta di plastica per raccogliere quella roba che tutti gli hanno tirato addosso negli ultimi otto anni.

È questo il George Bush che io conosco.

© The Daily Beast
Traduzione Andrea Di Nino