La strada fa 3.500 morti al giorno. Un referendum per “chiuderla”?
18 Maggio 2011
di Redazione
Qualche giorno fa l’Onu ha lanciato a sirene spiegate un allarme: le vittime della strada aumentano vertiginosamente e di questo passo gli incidenti rischiano, tra meno di vent’anni, di diventare la quinta causa di morte nel mondo, superando Aids e cancro.
Lo scenario dipinto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite è tragico, se non apocalittico. Dati alla mano: ogni giorno muoiono 3.500 persone sulle strade del mondo, per un totale di oltre 1,3 milioni di morti e 50 milioni di feriti all’anno. Oltre al prezzo in termini di vite umane gli incidenti stradali avrebbero un peso considerevole anche sull’economia dato che i loro costi sfiorano il 3% del Pil mondiale, per un totale annuo di 500 miliardi di dollari. Un vero e proprio dramma.
Ma anche di fronte a questi dati non ci verrebbe mai in mente di rinunciare alle nostre benamate quattro ruote, tantomeno, ben consci del pericolo che corriamo ogni volta che ci mettiamo al volante, di rivedere le nostre abitudini di guida trasformandoci in automobilisti civilizzati. E allora, perché gridiamo allo scandalo e ci stracciamo le vesti se si decide di aprire una centrale nucleare, considerando che le cifre in fatto di vittime (basti fare l’esempio del disastro di Chernobyl, che conterebbe, secondo il rapporto dell’UNSCEAR, 65 morti accertate, direttamente collegate all’incidente e non 4.000) che e la percentuale di rischio incidenti, legate a calamità naturali, vedi Fukushima, o al massimo ad una più generica cattiva gestione, sono nettamente inferiori?
Ragionando in questa ottica, non dovremmo per coerenza portare sul banco degli imputati qualsiasi tecnologia che, in quanto frutto dell’innovazione, presenta la sua quantità di rischi ed ‘effetti collaterali’?
