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La strategia di Putin rilancia la Russia nello scenario globale

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“Maneggiare con cura”. Questa era la scritta in evidenza sul pacco con il quale sabato scorso è stata recapitata la notizia della decisione del presidente russo Vladimir Putin di ritirare il proprio paese dal Trattato sulle forze convenzionali in Europa (Cfe). Quella del capo dello stato russo con passato di alto funzionario dei servizi segreti rappresenta senz’altro una decisione attentamente ponderata e pianificata. Ancor di più, essa deve essere presa come un chiaro e netto messaggio come quelli cui si fa spesso ricorso nelle delicate manovre delle relazioni internazionali.

Sebbene abbia provocato delusione e rammarico presso le cancellerie europee e a Washington, il decreto firmato sabato scorso non segna che uno stadio di evoluzione del tutto prevedibile e atteso dei rapporti tra Mosca e l’Occidente. Ma questa conclusione non emerge soltanto dallo scambio di parole dure iniziato in occasione della Conferenza di Monaco sulla sicurezza - quando Putin ha lanciato il suo attacco frontale ai piani nordamericani di un nuovo sistema di sicurezza in Europa – e riproposto con toni addirittura personali alla vigilia del tour diplomatico del presidente americano Bush nel Vecchio continente. E’ piuttosto la constatazione di una nuova situazione geostrategica nell’emisfero occidentale. Lo stesso trattato oggetto della discordia era da ritenersi obsoleto in quanto sottoscritto nel 1990 e poi modificato parzialmente nel 1999, senza cioè tenere conto dei più recenti sviluppi sulla scena. Tra questi ultimi, infatti, vi è l’ultima ondata di ampliamento della NATO con l’ingresso della Bulgaria e della Romania, la decisione degli Stati Uniti di dislocare nei territori dei nuovi alleati atlantici delle basi logistiche militari che spostassero il baricentro della difesa europea dalla Germania al Mar Nero. Vi si sono aggiunte inoltre il lungo concatenamento di eventi burrascosi nelle due più importanti ex repubbliche sovietiche – Bielorussia e Ucraina – ove i movimenti rivoluzionari interni ricevono un forte sostegno politico e finanziario dall’esterno. In più, le recenti visite di Bush a Sofia e, soprattutto, in Albania hanno fatto rivivere scene di giubilo simili a quelle della fine della Seconda guerra mondiale in paesi che oggi fanno parte della cosiddetta “vecchia Europa”.

Si badi bene: le ricadute del ritiro della Russia dal Trattato non saranno così drammatiche come possono sembrare; e anche questo fa parte del piano disegnato da Putin. Più che un ritorno alla corsa agli armamenti convenzionali in Europa, questa decisione limiterà lo scambio di informazioni con la Nato, a scapito innanzi tutto della fiducia reciproca. Non bisogna dimenticare che la versione del 1999 non è stata nemmeno firmata dalla Nato che ha insistito per una riduzione delle forze russe in Cecenia, Moldavia ecc. Non solo, Putin sa bene che non è stato l’unico a venir meno agli obblighi pattuiti: è stato lo stesso Bush a sospendere unilateralmente l’applicazione del Trattato sulla limitazione dei missili balistici (Abm).

Oltre al processo di riassestamento da tempo in corso in Europa e dintorni, sulla tempistica della decisione del Cremlino hanno influito anche fattori interni per quanto riguarda sia la Russia che gli USA. Da un lato, infatti, Putin si sta avvicinando alla tornata elettorale del 2008 e, non avendo la possibilità di ricandidarsi per un terzo mandato, punta sulla carta antioccidentale e antiamericana che da sempre ha mostrato la propria efficacia nel rafforzamento dei consensi interni. D’altro canto, la situazione di Washington è tutt’altro che tranquilla a causa dell’Iraq, del continuo braccio di ferro tra presidente e maggioranza democratica, ma anche per lo scetticismo ostentato da alcuni alleati occidentali riguardo al progetto dello scudo antimissilistico.

L’obiettivo, infine, è semplicemente quello di riaffermare la nuova posizione conquistata negli ultimi anni della Russia. Attenzione, però, a dire che si tratta di un ritorno al ruolo di potenza egemonica del periodo della Guerra fredda. E’ semplicemente un monito agli altri per dire che la Russia è e rimane un attore globale che non può essere isolato né – e sarebbe il caso peggiore – sentirsi schiacciata tra il blocco occidentale da una parte e le potenze emergenti della Cina e dell’India dall’altra.

Il contenuto del messaggio ed il suo mittente sono chiari. Ora tocca all’Europa e agli USA trovare il miglior modo per rispondere. Il loro linguaggio deve essere fermo e deciso, ma cauto al tempo stesso per non provocare inutili allarmismi, frustrazioni e ricorsi a infinite serie di mosse di tipo “tit-for-tat”. E’ evidente che vi sono due livelli di comunicazione - il primo ufficiale e retorico, il secondo dei negoziati veri. Vanno sfruttati entrambi, rispettivamente con un’attenta misurazione di toni e minacce e trattando nei cinque mesi che restano fino all’abbandono definitivo del Cfe da parte della Russia. Sotto questo profilo, giunge forse nel momento sbagliato la vicenda delle indagini sulla morte dell’ex spia russa Litvinenko e la successiva espulsione dei diplomatici russi. Senza ombra di dubbio, Londra ha ragione a cercare una risposta forte al rifiuto di Mosca di consegnare il presunto colpevole, ma dovrà calibrare le future mosse per evitare l’esasperazione che farebbe solo il gioco dei russi. Prendendo come spunto il divieto di estradizione vigente in Russia nonché la proposta di celebrare a Mosca il processo a carico dell’agente Lugovoi, qualcuno dalle pagine del Financial Times consigliava addirittura di adottare la tattica del wait and see per avere una conferma a livello internazionale dell’insufficiente livello di democrazia e stato di diritto in Russia. Ma anche questo sarebbe insufficiente.

Pensando ad una soluzione, vi sarebbe anche una terza via per promuovere il dialogo. Essa ci viene offerta dalle relazioni economico-commerciali che non hanno mai avuto nella storia livelli di sviluppo simili a quelli attuali. E questo non solo per la famigerata dipendenza dell’Europa dal gas russo, ma anche perché Mosca ha bisogno degli investitori stranieri, delle tecnologie e del know-how occidentale. Isolare un potenziale pretendente in un mondo unipolare assai instabile e minato dal terrorismo internazionale sarebbe infinitamente controproducente. Piuttosto, è nell’ascolto e nella condivisione di vantaggi che si trova la strada maestra verso la convivenza pacifica. Per altro, il summit delle aragoste e la diplomazia dei sorrisi non sono cose così lontane nel tempo.

 

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