La strategia montezemoliana è finita in un’impasse

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La strategia montezemoliana è finita in un’impasse

08 Ottobre 2007

Sabato 6 ottobre Luca Cordero di Montezemolo ha affrontato con l’abituale maestria comunicativa il tradizionale convegno autunnale dei giovani industriali di Capri: ma esaurito l’obiettivo di tenere la scena, se si fa un bilancio di quel che il presidente di Confindustria porta a casa, questo non è entusiasmante e soprattutto non è tale da far sperare di potere pesare sul serio sulla successione.

Alcuni commentatori sostengono che Montezemolo per la seconda finanziaria successiva abbia conquistato tagli alla pressione fiscale sulle imprese come mai alcun suo predecessore. Ma, i tagli al fisco per le imprese resi possibili da un aumento ampio e generalizzato della pressione su tutta la società come avvenuto lo scorso anno, non sono affatto serviti a creare un clima economico e sociale più sereno. E sulla Finanziaria di quest’anno anche i vertici della Confindustria che imprudentemente – di solito viale della Astronomia esprimeva un vero giudizio alla fine non all’inizio dei lavori per la definizione della legge di bilancio dello Stato – si erano pronunciati a favore del duo Prodi-Padoa-Schioppa per “i tagli su Ires e Irap”, ora sono molto più cauti. Vogliono capire che cosa significa e dove si colpisce con la scelta di allargare “l’imponibile” delle imprese. Se si considera il suo intervento, si noterà che il presidente confindustriale tende a congratularsi con l’esecutivo per la lotta all’evasione più che per i tagli ancora da giudicare: si corregge così una impostazione superficiale tenuta nell’ultima settimana.

Ma anche sulla questione dell’enfasi alla lotta all’evasione, è stata notata dai giornali una qualche freddezza della platea caprese verso Montezemolo. Certamente, come gran parte della società italiana, anche la maggioranza degli imprenditori considera che l’onestà sia decisiva per una buona società. Non sfugge, però, a gente portata dal proprio stesso lavoro a essere pratica, la complessità della questione fiscale (e a suo tempo Massimo Calearo con ben maggiore realismo di Matteo Colaninno aveva colto che cosa pensa veramente “la base” delle proteste antitasse). Non si tratta solo di fare appelli morali ma di costruire il clima per un regime fiscale efficiente ed eticamente convincente. E questo che spiega perché nel 2006 dopo il lavoro di Giulio Tremonti sul fisco, il governo Prodi si è trovato una base di imponibile sempre più larga, mentre dopo la gestione di Vincenzo Visco  dal 1996 al 2001, il governo di centrodestra si era trovato di fronte a una pressione più alta esercitata su una base in via di restringimento. Per essere credibile, Montezemolo nei suoi discorsi dovrebbe spiegare l’esperienza sua e di tanti suoi amici nell’utilizzare holding lussemburghesi o simili per società di proprietà o gestite. E’ essenziale far comprendere al mondo politico e alla più generale opinione pubblica che in un mercato aperto dei capitali, al di là delle esecrabli truffe, sono mille le vie per liberarsi da un fisco troppo oppressivo: solo sostenendo una visione realistica, l’appello anche morale diventa credibile e insieme efficace. Altrimenti corre il rischio di apparire quasi una presa in giro.

Ma quel che alla fine ha più colpito nel discorso montezemoliano è la tenacia nel porre la questione istituzionale anzi proprio quella elettorale al centro della riflessione. Certamente è inevitabile che l’allievo segua la lezione del maestro: e Luigi Abete passò gran parte della sua presidenza confindustriale discutendo di riforme istituzionali e in particolare elettorali, evitando così i faticosi impegni connessi alla contrattazione sindacale, materia tra le più noiose al mondo. Si comprende, poi, come un uomo elegante e insieme così indaffarato come Montezemolo non badi troppo ai particolari e passi dal sostegno al sistema elettorale francese a quello tedesco, senza soffermarsi in faticose analisi: ritengo in particolare che dell