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La successione a Ruini agita la Chiesa e la politica

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Nel pieno della attuale discussione socio-politica relativa a coppie di fatto, eutanasia, limiti alla libertà di ricerca e bioetica, diviene un appuntamento fondamentale la ormai prossima scadenza fissata per il 7 marzo del mandato di Camillo Ruini quale presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Il cardinale emiliano venne eletto nel marzo 1991 da Giovanni Paolo II (la CEI ha il privilegio di essere l'unica conferenza episcopale il cui presidente viene stabilito per nomina papale, essendo l'Italia il paese di cui il Papa è primate)  ed ha dettato le linee guida dell'episcopato italiano per ben tre mandati (15 anni). Nel febbraio 2006 Benedetto XVI, sommo pontefice da soli dieci mesi, ebbe modo di constatare la fragilità delle mura dei palazzi vaticani. Avvicinandosi la scadenza prefissata del terzo mandato (marzo 2006), non rinnovabile oltremodo per raggiunti limiti di età (75 anni limite massimo, mentre Ruini ha già compiuto i 76), la segreteria di stato vaticana organizzò una serie di consultazioni tramite corrispondenze private atte ad ottenere un panorama completo sugli orientamenti dei vescovi italiani in merito alla successione ruiniana. Tutto questo finì non si sa come in pasto alla stampa, con il risultato di mandare all'aria il democratico progetto e causando anche una profonda contrarietà dello stesso Pontefice nei confronti delle "gole profonde" vaticane. Arrivò poi l'appuntamento cruciale per la Chiesa Italiana, quello del convegno di Verona dell'autunno successivo, che contribuì a congelare il problema e rimandare l'elezione del nuovo presidente CEI alla primavera 2007.

Ora, più che l'eccezionale durata della presidenza Ruini, sono le linee politiche imperniate sui ben noti "progetti culturali" e "sfide antropologiche" che hanno conferito al presidente uscente CEI forza e notorietà , che hanno segnato la vita del paese per i mutati rapporti tra Chiesa e mondo culturale, politico e scientifico; mantenendo sempre un vivo desiderio di influenza o quantomeno di suggerimento della visuale prospettica cristiana nel potere legislativo, nei mass-media e persino nei centri di potere economico.

Inutile quindi spiegare oltremodo perchè si tratti di un passaggio tanto delicato, da qualsiasi parte lo si voglia osservare.

Di sicuro una corrente spinge verso il noto "cambiare tutto per non cambiare nulla", specialmente in un momento così importante all'interno del rapporto tra Chiesa e politica. Carlo Caffarra (Cardinale Arcivescovo di Bologna, filosofo e noto conservatore in materia di bioetica e morale sessual/famigliare) e Angelo Scola (Patriarca di Venezia, di grande vicinanza al pensiero teologico Ratzingeriano ed esperto nel dialogo con il mondo islamico grazie al suo centro ricerche Oasis) sarebbero le scelte più ovvie in questo senso.

Ma c'è chi, come il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, sembrerebbe più propenso ad abbandonare questa linea adducendo motivazioni di eccessivo oltranzismo per il porporato bolognese e bollando il Patriarca Veneto con il marchio, che inspiegabilmente parrebbe infamante, di appartenere a Comunione e Liberazione, movimento del quale è figura di riferimento.

Questa corrente di pensiero prediligerebbe infatti una Chiesa meno concentrata all'aspetto culturale/teologico e più rivolta alla pastorale quotidiana, attenta alla vita delle comunità , con un rapporto verso la società più prossimo dal punto di vista spirituale e perciò più rappresentata dalla cosiddetta "base".  Da qui la scelta di un presidente Vescovo anziché Cardinale. E magari, per variare un po' l'attuale baricentro geografico leggermente spostato al centro-nord, andando a pescare due nomi di spicco del panorama ecclesiale meridionale: l'Arcivescovo di Taranto Benigno Papa e quello di Bari Francesco Cacucci. Specialmente per il primo, vantare una provenienza dalla vita religiosa (francescano cappuccino) proprio come Bertone (salesiano) potrebbe essere un ulteriore elemento a favore della candidatura.

Molti però insinuano che una tale presidenza CEI, definita "di basso profilo", sarebbe gradita più che altro allo stesso Segretario di Stato Vaticano, risultando utile al suo presenzialismo ed amore verso la politica italiana dalla quale in più di un occasione ha dimostrato di essere attratto.

Tornando all'inedito e semi-segreto sondaggio del febbraio 2006, va ricordato che il numero maggiore delle preferenze, a quanto pare, fu raccolto dal cardinale Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi. Il quale però è sfavorito dal vantare già 72 primavere sulle spalle ed essere già notevolmente impegnato nella guida della diocesi più grande d'Europa. Altri dicono invece che molto più semplicemente Tettamanzi si sia auto-bruciato la candidatura con la sua relazione introduttiva al congresso eucaristico veronese dello scorso ottobre contenente i riferimenti a "tradurre il concilio in italiano" e ad altri ammiccamenti alla mai doma sinistra ecclesiale italiana. 

Altre candidature di secondo piano come il Vescovo di Novara Renato Corti, Ennio Antonelli di Firenze o Luciano Monari di Piacenza appaiono più che altro improbabili outsider.

Ma Ratzinger, specialmente se si tratta di salvaguardare la Verità di cui è primo testimone per vocazione ed in barba a logiche politiche più o meno sommerse, certo non sarebbe nuovo a sorprese da lasciare tutti di stucco al solo scopo di continuare a mantenere la Chiesa di oggi in una posizione molto scomoda. Non per se stessa, quanto per quei rappresentanti della vita politica e culturale italiana che tanto amano tenere il distintivo di cattolici meritevoli bene in vista sul bavero della giacca, salvo poi  pretendere un Dio che non si immischi troppo nelle loro faccende personali.

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