La superprocura non piace ai magistrati e finisce tra i rifiuti

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La superprocura non piace ai magistrati e finisce tra i rifiuti

31 Maggio 2008

A Napoli, con la mondezza, con l’indagine sul commissariato straordinario (corredata dalle consuete intercettazioni telefoniche depositate sui giornali) e con la sollevazione dei pm locali contro la decisione di centralizzare le competenze per i reati ambientali, si sta ripetendo un po’ quello che avvenne ai tempi della superprocura antimafia così come la aveva concepita Giovanni Falcone. Se lo ricorda molto bene il professor Giuseppe Di Federico che all’epoca collaborò con il magistrato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 a Capaci.

Ebbene, Falcone idolatrato dopo morto, non fu affatto profeta in patria, cioè all’interno della casta delle toghe, quando era vivo. E al progetto originario della superprocura, così come la voleva lui, dovette rinunciare: senza sé e senza ma. Quando infatti le “united toghe of Italy” si accorsero che il testo di legge, così come era stato sponsorizzato dall’allora ministro guardasigilli Claudio Martelli, prevedeva il completo coordinamento delle indagini anti mafia in capo a una sola persona, cioè Giovanni Falcone, si sentirono fino al Quirinale gli “alti lai” per l’attacco all’indipendenza della magistratura. O le “lamentationes” sull’infranto principio costituzionale del “pm naturalmente precostituito”. E non se ne fece nulla. Semplicemente la superprocura che nacque dopo e che oggi tutti conosciamo è stata accettata come corpo non estraneo dalla casta a patto di diventare di fatto un organo consultivo. Senza poteri di fare indagini né di intromettersi nelle inchieste in corso condotte dai singoli pm.

Oggi il procuratore nazionale antimafia o un suo sostituto possono al massimo presenziare all’interrogatorio di un pentito o di un teste ma senza aprire bocca. Sennò sono guai.

La legge magari darebbe loro anche il potere di avocare un’inchiesta per palese inerzia di qualche eventuale magistrato inquirente, ma in tanti anni un caso del genere non si è mai verificato.

“Ed è meglio così – dice Di Federico – perché qualora si verificasse ne vedremmo proprio delle brutte..”

In questa logica di orticelli privati e di inconfessabili gelosie ben si capisce quindi la lettera che i 75 sostituti napoletani hanno inviato al Csm, il nume tutelare dell’indipendenza dei magistrati ma anche della loro irresponsabilità.

La paura inconfessabile è che attraverso lo strumento della procura ambientale gerarchizzata in capo al procuratore di Napoli si reintroduca dalla finestra il concetto di “responsabilità del capo” che i sostituti, non solo di Napoli ma di tutti e 100 e passa i distretti di corte d’appello esistenti in Italia, sono riusciti a fare abolire proprio dal Csm. Con una semplice circolare interpretativa che risale alla fine degli anni ’80 e che ha prodotto da sola più danni dentro la magistratura di quanti ne abbiano causati l’ideologia comunista e quella sessantottina nella odierna società.

A proposito dello strapotere dei singoli pm (la cui gerarchia viene decisa mediaticamente dalla risonanza che le singole rispettive inchieste hanno in tv o sui giornali, per cui si potrebbe dire che i giudici della mamma di Cogne sono sicuramente nella top ten italiana benché si occupino generalmente di delitti non poi così gravi dal punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico) Di Federico ama ricordare un aneddoto che gli venne raccontato da un ex ministro democristiano di Grazia e Giustizia della prima repubblica, Tommaso Morlino.

Il quale disertava spesso e volentieri tutti gli incontri europei dei suoi omologhi. E un giorno Di Federico gliene chiese conto. Ed ebbe la seguente risposta: “sa, io mi sento escluso quando vado in quei meeting… quelli parlano di nuove politiche criminali da parte degli stati e di priorità nei reati da perseguire e io invece mi devo stare zitto perché se una singola mia parola trapelasse sui media potrebbe essere interpretata come un attacco alla indipendenza della magistratura e al principio della obbligatorietà dell’azione penale.. quindi che ci vado a fare..?”

L’Italia in tutta Europa è infatti l’unico paese che fa decidere le politiche di contrasto alla criminalità ai propri funzionari che fanno i pubblici ministeri.

Negli altri paesi una cosa del genere viene vista come fare decidere le direttive politiche generali del traffico in una qualsivoglia grande città non all’assessore ma ai vigili urbani.

Non a caso mercoledì sera il presidente dell’Unione delle camere penali Oreste Dominioni, dopo l’incontro di presentazione avuto con il ministro Guardasigilli, Angelino Alfano, ha avuto parole dure per “quella politica che abdica alle proprie responsabilità”. Magari per paura di scontrarsi con la magistratura.