La svolta “africana” di Gheddafi riavvicina la Libia all’Occidente

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La svolta “africana” di Gheddafi riavvicina la Libia all’Occidente

16 Luglio 2009

All’ambizioso progetto dell’unità araba Gheddafi ha ormai rinunciato. Nei suoi 40 anni di potere sono stati numerosi e svariati i tentativi falliti di federare la Libia: prima con Egitto e Sudan nel 1970, di nuovo con l’Egitto nel 1973, poi con la Tunisia nel 1974. Nei dieci anni successivi furono intrapresi analoghi tentativi nei confronti della Tunisia, del Ciad, del Marocco, della Siria, dell’Algeria e del Sudan. Tutti falliti. Il centro dell’interesse di Gheddafi è ora l’Africa e l’Unità africana, l’organizzazione nata tra il 1999 e il 2003 di cui è uno dei principali promotori.

Come suo rappresentante si è presentato all’ultimo G8 italiano, è stato ricevuto da Berlusconi, si è seduto al tavolo dei grandi e ha stretto la mano ad Obama. Come “re dei re” africani pochi giorni prima aveva rilanciato la creazione degli “Stati Uniti d’Africa”.

Per Gheddafi l’Africa non è solamente uno spazio immenso in cui muoversi con maggior disinvoltura che in un mondo arabo infido e saturo di protagonisti dal maggior peso, ma anche l’area in cui, grazie alla propria forza economica, accrescere il proprio ruolo politico. La maggior rilevanza strategica acquisita dall’Africa dopo l’11 settembre ha contribuito alla “svolta” africana della Libia, che aveva già cominciato a guardare alla politica nel continente come nuovo fattore legittimante dopo la fase di isolamento internazionale.

Sul piano internazionale questa scelta punta a restaurare definitivamente la credibilità della Jamahiyria. L’avvicinamento all’Occidente e il coinvolgimento in Africa sono due politiche che si rafforzano reciprocamente. Dare dimostrazione di esercitare la propria influenza nel continente in senso moderato dimostra l’affidabilità della Libia come partner dell’Occidente. Allo stesso tempo il cambiamento della politica estera libica in senso filo-occidentale, o meglio filo-globale, contribuisce a rafforzare il ruolo di mediatore nei conflitti africani e ad accrescere le velleità di leadership regionale, nonostante il ruolo libico sia vissuto in certi momenti con imbarazzo da alcuni governi africani a causa del protagonismo di Gheddafi.

La Libia interviene così nelle dispute africane, dal conflitto tra Etiopia ed Eritrea a quello in Sierra Leone, fino ai più recenti interventi di conciliazione in Darfour, in Kenya, in Niger e Mali. Sono azioni che rendono Gheddafi un interlocutore credibile anche agli occhi degli occidentali, o almeno, che li costringono a tener presente il ruolo da lui giocato nello scacchiere africano. Così, per esempio, nel maggio scorso il presidente francese Sarkozy si è rivolto al leader libico quando ha voluto cercare di diminuire la tensione tra Sudan e Ciad, sia che ciò sia motivato da una vera speranza di risoluzione dei contrasti, o che sia solo un tentativo di far mantenere alla Libia una linea neutrale.

In Africa la Libia è riuscita spesso ad esercitare la propria influenza, grazie  ad una capacità economica con pochi eguali. Negli anni Settanta, tra il 1973 e il 1979, Gheddafi ha potuto elargire attraverso canali bilaterali o multilaterali circa 500 milioni di dollari, ponendosi alle spalle solamente dell’Arabia Saudita tra i donatori arabi. Oggi una rinnovata disponibilità finanziaria derivante dagli alti prezzi del greggio degli scorsi anni permette a Tripoli una nuova intraprendenza nell’area.

In Africa, la Libia agisce attraverso tre tipologie di intervento economico: la formazione di società miste di commercio e sviluppo di cui la Libia detiene il controllo attraverso la maggioranza delle quote; la concessione diretta di prestiti per mezzo di accordi di protocollo che prescrivono sovente la promozione della cultura islamica o della lingua araba; e, ultima ma non meno importante, l’azione dei fondi sovrani. Cercando di ritagliarsi un ruolo politico ed economico che potesse essere all’altezza delle proprie aspirazioni di leadership, Gheddafi ha creato nel 2006 la Libya Africa Investment Portfolio (LAIP), un fondo di 8 miliardi di dollari con un’apposita missione: investire nel continente africano. In pochi anni questa ha preso il controllo della Oil Libya Holding Company (l’ex Tamoil Africa), la Libyan Arab Company for African Investments (che possiede diverse strutture alberghiere in tutta l’Africa), la Afriqiyah Airlines, e la LAP Green Holding Company, un operatore delle telecomunicazioni di successo in Ruanda, Niger e Uganda.

La politica africana di Gheddafi non è motivata solo da velleità politiche di leadership sul continente, ma anche da ragioni legate allo sviluppo interno della Libia. Nel tentativo di svincolare la propria economia dai proventi petroliferi, la Libia si propone come “hub” al servizio dell’Africa. Consapevole di non costituire un vasto mercato (i libici sono solamente 6 milioni), Tripoli sta puntando negli ultimi mesi a divenire il ponte economico dell’Europa verso i mercati africani, proponendosi agli europei non solo per il semplice scambio commerciale, ma anche e soprattutto per la creazione di società miste, per la delocalizzazione, e per gli investimenti esteri diretti con proiezioni sul mercato africano. Dietro l’ennesima “maschera” di Gheddafi, quindi, si celano interessi concreti che il leader persegue e nasconde con la solita teatralità.