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La tassazione degli Youtubers

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La Guardia di Finanza di Firenze ha accusato un noto youtuber di aver evaso imposte per oltre un milione di euro in cinque anni. Gli youtubers sono per lo più ragazzi, i cui canali sulla piattaforma video sono seguiti da milioni di persone, o meglio di followers. Nel comunicato ufficiale diramato dalle fiamme gialle si legge che "L'attività investigativa e di intelligence delle fiamme gialle del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Firenze ha permesso di rilevare come il 'professionista del web', tra il 2013 ed il 2018, ha omesso di dichiarare ricavi per oltre 600 mila euro e di versare IVA per oltre 400 mila euro". Dal controllo delle fiamme gialle era, in sostanza, risultato che l'attività dello youtuber era svolta in modo professionale, ricevendo compensi (proporzionati al numero di visualizzazioni) dalle pubblicità inserite nei video pubblicati quotidianamente sul proprio canale. Sicuramente la fattispecie, come tutte quelle legate ad un mondo tecnologico in continua evoluzione, rispetto al quale il Legislatore è sempre un passo indietro, sconta un gap normativo. Cerchiamo dunque di capire esattamente di cosa stiamo parlando. In pratica, il meccanismo è semplice: si inserisce un video all’interno della piattaforma e poi, aderendo ad uno specifico programma di affiliazione pubblicitaria, si consente che, sia prima che durante il video, vengano pubblicate le varie inserzioni. Più il video ottiene visualizzazioni, maggiori saranno i guadagni. YouTube (detenuta da Google e con sede in USA) ha creato un proprio programma di affiliazione “You tube Partner Program”, che permette agli utenti (solo quelli che possono vantare un certo numero di views) di accedere alle funzioni di monetizzazione pubblicitaria. YouTube remunera i video in base al “Cost per Mile”, ossia la somma che gli sponsor versano al sito per visualizzare i propri banner ogni 1.000 visualizzazioni. Se nessun utente clicca sui banner pubblicitari i ricavi che saranno solo quelli derivanti dalle impressions, ma se gli utenti cliccano sul video pubblicitario, si potranno percepire anche i guadagni da “Pay per Click”. Ma questa modalità di guadagno come si inserisce nel nostro sistema tributario? Non c’è dubbio che un tale tipo di attività, da un punto di vista fiscale, sia un’attività economica, commerciale, di tipo abituale, e come tale dovrebbe essere gestita attraverso l’apertura di una partita Iva (come appunto contestato anche nel caso dello youtuber fiorentino). E questo anche perché la stessa attività avviene per 365 giorni l’anno, rimanendo i video su Youtube per un tempo illimitato. In conclusione, se si considera che ogni minuto vengono caricate sul portale Youtube circa 100 ore di video diversi, e che ogni istante milioni di persone si riversano sul portale per guardare i video che preferiscono, il fenomeno, per l’Erario, vale sicuramente parecchio. Ma ancora di più varrebbe il “bersaglio grosso” e cioè la piattaforma telematica, sia sotto il profilo dei (suoi) compensi sulla pubblicità e sia sotto il profilo dell’applicazione di ritenute sui compensi corrisposti (in questo caso) agli youtubers, con indubbia semplificazione nell’attività di riscossione delle imposte dagli stessi dovute, i quali, peraltro, sono spesso poco più che adolescenti e quindi magari anche incolpevolmente “ignari” di regole fiscali poco comprensibili anche per i professionisti della materia.

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