La tregua di fatto è già svanita e Shalit è ancora prigioniero

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La tregua di fatto è già svanita e Shalit è ancora prigioniero

27 Giugno 2008

In pochi credevano che la tregua tra Hamas e Israele – inaugurata lo scorso giovedì, dopo settimane di trattative mediate dall’Egitto – potesse raggiungere il termine dei sei mesi. Non ci credevano i cittadini di Sderot – con le orecchie tese a captare il prossimo allarme-razzo – così come non ci credeva il governo israeliano: non a caso Barak (ministro della Difesa) aveva parlato di tregua armata, con l’esercito sempre pronto ad eventuali operazioni nella Striscia di Gaza.

E gli scettici avevano ragione. Martedì i primi razzi hanno iniziato a cadere nel sud d’Israele, dopo soli cinque giorni di calma: uno ha colpito una casa di Sderot, senza provocare vittime o feriti. A rivendicare il lancio è stata la Jihad Islamica, uno dei gruppi gravitanti attorno ad Hamas che aveva dato il proprio assenso alla tregua: i militanti hanno giustificato l’operazione come "prima risposta" all’uccisione (avvenuta la notte precedente) di un comandante locale e di un palestinese affiliato ad Hamas nella città di Nablus, in Cisgiordania. La tregua mediata dall’Egitto, però, non riguarda il West Bank: da qui le prese di distanza da parte di Hamas, che per bocca del funzionario Sami Abu Zuhri hanno invitato tutte le fazioni "a rispettare i termini della tregua".

Ma il danno è fatto. Per il premier israeliano Olmert – che poche ore prima aveva paradossalmente ringraziato il presidente Mubarak per la mediazione nei negoziati – si tratta di una "sfrontata violazione della tregua": tutte le opzioni, fa sapere il premier, verranno ora prese in considerazione. E mercoledì arriva la prima risposta israeliana: tutti i valichi per la Striscia di Gaza resteranno chiusi, bloccando di fatto il passaggio di beni fino a nuovo ordine: "Qualsiasi riapertura sarà legata alla valutazione delle condizioni di sicurezza" fa sapere il funzionario israeliano Peter Lerner.

E la risposta palestinese non si fa attendere. Ieri, con i valichi ancora chiusi, un altro razzo viene lanciato nel Negev occidentale: a rivendicarlo, questa volta, sono le brigate di al-Aqsa. Nella rivendicazione del gruppo (legato a Fatah di Abu Mazen) si legge la richiesta che la tregua includa anche il West Bank: "Ogni sorta di aggressione deve finire". Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio della tregua l’esercito israeliano ha sparato almeno otto volte nella Striscia; secondo l’esercito israeliano, i palestinesi hanno lanciato almeno tre volte razzi e colpi di mortaio nel sud di Israele: parlare ancora di tregua, insomma, diventa sempre più difficile.

La situazione è deflagrante. Secondo Israele, la tregua è stata violata martedì da Hamas: Gerusalemme, infatti, non fa distinzioni tra la fazione estremista palestinese e i piccoli gruppi che le gravitano attorno. Secondo Hamas, invece, la tregua è stata violata da Israele con la chiusura dei valichi: il solito Abu Zuhri ha dichiarato che "se i valichi rimarranno chiusi, la tregua collasserà". E poi ci sono le fazioni minori: la Jihad Islamica cerca vendetta per quel che è accaduto nel West Bank (e annuncia che d’ora in poi coordinerà le proprie azioni direttamente con quelle di Hamas), mentre le brigate al-Aqsa pretendono un accordo che si estenda anche alla Cisgiordania. Se possibile, lo scenario è ancora più confuso di quello precedente alla tregua.

Parallelamente, però, continuano le trattative per la liberazione di Gilad Shalit – il militare israeliano rapito a Gaza nel 2006. Secondo Army Radio, nell’ottica di uno scambio prigionieri Israele preferirebbe liberare militanti nella Striscia di Gaza piuttosto che nel West Bank: liberare militanti in Cisgiordania, secondo i funzionari israeliani, porterebbe infatti a un indebolimento di Abu Mazen e a un rafforzamento di Hamas nelle zone controllate da Fatah. Si tratta poi di decidere quali (e quanti) militanti palestinesi liberare in cambio del militare israeliano: altra trattativa spinosa, portata avanti sempre dall’Egitto. Le speranze di riportare Shalit in Israele, però, potrebbero naufragare insieme alla fragilissima tregua con Hamas.

A complicare ulteriormente la situazione, infine, concorre lo scenario politico interno a Israele. Il premier Olmert appare sempre più solo e l’ultima stoccata è giunta dal ministro degli Esteri Tzipi Livini: non a caso la donna più quotata per succedere all’attuale premier in vista di primarie (per le quali correrà anche Olmert) ed elezioni anticipate. Pomo della discordia, questa volta, non sono le accuse di corruzione pendenti sul premier quanto la risposta da dare alla violazione della tregua da parte di Hamas: secondo il ministro degli Esteri, infatti, la chiusura dei valichi non è più sufficiente. "Oggi c’è stato un altro lancio di razzi contro Israele" ha dichiarato la Livni "e c’è stato un simile attacco anche due giorni fa. Non mi importa chi ha sparato, ogni violazione richiede un immediata risposta militare".

Sulla stessa posizione, ovviamente, si schiera l’opposizione a Kadima: l’accusa rivolta a Olmert è quella di essere troppo debole e di non rispondere risolutamente agli attacchi contro il sud di Israele. Le posizioni della Livni e del Likud riscuotono sempre maggior consenso tra la popolazione israeliana: se anni di negoziati non hanno portato a niente, non resta che la soluzione militare. Olmert però, arroccato sulle sue posizioni, passa al contrattacco: all’opposizione che lo accusa di trattare una "resa" e  non una pace, risponde "voi non volete la pace, questo va detto chiaramente". Ma per raggiungere una tregua con i vicini, Israele dovrà prima ristabilire la calma in casa sua: il futuro dei negoziati israelo-palestinesi passa anche per un premier sempre più delegittimato, tanto dai suoi avversari quanto dai compagni di governo.