La troika del rating non può governare l’Italia
10 Febbraio 2014
“Il tabù è caduto”, scrive Stefano Zurlo sul Giornale (6 febbraio), riguardo la citazione e la conseguente richiesta di risarcimento – per 234 miliardi di euro – alle agenzie di rating da parte della Corte dei Conti. Il tabù infranto sarebbe proprio l’incontestabilità dello strapotere della “ troika” del rating – composta da S&P, Fitch e Moody’s – nel decidere con nonchalance le sorti patrie.
L’affidabilità finanziaria del nostro debito pubblico, quindi il destino, il futuro e la reputazione del Paese, è stata infatti declassata dalle agenzie nel corso del 2011, con la conseguente crisi dello “spread”, la caduta del governo Berlusconi e l’insediamento di Monti. Il downgrading contestato ha portato alla valutazione BBB; che tradotto significa “Rating medio-basso,qualità bassa.”
Secondo i magistrati della Corte dei conti, l’analisi di Standard&Poor che ha condotto al declassamento e alle conseguenze sopra accennate, non avrebbe tenuto conto “della storia, dell’arte e del paesaggio italiano che, come tutto il mondo sa, sono alla base della nostra forza economica”. Non avrebbe insomma considerato gli asset intangibili che fanno dell’Italia meta turistica privilegiata, nonché posseditrice di gran parte dei tesori patrimonio dell’umanità.
Se l’analisi delle agenzie di rating avesse incluso nei suoi rapporti tali risorse morali, spirituali e intellettuali del Paese, l’Italia non sarebbe stata preda e bersaglio della speculazione dei mercati finanziari sul debito sovrano, con tutto ciò che ha provocato sull’economia nazionale. Così si potrebbe riassumere la tesi della Corte dei conti.
Anche il Ministro dell’Economia Saccomanni, seppur con estrema circospezione, ha dichiarato di aver “sempre trovato che il ruolo delle agenzie di rating come valutatore del rischio di un paese fosse eccessivo”; e che l’azione del Governo e della Banca d’Italia ha sempre mirato a “chiarire che non c’è solo il giudizio delle agenzie”. Se il tabù non è ancora caduto, la strada sembra comunque quella giusta.
Tuttavia, alcune domande nascono spontanee, alla luce di tali questioni: se viene data una stima del valore del patrimonio artistico italiano, ciò significa che questo sia valutabile in termini economici, e quindi mercificabile e in via ipotetica vendibile? Tale prospettiva, anche se solo teorica, dovrebbe dare abbastanza da pensare.
Nell’ottica europea, è sempre più difficile negare la difficolta per l’Italia di prospettive favorevoli – in base ai trattati stipulati negli ultimi anni – senza una revisione e adeguamento di questi da parte del Governo. Come ha riportato il blog di yncd, tra le parole chiave emerse dal discorso di Napolitano a Strasburgo c’è #STOPAUSTERITA’ . Concetto sottolineato anche da altre parole del Presidente nella stessa sede: “non è perseguibile una politica di riequilibrio finanziario a tappe forzate”, riferendosi al probabile sforamento del rapporto deficit/pil oltre il 3% nel 2013.
Insomma, se la reputazione e l’affidabilità del Paese in Europa passa per un Governo stabile – come più volte affermato da Napolitano -, è necessario anche che lo stesso esecutivo si adoperi per rinegoziare i trattati che impongono vincoli inattuabili per la stessa governabilità. Se diversamente l’Italia non farà sentire la propria voce in Europa, il tabù a cadere sarà quello dell’ingovernabilità o, peggio, del declino e della povertà.
