La Turchia dice sì alla riforma costituzionale e ‘spinge’ Erdogan
13 Settembre 2010
La Turchia dice “sì” e si avvicina all’Europa. Si tratta di una svolta epocale: il 58% degli elettori turchi si è espresso favorevolmente al referendum per una parziale riforma della Costituzione destinata a cambiare nel prossimo futuro il volto del Paese; risultato che quasi certamente contribuirà anche a spianare la strada al premier Tayyip Erdogan per vincere un terzo mandato alle elezioni politiche del luglio 2011. “Questo risultato significa che il Paese ha finalmente superato i suoi limiti storici e si avvia verso una democrazia avanzata basata sulla supremazia della legge”, ha commentato il premier.
Ora analisti turchi e stranieri stanno interpretando questa vittoria in un referendum che era incerto alla vigilia. Di certo il risultato, ma anche il dato sull’affluenza alle urne, dimostrano che su questo tema il Paese si è estremamente polarizzato fino quasi a spaccarsi a metà. Il pacchetto approvato riguarda 26 la modifica di articoli su 177 della Costituzione redatta nel 1982 dagli autori dell’ultimo colpo di Stato militare compiuto due anni prima. Gli emendamenti interessano soprattutto la riorganizzazione della magistratura, i rapporti tra giustizia civile e militare, ma anche i diritti civili e la protezione di donne, minori e anziani. Le modifiche più imporanti riguarderanno la Corte costituzionale che aumenterà i propri membri da 11 a 17, di cui 14 nominati dal capo dello Stato e tre dal Parlamento.
Erdogan ha sempre sostenuto che questa parziale riforma era necessaria per democratizzare di più il Paese e adeguarlo agli standard richiesti per l’adesione della Turchia all’Ue. Per questo ha già incassato l’approvazione di Bruxelles. Sia il Commissario europeo all’allargamento Stefan Fuele che il presidente americano Barack Obama hanno espresso compiacimento per l’esito del referendum. L’esecutivo Ue, in particolare, in una nota ha definito “un passo nella giusta direzione” le modifiche costituzionali fornite dal referendum, sottolineando che “toccano molti dei problemi che ostacolavano l’adeguamento della Turchia ai criteri di accesso all’Unione”.
Non mancano, tuttavia, le polemiche: gli oppositori degli emendamenti ritengono che ora il sistema giudiziario sia subordinato alla volontà del governo. Scontri tra opposte fazioni o con la polizia si sono verificati a Istanbul e nelle aree a maggioranza curda. Non si può dire riuscito, tuttavia, il tentativo di boicottaggio da parte del Partito della democrazia e della pace (Bdp) e delle altre formazioni nazionaliste curde. Un’affluenza alle urne del 77% toglie ogni dubbio sulla legittimità della competizione. Solo nell’Anatolia sud-orientale gli elettori hanno disertato in massa i seggi elettorali, in particolare ad Hakkari dove l’affluenza non ha raggiunto il 7%.
A puntare sul no erano soprattutto i repubblicani del Chp, che nelle loro aree di principale influenza, come a Izmir, sono andati oltre il 60 per cento. Ma sia nella capitale Ankara sia a Istanbul, oltre che in quasi tutto il sud-est del Paese, è stato il sì a dominare, determinando la vittoria di Erdogan. Il primo ministro, secondo quanto affermato nei giorni scorsi, in quest’anno che manca alle prossime elezioni punterà alla risoluzione di due problemi che al momento costituiscono un ostacolo invalicabile all’accesso della Turchia all’Unione europea: i curdi e Cipro. Quest’ultimo, in particolare, richiederà un’azione immediata: a dicembre è infatti previsto un esame della questione da parte dell’Ue.
In questo clima positivo per la Turchia due nodi restano ancora da sciogliere. Uno è rappresentato dall’incognita del suo effettivo ingresso in Europa. L’altro sono i curdi, che in maggioranza si sono astenuti nel voto perché Erdogan non si è pronunciato con chiarezza sullo sbarramento del 10% imposto già dai militari.
