Home News La Turchia riapre i giochi tra Siria e Israele

Medio Oriente

La Turchia riapre i giochi tra Siria e Israele

0
2

Perché il premier turco Erdogan è volato a Damasco? Come mai si è messo a fare il pontiere tra Olmert e Assad? La Turchia è sempre più stretta tra Iran, Siria e Kurdistan. L’Europa sembra un traguardo lontano e il Paese di Ataturk non è più il caposaldo della Nato in Medio Oriente. Per tutte queste ragioni Erdogan vuole sfruttare il suo ruolo di mediatore nelle trattative siro-israeliane, mentre Europa e Stati Uniti stanno a guardare.

Otto anni fa falliva l’accordo tra il premier israeliano Ehud Barak e il ministro degli Esteri siriano Faruk. Da allora la Siria – alleata e ricattata dall’Iran – ha finanziato e ospitato i nemici di Israele, l’Hezbollah libanese e il gruppo palestinese di Hamas. Ma lo scenario mediorientale cambia rapidamente e il viaggio di Erdogan a Damasco sembra aver rimesso indietro le lancette della Storia aprendo uno spiraglio nei tormentati rapporti tra Siria e Israele. Il premier Olmert ha parlato di “sostanziose concessioni” mentre il ministro degli Esteri Livni aggiungeva che la premessa per qualsiasi accordo è che Damasco rompa con Teheran e il fondamentalismo islamico. Dal canto suo il governo siriano chiede come primo passo la restituzione delle Alture del Golan occupate da Israele dopo la (vittoriosa) guerra del 1967. Le comunità ebraiche che vivono in quei territori, infine, accusano Olmert di voler sfuggire ai processi che lo vedono imputato in patria con la scusa dei negoziati con la Siria. Come al solito non prevale l’ottimismo.

La Siria è un paese impoverito e sempre più vittima del giogo iraniano. Non è un mistero che negli ultimi tempi a progredire non siano state le riforme – il giovane Assad non è certo un leone – quanto il processo di ‘sciificazione’ della società siriana. Gli ayatollah di Teheran considerano la Siria una propaggine dell’impero persiano e non faticherebbero a rovesciare la dinastia degli Assad se alzasse troppo la testa. Damasco è isolata tra le capitali arabe ma se scegliesse una posizione neutrale capovolgerebbe le sorti della guerra fredda combattuta all’interno del mondo islamico. L’Iran perderebbe il suo alleato più prezioso mentre il fronte filo-occidentale (Egitto e Turchia in testa, un po’ meno l’Arabia Saudita) si ricompatterebbe intorno a una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha ringraziato pubblicamente Erdogan per i suoi sforzi nel far proseguire i ‘Peace Talks’. L’iniziativa turca sembra procedere nel solco della Conferenza di Madrid del 1991 quando israeliani, egiziani, siriani, libanesi, giordani e palestinesi, si riunirono in vista della storica stretta di mano tra Rabin e Arafat. Se il processo di pace con l’ANP sembra finito in un cul de sac, forse il governo Olmert potrebbe fare dei sorprendenti passi avanti nella pacificazione del fronte settentrionale.

Ancora una volta la partita si gioca intorno alle Alture del Golan, una zona strategica visto che in questa area montagnosa sgorgano le sorgenti del fiume Giordano. E se per Israele c’è poco da negoziare anche la Siria non scherza quando rivendica la restituzione totale di queste terre fino al Lago di Tiberiade, che oggi rappresenta la principale riserva di acqua dello stato israeliano (pressappoco un terzo delle sue risorse idriche). Damasco rivanga vecchie cartine geografiche di età coloniale quando a governare erano i mandatari francesi. Le condotte per l’acqua sono diventate il bersaglio preferito degli eserciti che si fronteggiano nella zona.

Se la Turchia riuscisse a favorire un compromesso tra Siria e Israele per la gestione integrata delle acque sarebbe un bel colpo diplomatico. Il modello potrebbe essere quello degli accordi bilaterali tra Israele e Giordania sottoscritti nel 1995, cooperazione, interdipendenza, trasferimento delle acque transfrontaliere, prevenzione dell’inquinamento e lotta agli sprechi, ma anche ricerca e scambio di informazioni. Dal 1997 giordani e israeliani progettano impianti comuni di desalinizzazione. 

La questione dell’acqua è una delle cause storiche dei conflitti arabo-israeliani. Oggi lo Stato di Israele è un paese leader in questo comparto del mercato globale mentre i Paesi arabi e la classe dirigente palestinese restano paurosamente indietro nello sfruttamento idrico, sia dal punto di vista delle tecnologie che in quello degli affari. I dati parlano di una sempre più prossima Grande Sete dei paesi del Mediterraneo e – in un contesto di pacificazione dell’area – le multinazionali israeliane potrebbero aiutare concretamente le popolazioni arabe degli stati confinanti. A patto che Paesi come il Libano la smettano di deviare il corso dei fiumi o sottrarre acqua al Lago di Tiberiade (la stessa accusa viene rivolta agli israeliani).

La Turchia vuole migliorare le sue relazioni con Israele. A differenza di ciò che accade negli altri Paesi arabi, in Turchia (r)esistono forti comunità ebraiche che influenzano l’economia e la cultura del Paese. Qualcuno ha detto che in passato i migliori avvocati di Ankara a Washington sono stati proprio i consulenti filo-israeliani di Bush, almeno fino alla vittoria di Erdogan. Dopo l’affermazione dell’AKP il rapporto della Turchia con gli Usa si è progressivamente incrinato mentre il partito islamico modificava la tradizionale politica estera del Paese. Ormai Erdogan si muove come un battitore libero seguendo la dottrina della “profondità strategica” elaborata dal suo consigliere per la politica estera Davutoglu. Turchia e Israele potrebbero ‘calmierare’ la Grande Sete della Regione? Un’alleanza del genere taglierebbe fuori l’Europa (incistita sulla questione palestinese) e gli Stati Uniti (in attesa del successore di Bush).

La Turchia è precipitata nella spirale dell’antiamericanismo. Nel 2000 i sondaggi dicevano che il 52% dei turchi era favorevole all’alleanza con gli Usa. Nel 2007 sono rimasti il 9%. In mezzo c’è stato l’11 Settembre, la guerra in Iraq, il rifiuto turco di far passare i caccia americani sul proprio territorio e il riaccendersi della questione curda. Mentre Erdogan stringe la mano ad Assad, l’amministrazione Bush non dimentica la risoluzione dell’Onu che pende sulla testa degli assassini del presidente libanese Hariri. Vogliamo mettere una bella pietra sopra la rivoluzione dei Cedri e ossequiare Hezbollah e i suoi mandanti? Per gli Usa la Siria resta un governo sponsor del terrorismo, c’è poco da fare. Speriamo che la schermaglia diplomatica tra Ergodan, Olmert e Assad non si riveli un flop propagandistico. “I siriani sanno quello che vogliamo e noi sappiamo quello che vogliono” ha detto Olmert al ministro francese Kouchner. Purtroppo queste volontà divergono profondamente. Inutile illudersi. 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here