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La Turchia si prepara a scegliere il nuovo presidente

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Le elezioni politiche turche di domenica prossima, 22 luglio, costituiscono un momento cruciale, probabilmente il più importante nella storia recente della Turchia. Nel 2002, la vittoria schiacciante del partito filo-islamico del Premier Erdogan, l’Akp, che complice la legge elettorale con sbarramento al 10% aveva ottenuto in Parlamento la maggioranza qualificata dei due terzi, fu un vero e proprio pugno nello stomaco per la Turchia intellettuale e militare. La Turchia colta non ha fatto mistero della minaccia cui era sottoposta l’ispirazione laica e kemalista della Costituzione del 1923. Una tale minaccia alimentava, anche nei vertici delle forze armate, percepite dal popolo come baluardo del kemalismo e delle sue sei frecce (Alti ok), il timore di una perdita vertiginosa di autorevolezza e autorità. Le tensioni generatesi nella società turca sono esplose in maniera evidente, con manifestazioni di piazza e l’intervento della Corte Costituzionale, nei mesi di aprile-maggio, quando l’Akp ha proposto la candidatura unica a successore del Presidente della Repubblica, Sezer, dell’attuale ministro degli esteri, Abdullah Gul. La vicenda ha fortemente indebolito il partito filo-islamico costretto a ritirare la nomina di Gul, dopo l’annullamento della sua elezione da parte della Corte Costituzionale, per vizi di procedura.

La partita politica si è allora spostata sui due emendamenti di riforma costituzionale adottati dall’assemblea legislativa che contemplano l’elezione diretta del Capo dello Stato, la rinnovabilità del suo mandato quinquennale e la riduzione della legislatura da 5 a 4 anni. Al Capo dello Stato eletto dal popolo è perfino riservato il diritto di nominare direttamente 20 deputati, in una forma di rappresentanza democratica indiretta che non ha eguali nelle democrazie occidentali. Il tentativo è palesemente quello di rafforzare la posizione del partito di Erdogan in Parlamento, come era stato fatto con l’approvazione della legge elettorale a sbarramento del 10%. Tuttavia, questa volta, la battaglia intrapresa dal Premier rischia di non portare i suoi frutti. Sulla riforma della Costituzione, il Presidente Sezer ha posto il veto, prerogativa esercitabile una sola volta. A seguito della seconda approvazione parlamentare, ha quindi dovuto, per legge, indire il referendum, sperando in una bocciatura della Corte Costituzionale, che però ha respinto il ricorso. È vero che alla fine Erdogan l’ha spuntata, ma ci sono due dati, uno tecnico e l’altro politico, da tenere in considerazione. Il dato tecnico è che la riforma entrerà in vigore solo dopo che sarà indetto il referendum, previsto per ottobre: con l’anticipazione delle politiche al 22 di luglio, l’Akp non potrà godere dei suoi benefici in questa tornata elettorale. Il dato politico è, invece, la coesione raggiunta tra forze di opposizione così diverse tra loro. I due ricorsi alla Corte Costituzionale hanno goduto di un appoggio trasversale, con la sola eccezione del partito di centro della Madrepatria, che ha sostenuto la riforma costituzionale. Come è successo in Italia, con tutti i possibili distinguo, l’opposizione ha trovato nel Premier attuale, e nella sua politica, un collante. A sinistra, il Partito repubblicano del popolo (Chp), l’unico in grado di contrastare l’Akp, ha stretto un’alleanza elettorale con il Partito democratico di sinistra (Dsp) e insieme strizzano un occhio all’estrema destra laica (Mhp). Le due formazioni di centro-destra, il Dyp e il Partito della Madrepatria, invece, hanno costituito il Partito Democratico. Il problema è che, come per la coalizione italiana di centro-sinistra, non si tratta di alleanze politiche, ma elettorali. Il Pd turco, a seguito del sostegno del partito della Madrepatria alla riforma della Costituzione, è ormai sfaldato, e a sinistra Chp e Dsp non hanno un programma condiviso, corrono con i propri simboli ed è prevedibile lo scioglimento della loro alleanza subito dopo le elezioni.

La situazione è quanto mai incerta ma Erdogan, con la sua strategia politica, sembrerebbe aver fatto un bel regalo ai suoi oppositori. Sebbene non abbiano un’alleanza politica, i partiti di opposizione si sono garantiti il sostegno dell’opinione pubblica, dei giornali, delle tv e delle forze armate che da un esecutivo debole hanno tutto da guadagnare.

Come risulta dai sondaggi, anche se dovesse vincere, Erdogan non avrebbe la maggioranza dei due terzi e molto probabilmente neanche quella assoluta, il che lo costringerebbe ad alleanze con altri partiti. C’è chi scommette sul sostegno del partito curdo, seriamente interessato a non far accrescere il potere dell’esercito, specie a seguito degli ultimi eventi al confine con l’Iraq, ma su di esso, più che su di ogni altra formazione politica, pesa enormemente lo sbarramento del 10%.

Dai risultati di questa elezione, dipenderanno in gran parte anche i rapporti tra la Turchia e il mondo occidentale che paradossalmente sono sponsorizzati più dall’Akp che non dagli altri partiti. La Turchia è attualmente membro della Nato. Nel 1963 ha firmato con la allora Comunità economia europea un Trattato di associazione e nel 1996 è diventata parte dell’unione doganale europea, che però ha solo carattere commerciale. Interessata a una cooperazione politica con l’Europa,  la Turchia ha presentato la richiesta di adesione e i negoziati sono partiti nel 2005. Per prepararsi al grande passo, il Parlamento turco ha approvato varie riforme tra cui l’abolizione della pena di morte, l’adozione di leggi a tutela delle libertà fondamentali, il riconoscimento del curdo come lingua ufficiale, ma restano da affrontare ancora molte questioni. Prima fra tutte l’occupazione militare della parte settentrionale dell’Isola di Cipro, che dura da ben 33 anni. Per la Turchia, la costituzione della Repubblica turca di Cipro del Nord, Stato riconosciuto dal solo governo turco, avrebbe estinto la Repubblica di Cipro sorta nel 1960, con la conseguente nascita di due nuovi Stati, la Repubblica turca di Cipro del Nord e la Repubblica greco cipriota. Tali pretese sono state contestate dagli Stati europei proprio in occasione della conclusione del Trattato di associazione del 1963, il cui Protocollo ne estende il regime normativo agli Stati divenuti membri dell’Unione nel 2004. Tra questi, la Repubblica greco cipriota che la Turchia non riconosce.

C’è poi la questione delle tensioni socio-religiose spesso accompagnate da atti di violenza con le minoranze. La Turchia conta ben 70 milioni di abitanti al 99% di fede islamica e anche se la Costituzione turca celebra la laicità dello Stato, le tensioni su base religiosa sono ancora forti. È recente il caso dell’omicidio del prete italiano, Andrea Santoro, a Trebisonda, nel febbraio 2006, e l’attacco a una casa editrice luterana, a Malatya, con un bilancio di due morti.

In questa situazione di incertezza, l’unica cosa certa è che per affrontare sfide di questo calibro occorre avere un governo forte, con un ampio sostegno parlamentare. Quanto più l’elettorato si frazionerà, tanto più il governo che nascerà sarà un governo debole e incapace di onorare gli impegni internazionali. É per questo che l’occhio dell’Europa guarda, con attenzione e suspance, all’appuntamento del 22 luglio. 

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