La Turchia si prepara a scegliere il nuovo presidente

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La Turchia si prepara a scegliere il nuovo presidente

17 Luglio 2007

Le elezioni politiche turche di domenica prossima, 22
luglio, costituiscono un momento cruciale, probabilmente il più importante
nella storia recente della Turchia. Nel 2002, la vittoria schiacciante del
partito filo-islamico del Premier Erdogan, l’Akp, che complice la legge
elettorale con sbarramento al 10% aveva ottenuto in Parlamento la maggioranza
qualificata dei due terzi, fu un vero e proprio pugno nello stomaco per la
Turchia intellettuale e militare. La Turchia colta non ha fatto mistero della
minaccia cui era sottoposta l’ispirazione laica e kemalista della Costituzione
del 1923. Una tale minaccia alimentava, anche nei vertici delle forze armate, percepite
dal popolo come baluardo del kemalismo e delle sue sei frecce (Alti ok), il timore di una perdita
vertiginosa di autorevolezza e autorità. Le tensioni generatesi nella società
turca sono esplose in maniera evidente, con manifestazioni di piazza e
l’intervento della Corte Costituzionale, nei mesi di aprile-maggio, quando l’Akp
ha proposto la candidatura unica a successore del Presidente della Repubblica,
Sezer, dell’attuale ministro degli esteri, Abdullah Gul. La vicenda ha
fortemente indebolito il partito filo-islamico costretto a ritirare la nomina
di Gul, dopo l’annullamento della sua elezione da parte della Corte
Costituzionale, per vizi di procedura.

La partita politica si è allora spostata
sui due emendamenti di riforma costituzionale adottati dall’assemblea
legislativa che contemplano l’elezione diretta del Capo dello Stato, la
rinnovabilità del suo mandato quinquennale e la riduzione della legislatura da
5 a 4 anni. Al Capo dello Stato eletto dal popolo è perfino riservato il
diritto di nominare direttamente 20 deputati, in una forma di rappresentanza
democratica indiretta che non ha eguali nelle democrazie occidentali. Il
tentativo è palesemente quello di rafforzare la posizione del partito di
Erdogan in Parlamento, come era stato fatto con l’approvazione della legge
elettorale a sbarramento del 10%. Tuttavia, questa volta, la battaglia intrapresa
dal Premier rischia di non portare i suoi frutti. Sulla riforma della
Costituzione, il Presidente Sezer ha posto il veto, prerogativa esercitabile
una sola volta. A seguito della seconda approvazione parlamentare, ha quindi dovuto,
per legge, indire il referendum, sperando in una bocciatura della Corte
Costituzionale, che però ha respinto il ricorso. È vero che alla fine Erdogan
l’ha spuntata, ma ci sono due dati, uno tecnico e l’altro politico, da tenere
in considerazione. Il dato tecnico è che la riforma entrerà in vigore solo dopo
che sarà indetto il referendum, previsto per ottobre: con l’anticipazione delle
politiche al 22 di luglio, l’Akp non potrà godere dei suoi benefici in questa
tornata elettorale. Il dato politico è, invece, la coesione raggiunta tra forze
di opposizione così diverse tra loro. I due ricorsi alla Corte Costituzionale
hanno goduto di un appoggio trasversale, con la sola eccezione del partito di
centro della Madrepatria, che ha sostenuto la riforma costituzionale. Come è successo
in Italia, con tutti i possibili distinguo, l’opposizione ha trovato nel Premier
attuale, e nella sua politica, un collante. A sinistra, il Partito repubblicano
del popolo (Chp), l’unico in grado di contrastare l’Akp, ha stretto un’alleanza
elettorale con il Partito democratico di sinistra (Dsp) e insieme strizzano un
occhio all’estrema destra laica (Mhp). Le due formazioni di centro-destra, il
Dyp e il Partito della Madrepatria, invece, hanno costituito il Partito Democratico.
Il problema è che, come per la coalizione italiana di centro-sinistra, non si
tratta di alleanze politiche, ma elettorali. Il Pd turco, a seguito del sostegno
del partito della Madrepatria alla riforma della Costituzione, è ormai
sfaldato, e a sinistra Chp e Dsp non hanno un programma condiviso, corrono con i
propri simboli ed è prevedibile lo scioglimento della loro alleanza subito dopo
le elezioni.

La situazione è quanto mai incerta ma Erdogan, con la sua
strategia politica, sembrerebbe aver fatto un bel regalo ai suoi oppositori. Sebbene
non abbiano un’alleanza politica, i partiti di opposizione si sono garantiti il
sostegno dell’opinione pubblica, dei giornali, delle tv e delle forze armate
che da un esecutivo debole hanno tutto da guadagnare.

Come risulta dai sondaggi, anche se dovesse vincere, Erdogan
non avrebbe la maggioranza dei due terzi e molto probabilmente neanche quella
assoluta, il che lo costringerebbe ad alleanze con altri partiti. C’è chi
scommette sul sostegno del partito curdo, seriamente interessato a non far
accrescere il potere dell’esercito, specie a seguito degli ultimi eventi al
confine con l’Iraq, ma su di esso, più che su di ogni altra formazione
politica, pesa enormemente lo sbarramento del 10%.

Dai risultati di questa elezione, dipenderanno in gran parte
anche i rapporti tra la Turchia e il mondo occidentale che paradossalmente sono
sponsorizzati più dall’Akp che non dagli altri partiti. La Turchia è
attualmente membro della Nato. Nel 1963 ha firmato con la allora Comunità
economia europea un Trattato di associazione e nel 1996 è diventata parte dell’unione
doganale europea, che però ha solo carattere commerciale. Interessata a una
cooperazione politica con l’Europa,  la
Turchia ha presentato la richiesta di adesione e i negoziati sono partiti nel
2005. Per prepararsi al grande passo, il Parlamento turco ha approvato varie
riforme tra cui l’abolizione della pena di morte, l’adozione di leggi a tutela
delle libertà fondamentali, il riconoscimento del curdo come lingua ufficiale, ma
restano da affrontare ancora molte questioni. Prima fra tutte l’occupazione
militare della parte settentrionale dell’Isola di Cipro, che dura da ben 33
anni. Per la Turchia, la costituzione della Repubblica turca di Cipro del Nord,
Stato riconosciuto dal solo governo turco, avrebbe estinto la Repubblica di
Cipro sorta nel 1960, con la conseguente nascita di due nuovi Stati, la
Repubblica turca di Cipro del Nord e la Repubblica greco cipriota. Tali pretese
sono state contestate dagli Stati europei proprio in occasione della conclusione
del Trattato di associazione del 1963, il cui Protocollo ne estende il regime
normativo agli Stati divenuti membri dell’Unione nel 2004. Tra questi, la
Repubblica greco cipriota che la Turchia non riconosce.

C’è poi la questione delle tensioni socio-religiose spesso
accompagnate da atti di violenza con le minoranze. La Turchia conta ben 70
milioni di abitanti al 99% di fede islamica e anche se la Costituzione turca
celebra la laicità dello Stato, le tensioni su base religiosa sono ancora
forti. È recente il caso dell’omicidio del prete italiano, Andrea Santoro, a
Trebisonda, nel febbraio 2006, e l’attacco a una casa editrice luterana, a Malatya,
con un bilancio di due morti.

In questa situazione di incertezza, l’unica cosa certa è che
per affrontare sfide di questo calibro occorre avere un governo forte, con un
ampio sostegno parlamentare. Quanto più l’elettorato si frazionerà, tanto più
il governo che nascerà sarà un governo debole e incapace di onorare gli impegni
internazionali. É per questo che l’occhio dell’Europa guarda, con attenzione e suspance, all’appuntamento del 22
luglio.