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La vera sfida per il nuovo Governo è il rilancio dell’economia

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L’Italia che sta per rilanciare la propria economia deve fare i conti coi paragoni che giungono dal resto d’Europa. Questo è il caso degli ultimi dati sulla produzione industriale, in crescita nell’intera Ue, ma non nel nostro paese.

Sembra che l’Italia sia ferma sotto ogni punto di vista. Non bastano gli allarmi di Mario Draghi, governatore di Bankitalia, o del Fondo Monetario Internazionale per carpire nella sua totalità il nostro rallentamento.

L’Eurostat ha diramato i dati concernenti la produzione industriale di febbraio. Il trend è ancora positivo, nonostante la crisi subprime abbia destabilizzato le imprese e ridotto gli investimenti delle stesse.

Per febbraio l’aumento è stato dello 0,3% nell’eurozona e dello 0,5% nell’area economica degli stati membri. La crescita risulta in calo rispetto a gennaio, dello 0,3% per la zona monetaria e dello 0,2% nell’Ue a 27 stati. Ma la situazione fotografata dall’istituto di statistica europeo segnala che un aumento, incurante degli scossoni finanziari che dureranno anche per buona parte del 2008, è avvenuto in modo netto rispetto al febbraio 2007. Infatti, sfogliando i dati dell’indice della produzione industriale dell’anno scorso, l’aumento è stato nell’ordine del 3,1% nell’area euro e del 3,3% nel resto d’Europa.

I veri problemi sorgono quando si arriva a leggere le quote di crescita italiana. Il calo è dello 0,8 per cento rispetto al 2007 e dello 0,2 rispetto a gennaio 2008.
Un crollo significativo che denota quanto l’assetto industriale italiano stia pagando lo scotto di un fisco asfissiante e della mancata razionalizzazione della nostra pubblica amministrazione. Dopo il caso di dicembre, in cui la produzione industriale ebbe una diminuzione del 6,5%, anche per complicità dello sciopero degli autotrasportatori, una nuova scure si abbatte sulla nostra economia, nonostante lo spettro dei subprime non si sia ancora manifestato. Infatti, quello che emerge dalla relazione dell’Eurostat è un’economia italiana in difficoltà.

C’è un aspetto che fa sorridere, tuttavia, in tutto questo florilegio di dati. Se da una parte v’è un’Europa che sta tendendo sempre più ad un ruolo da protagonista nell’assetto geopolitico mondiale, facendosi consapevole della sua forza rispetto agli Stati Uniti, dall’altra c’è un’Italia che si sta trascinando a fatica da due anni a questa parte.

L’Ue pare aver finalmente compreso quale deve essere il suo ruolo in questo ciclo congiunturale. Il mantenimento dei tassi al 4% è stato un segnale forte al resto del mondo ed i dati della produzione industriale sembrano confermare le previsioni di Jean-Claude Trichet, il cui scopo principale è quello di controllare le impennate dell’inflazione, visto che la crescita economica è ancora su livelli accettabili. Tutto il contrario accade in Italia, in cui la stagflazione sta falcidiando le tasche delle classi meno abbienti e sta riducendo a dismisura il potere d’acquisto delle famiglie.

Le parole di Draghi dal Financial Stability Forum, i moniti del Fmi e le preoccupazioni dell’Ocse non bastano per far cambiare la rotta all’Italia. Sarebbe lecito domandarsi come mai se il resto d’Europa resiste, noi crolliamo. La risposta sta nel sistema fiscale italiano, negli sprechi del pubblico settore e nel modello di accesso all’imprenditoria. Proprio quest’ultimo punto, ci rende estremamente vulnerabili rispetto agli attacchi commerciali che ci giungono dai nostri concittadini europei. L’accesso al credito per “fare impresa” è pratica lenta e complicata. I giovani che hanno una buona idea ed un ottimo business plan, fanno fatica ad ottenere i finanziamenti necessari per iniziare, a causa dell’enorme mole burocratica da sopportare, a cominciare dalle garanzie da presentare presso l’istituto di credito. Questo, ma non solo, rallenta in modo netto tutto il settore. Ma non solo, perché una delle cause del calo di cui sopra è da ricercarsi nel numero degli intermediari fra la prima fase produttiva ed il consumatore. In Italia, troppe bocche vogliono sfamarsi dallo stesso piatto, con la conseguenza che il primo a rimetterci è l’ultimo della fila, il consumatore.

Il nostro paese ricorda molto da vicino tanti giocatori di calcio che, in età poco più che adolescenziale, vengono indicati come dei futuri campioni e che poi non riescono a soddisfare le aspettative createsi.

L’Italia con tutti i punti di eccellenza che possiede, non dovrebbe arrancare, dovrebbe correre, come il resto d’Europa.

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