La vera storia della scuola di Monza e dell’alunno gay

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La vera storia della scuola di Monza e dell’alunno gay

24 Settembre 2016

C’è un’attrazione fatale tra la stampa e le storie, vere o presunte, di gay emarginati. È così forte che, anche quando la storia non c’è certa stampa la costruisce, sostituendo alla verità i propri desiderata. La vicenda che vi racconteremo ne è un classico esempio. Ecco come l’hanno raccontata i giornali politicamente corretti: A Monza c’è un istituto tecnico cattolico. In una classe c’è un ragazzo omosessuale che ha postato delle foto sui social. Foto in atteggiamenti espliciti. Per questo la scuola l’ha separato dai suoi compagni, umiliandolo. E quest’anno, per impedirgli di frequentare ancora, hanno sviato i genitori facendoli arrivare all’iscrizione all’ultimo momento in modo da impedire al ragazzo di continuare ad andare in quella scuola.

Brutta storia vero? Ecco come, invece è andata veramente. Noterete alcune differenze rilevanti, ne sono certo. Prima parte: un ragazzo sedicenne decide di postare sui social network delle foto che ritraggono lui ed altri ragazzini mezzi nudi ed in atteggiamenti espliciti. Questo solleva un vespaio in classe. Il ragazzo, che a questo punto rischia di farsi del male con condotte sui social poco salubri, e rischia anche di essere preso in giro dai compagni, viene temporaneamente allontanato dalla classe. La misura ha due fini: proteggerlo dal chiacchericcio, mentre gli educatori intervengono sui compagni, e fargli capire la gravità del suo comportamento. Il ragazzo non sporge alcuna denuncia. Evidentemente non ha subito i danni che certa stampa attribuiva a questa scelta educativa.

“Abbiamo pianto qualche giorno fa una ragazza suicida, schiacciata dal peso di un errore fatto con un video che non andava condiviso“, ci spiega l’on. Giovanardi, “la storia di questo ragazzo è andata diversamente perché ha avuto davanti degli educatori che hanno avuto il coraggio di non chiudere gli occhi, ma di affrontare il problema. Con decisione ed impegno. Come degli insegnanti dovrebbero fare sempre”. Non credo che di fronte a un commento saggio e di buon senso si possa aggiungere molto.

La seconda parte della vicenda è invece andata così. I genitori, il 24 Giugno, non si sono presentati ad un colloquio con la scuola per l’iscrizione all’anno successivo. Il ragazzo ha chiamato in estate, gli è stato chiesto di richiamare, perché mancava l’insegnante di riferimento, cosa che non ha fatto. Ad inizio settembre il ragazzo non si è presentato a saldare un debito formativo. Un giorno, però, chiama la madre a scuola. Ci parla la referente del corso e le spiega che il figlio è fuori da ogni scadenza. Si scatena un putiferio. Alla fine, nonostante tutto, nonostante l’assenza di “dote” (ovvero della borsa di studio che la Regione paga per gli studenti negli Istituti Professionali) e quindi con lo studente a carico della scuola, il preside lo ammette lo stesso.

Questa è la storia autentica, così come provato da documenti e testimonianze. Ma il punto è un altro: cosa sarebbe accaduto se la vicenda fosse stata identica ma il ragazzo fosse stato eterosessuale? Guardiamo come è stata trattata, non solo dai social, ma anche dalla stampa, Tiziana Cantone prima del suicidio: solo sarcasmi, accanimento, disprezzo, tutto con un tono leggero, come se non si trattasse di una persona vera, che poteva soffrire ed essere ferita. Il rischio che stiamo correndo è che essere gay crei ormai discriminazioni al rovescio, cioè che provochi attenzioni e cautele (mediatiche e non solo), che per chi non è omosessuale non valgono. E se questo accadesse per i minori sarebbe davvero gravissimo.