La vera tolleranza è l’antidoto all’Islam radicale

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La vera tolleranza è l’antidoto all’Islam radicale

27 Ottobre 2007

L’Islam
lo conosce bene, Ayaan Hirsi Ali. Questa brillante studiosa etiope, ora resident fellow presso l’American
Enterprise Institute a Washington D.C., ha provato sulla propria pelle cosa
significa per una donna mussulmana vedere applicata in maniera letterale ed
indisputabile la dottrina coranica.

Ayaan
Hirsi Ali nasce nel 1969 in
Somalia, sotto la spietata dittatura di Siad Barre. Sin da bambina combatte la
propria battaglia personale contro l’Islam radicale; subisce la mutilazione
genitale e innumerevoli altre torture le vengono inflitte, nel corpo e nello
spirito, in nome di Allah. Dopo aver passato l’infanzia e parte
dell’adolescenza in Arabia Saudita, Etiopia e Kenya, nel 1992 viene promessa in
sposa ad un lontano cugino che non ha mai visto; nel corso del viaggio per
raggiungerlo in Canada, sfugge al proprio destino decidendo di fuggire nei Paesi
Bassi. Qui inizialmente è accolta come esule ed ha la possibilità di studiare,
di scegliersi un lavoro, di trovare se stessa – in altre parole, di essere
libera. Ottiene la cittadinanza e inizia una nuova vita, affinché altri possano
vedere garantita quell’opportunità di emancipazione che lei stessa ha faticato
per conquistare.

La
libertà di parola si esprime anche attraverso la possibilità di questionare i
dettami dell’Islam; la sicurezza necessariamente comprende il diritto delle
donne a non subire abusi e violenze domestiche; la tutela dei minori richiede la
necessità di non finanziare acriticamente le scuole coraniche: tutti questi
temi vengono sollevati da Ayaan Hirsi Ali, prima attraverso un think-tank liberale e poi nel Parlamento
olandese. In risposta, la studiosa viene diffidata poiché poco disposta alla
mediazione politica, ed in quanto pericolo per la proprietà e la sicurezza dei
propri concittadini. Nel novembre 2004, in seguito all’assassinio di Theo Van
Gogh – suo caro amico con il quale aveva collaborato per il cortometraggio Submission, che denunciava la condizione
delle donne mussulmane nei Paesi Bassi – e l’esaurirsi del proprio impegno nel
Parlamento olandese, Ayaan Hirsi Ali si ritrova sola, in un’Europa sempre più
pronta ad accantonare le proprie radici e i propri valori in nome di un
relativismo formale ed incolore. Molto ci sarebbe da riflettere su questa
Olanda, che l’Occidente spesso elogia in quanto simbolo di un cammino di
integrazione e tolleranza, dove tuttavia una intellettuale si batte a rischio
della propria incolumità per quegli stessi valori liberali ai quali la sua
nazione dichiara di ispirarsi.

Ayaan
ancora una volta non si dà per vinta, raccoglie le sue cose e decide di trasferirsi
in America, definitivamente. Washington l’accoglie a braccia aperte, l’American
Enterprise Institute le dà la tranquillità e il sostegno necessari a pubblicare
e promuovere il suo libro autobiografico Infedele,
subito bestseller. Un’America che,
con tutte le sue contraddizioni, ha rappresentato per questa studiosa – ed
ancora, per quanto alcuni si ostinino a negarlo, simboleggia per la gran parte
del mondo – l’incarnazione di quell’ideale di libertà che ogni giorno ci
ricorda cosa significa essere persona.

Ayaan
Hirsi Ali vive sotto stretta sorveglianza dal 2004. Persino negli Stati Uniti,
le minacce di morte che riceve copiosamente non le permettono di muoversi senza
la scorta della polizia. Non può promuovere il suo libro, parlare in pubblico,
tenere lezioni, senza preoccuparsi della sua incolumità. Dopo la decisione del
governo olandese, che ha minacciato di revocarle la scorta dato il costo eccessivo
di proteggere una sua cittadina all’estero, Ayaan torna – temporaneamente, sembra
– nei Paesi Bassi. Non rilascia nuove dichiarazioni, né interviste; alle email ed
alle lettere risponde la sua editrice, premurosa e solerte. Il silenzio di
Ayaan è assordante, e getta in faccia al suo paese la contraddizione di quel double standard – già da lei più volte
denunciato – che permette agli imam di predicare odio e incitare alla violenza nelle
moschee europee, costruite con i contributi dello Stato; ma non concede ad
Ayaan il diritto di criticarli con la stessa libertà, senza temere per la
propria vita.

Ayaan
Hirsi Ali è molto dura verso l’Islam. In parte, e per sua stessa ammissione,
ciò è dovuto alla sua esperienza di vita: aspra, anelante di libertà, in un’Africa
che a volte blandisce e persuade facendo appello alla tradizione e alla dolcezza
del sentimento di appartenenza; e a volte punisce con severità chi non
ubbidisce alle sue regole; ma sempre e comunque impone di sottomettersi alla
volontà di Allah, senza dubbi, senza discutere. Gli angoli delle affermazioni
di Ayaan sono certamente affilati, in particolare quando ribadisce di aver
abbracciato l’ateismo di fronte ad una fede che dà conforto, ma chiede in
cambio il prezzo dell’annullamento della libertà individuale nella collettività
acritica. Non stupisce nemmeno che questa brillante studiosa sostenga l’impossibilità
di dialogare con l’Islam moderato e pacifico: quando afferma che “non ci può
essere dialogo con chi ti dice di conoscere la verità, senza possibilità di
dubbio”; o che “non esiste Islam moderato o pacifico, specialmente per le
donne”, è la sua amara esperienza di vita che parla.

Ricorda
la nostra Oriana Fallaci, questa autrice ed intellettuale somala senza paura: nei
toni battaglieri e nell’urgenza del richiamo all’Occidente affinché sappia
salvare se stesso e le proprie tradizioni, così come nella dignità ferita di
essere stata rifiutata dalle sue stesse origini. E difatti Oriana ed Ayaan ebbero
modo di incontrarsi, a New York, e di riconoscersi reciprocamente nella
condizione di esuli intellettuali. Ayaan però ha ancora speranza, vede ancora
la possibilità di cambiare il mondo – quella speranza che forse Oriana Fallaci,
che portava le cicatrici del Vietnam e della rivoluzione in Messico nel corpo e
nello spirito, trovava sempre più difficile accendere. Ayaan ha lottato non
solo con le parole, denunciando infaticabilmente le storture dell’Islam con cui
è venuta in contatto; ma con il coraggio di chi ha saputo cambiare la propria
vita, non piegandosi, e credendo fino in fondo di meritare un futuro
migliore. 

Il
punto focale che l’accademica Hirsi Ali tuttavia contesta all’Islam è di essere
una religione incompatibile con la democrazia moderna e con i diritti umani
universalmente riconosciuti e sanciti: l’uguaglianza di genere, la libertà
religiosa e la tutela dei minori. È questo l’aspetto più fecondo del suo
lavoro, quello con cui gli Stati Uniti (e non solo l’American Enterprise
Institute, think tank prevalentemente
neoconservatore) si sono confrontati, e che l’Europa invece critica – o più
sovente, rifugge. L’Islam approva l’infibulazione, la poligamia e i matrimoni
combinati di adulti con minorenni; nega che uomo e donna possano avere gli
stessi diritti, di fronte a Dio così come in tribunale; non contempla la
possibilità di cambiare o perdere la fede. Come può l’Europa accettare tutto
questo, come può fingere di non vedere la poligamia, la violenza sulle donne,
l’indottrinamento dei giovani che quotidianamente ha luogo nelle sue stesse
città? Come può chiedere ai suoi cittadini di tollerare coloro che non sempre
sono disposti a rispettare le leggi, di comprendere chi non riconosce
l’esistenza dei diritti umani su cui l’Unione Europea è fondata?

L’idea
di tolleranza, sin dai tempi di John Locke, non imponeva l’acritica
accettazione del diverso, bensì concedeva spazio all’interno di una comunità
caratterizzata da precisi valori e tradizioni a chi – pur adottando una scala
di valori differente e praticando un’altra religione – era disposto alla
convivenza pacifica. Mai la tolleranza ha implicato la messa in discussione, o
tantomeno la revoca, dei principi e delle tradizioni della nazione ospitante.
Per questo Ayaan Hirsi Ali ricorda come in passato coloro che non erano
disposti a rispettare i principi di comune convivenza stabiliti dal paese
“tollerante” venivano allontanati; l’offesa era ancora più grave quando i
“tollerati” sostenevano la propria superiorità e minavano le fondamenta della
società in cui erano accolti. Hirsi Ali chiede all’Occidente di riscoprire
l’originale significato del termine “tolleranza”: affinché gli occidentali che
desiderano vivere le proprie tradizioni siano liberi di farlo, senza essere
accusati di offendere chi è diverso; affinché ci sia realmente rispetto per
ogni individuo di fronte alla legge, che deve restare uguale per tutti, senza
discriminazioni di sesso, cultura o religione; ed affinché le migliaia, forse
milioni, di persone che vivono nelle comunità islamiche desiderando metterne in
questione i principi, siano anch’essi liberi di farlo, in quel porto franco che
l’Europa fatica sempre più a rappresentare.