La verità è che la democrazia dei contemporanei è ‘limitata’ rispetto a quella araba
09 Dicembre 2011
Alla retorica profusa a piene mani sulla stampa quotidiana che c’è mancato poco che assimilasse la ‘primavera araba’ alla Glorious Revolution–dispiegata nei saggi sul governo civile di John Locke–, per fortuna, in una società (ancora) pluralistica come la nostra, hanno fatto da controcanto conoscitori del mondo mediterraneo, come Fiamma Nirenstein e Magdi Allam. I Fratelli musulmani, ha rilevato Alessandra Boga su ‘Legno storto’, <intendono imporre la repubblica islamica attraverso la predicazione e le attività legate alle moschee> e <ciò sarà consentito dal governo militare >egiziano che lascerà il controllo della giustizia, dell’educazione e dell’assistenza sociale a coloro per cui l’Islam è la soluzione, come recita lo slogan dei Fratelli>. In fondo, è il<principio di sussidiarietà> declinato in senso coranico.
Se si volesse sintetizzare in una formula la natura del terremoto politico e sociale esploso in tutta l’area maghrebina e destinato a ripercuotersi ben oltre l’Africa, si potrebbe dire che la sua pericolosità è legata a un parto precoce: quello dei <diritti politici (democrazia) senza diritti civili (costituzionalismo liberale)>. Si tratta di un essere mostruoso, di un corpo acefalo, che rievoca l’incubo che ossessionava i ‘liberali aristocratici’, da Constant a Tocqueville a Stuart Mill: la tirannia della maggioranza ovvero il pericolo che i <più>, attraverso la partecipazione politica, potessero manomettere le libertà civili dei <meno>.
Nella storia dell’Occidente, i ‘diritti civili’ sono coevi alla genesi e al consolidamento dello Stato moderno, impensabile senza la secolarizzazione ovvero la neutralizzazione delle confessioni religiose e il confinamento delle credenze nella privacy. Ma non meno importante della libertà religiosa è stato il rispetto del diritto di proprietà divenuto il baluardo contro cui spesso si sono infrante le ambizioni di monarchi assoluti portati a spremere i sudditi per le loro guerre dinastiche. Non è la <democrazia> che crea i diritti civili ma sono i detentori dei diritti civili che, a un certo punto, si rendono conto di non poterli difendere efficacemente se i cittadini (i ‘tartassati’) non prendono parte alle decisioni ‘collettivamente vincolanti’ dei governi, e, soprattutto, non vigilano sull’operato dei ministri delle Finanze. Come scrive Benjamin Constant nel celebre Discorso del 1819: <preghiamo l’autorità di restare nei suoi confini; le basti esser giusta. Ci incaricheremo noi di esser felici> per poi aggiungere: ma <ci basterebbero i godimenti per esserlo, se questi godimenti fossero separati dalle garanzie ? E dove troveremmo queste garanzie, se rinunciassimo alla libertà politica?>. Lungi dall’essere il precursore del republicanismo dei nostri giorni—come vorrebbe qualche inacidito interprete, desideroso di reclutarlo tra gli antenati di ‘Repubblica’ o de’Il fatto quotidiano’—Constant, come il nostro Carlo Cattaneo, riteneva precari quei diritti di libertà sui quali il popolo sovrano (che per lui, liberale censitario, era una ridottissima parte della nazione) non <ci teneva sopra le mani>.
Pensare che dalla ‘partecipazione popolare’ (la ‘piazza’) possano venir fuori le libertà individuali significa ignorare che la democrazia si fonda sul numero e che il numero è, per sua natura, indifferente a ciò che riguarda una minoranza, che potrebbe essere peraltro quantitativamente esigua. I diritti umani, di cui discettava John Stuart Mill, sono tali che se la libertà di un solo consociato venisse ritenuta inopportuna dagli altri 99, questi non avrebbero alcun diritto di violarla. La ‘democrazia dei contemporanei’, in sostanza, nasce fortemente ‘limitata’, quella araba—in assenza dello Stato moderno e delle garanzie inviolabili dell’uomo e del cittadino— nasce religiosa e illimitata: il popolo di Allah può fare tutto finché ispira il suo agire ai precetti coranici. Pertanto essa difficilmente accetterà il principio che <certe cose non si mettono ai voti> e che, ad esempio, l’abiura e la conversione sono questioni che non debbono mai entrare nello ‘spazio pubblico’perché riguardano unicamente le coscienze dei singoli. Si preannunciano tempi brutti e speriamo proprio di non dover ripetere con l’immortale Lucrezio:< Tantum religio potuit suadere malorum> A tali misfatti poté indurre la religione…
