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Verità su misura

La verità sui numeri dei contagi e un potere che si alimenta col terrore

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Appena qualche giorno fa su questo giornale ci chiedevamo se si potesse stare tranquilli del fatto che nessuno avrebbe giocato col numero dei tamponi per poter dire che a pochi giorni dalla riapertura i contagi avevano ripreso a salire. La preoccupazione poteva apparire forse eccessiva, e invece si era trattato di una previsione fin troppo benevola. Alla sera del mercoledì, infatti, bastava scorrere le agenzie di stampa e i principali siti di informazione per trovare la notizia tanto attesa e tanto temuta: il virus torna a circolare, gli infetti salgono, allarme per la ripresa dell’epidemia.
Una mazzata su un’economia che già, con ogni evidenza, stenta a ripartire. Molte attività non hanno ancora riaperto, quelle che lo hanno fatto vanno avanti con estrema difficoltà. E il combinato disposto tra le misure restrittive, l’impoverimento di consistenti fasce di popolazione, il martellamento mediatico sui rischi sanitari e la paura per il futuro, rischia di rinviare di molto il momento nel quale si potrà intravedere l’uscita dal tunnel.

Il guaio, nel nostro Paese, è che i macchinisti che fuori dal tunnel dovrebbero portarci sembrano fare di tutto per spingerci in direzione ostinata e contraria. I numeri, dicevamo. Martedì sono stati registrati 584 nuovi contagi, rispetto ai 397 del giorno prima. Un incremento non trascurabile. Peccato che ci volesse la lente di ingrandimento per scoprire che nelle stesse 24 ore il numero di tamponi rispetto a quelli delle 24 ore precedenti era aumentato di diecimila unità. Al che una prima domanda sorge spontanea: avete lesinato con i tamponi quando sarebbero serviti, e ora che il virus è in evidente regresso pompate i numeri del campione testato? La prevenzione non è mai troppa, per carità, ma non serve scomodare Andreotti per dire che a pensar male si farà pure peccato, epperò…
Le sorprese, tuttavia, non finiscono qui. Nelle pieghe delle notizie della stessa giornata di martedì c’era una noticina di non poco conto: dei 198 nuovi positivi registrati nel bergamasco – numero che ha evidentemente trainato il dato nazionale – 168 erano riferiti ai tamponi processati da un laboratorio privato, raccolti in una settimana e resi noti tutti insieme. E la stessa azienda sanitaria di Bergamo segnalava che di questi 168 circa il 70 per cento (118, per la precisione) erano stati classificati come positivi solo in via precauzionale e necessitano di un secondo esame per la presenza in realtà debolissima di tracce di RNA virale.
La ripresa dei contagi è dunque, almeno per ora, un grande bluff. Una balla di Stato. In senso strettamente tecnico, una comunicazione “terroristica” (nel senso di “atta a terrorizzare”). E la circostanza appare ancor più surreale se si mettono in fila, come ha avuto la pazienza di fare il professor Eugenio Capozzi, i grandi numeri e le tendenze consolidate. Dal 19 aprile scorso i positivi sono calati costantemente (da 108.257 a 50.966, più che dimezzati nel giro di due mesi). Il rapporto tra tamponi effettuati e contagi diagnosticati è sceso dal 32,97% del 16 marzo allo 0,87% attuale, a fronte peraltro di un numero di tamponi passato dai 3.526 di quel giorno ai 67.324 di martedì. Il numero dei ricoverati per Covid-19 è in diminuzione dal 4 aprile (29.010) a oggi (7.729): in due mesi e mezzo la riduzione è stata di oltre tre quarti, e il fatto che non si riescano ad avere risposte ad alcune domande in merito lascia pensare che fra gli attuali ricoverati in termini di contagiati recenti ci sia poco o nulla.

E ancora. Le terapie intensive sono passate, con un trend di costante diminuzione, dalle 4.068 del 4 aprile alle 505 attuali: in due mesi e mezzo si sono ridotte di otto volte, e anche in questo caso non si è trattato di nuovi ingressi che abbiano sostituito i precedenti ma di malati che vi uscivano senza che altri vi entrassero. Dei nuovi contagiati abbiamo detto, e i pochi casi giornalieri residui denotano una forte concentrazione territoriale. In molte zone, da settimane siamo a zero. Zero assoluto. Zero spaccato. I decessi vi sono ancora (anche se in calo pressoché costante) e per chi ritiene la vita un valore non negoziabile ogni morto è evidentemente di troppo. Ma sarebbe disonesto associare organicamente il dato delle vittime alle tendenze espresse dagli altri dati giornalieri, in quanto, come scrive ancora Capozzi, “esso riflette l’evoluzione fatale di casi clinici le cui origini affondano nel tempo in momenti molto variabili”.
Questo risultato è merito anche del lockdown e del rigore con il quale gli italiani si sono assoggettati alle regole restrittive? Certamente sì. Ma accanto al crollo dei numeri vi sono altri due dati di fatto: il calo di virulenza e intensità del contagio, e di converso l’alta infettività di una pandemia economica che rischia di precipitare nella povertà larghissime fasce di popolazione e nella sudditanza il nostro intero Paese.
La questione è dunque molto semplice. Abbiamo lasciato che nella cabina di comando giocassero con i numeri quando c’era da convincere gli italiani a restarsene buoni. Abbiamo sopportato i bollettini quotidiani delle ore 18 nonostante la loro assoluta infondatezza scientifica, statistica, matematica, sanitaria. Abbiamo invocato invano una pianificazione delle riaperture che tenesse conto dei reali dati epidemiologici.
Adesso basta. Adesso c’è da raccomandare certamente l’uso del cervello, ma soprattutto c’è da far ripartire un Paese. Se finora la faida tra “restoacasisti” e “riaperturisti” ha avuto dei tratti avvincenti e finanche divertenti sotto il profilo della psicologia sociale, adesso non fa ridere più. Ora la faglia di frattura si è spostata: da un lato c’è un’Italia produttiva che rischia il tracollo, dall’altro un potere tecnico e politico manifestamente inadeguato che ha trovato la chiave della perpetuazione di se stesso nella debolezza di un popolo impaurito e impoverito, sicché il “terrorismo di Stato” (sempre in senso tecnico) diviene leva di controllo e soggiogazione delle masse come nelle migliori tradizioni totalitarie. Senza capire, peraltro, che se nel Novecento le guerre tradizionali erano formidabile leve economiche, lasciare oggi morire un pezzo d’Italia in nome di questa guerra strisciante giocata su uno scacchiere planetario significherebbe portare alla morte dello Stato stesso (e di chi pro tempore lo amministra) per mancanza di gettito fiscale.
Assistere al malcelato tifo per la ripresa della pandemia da parte di organi di informazione e scienziati di regime, e raccogliere le lacrime di chi avverte oggi come un peso insostenibile le attività frutto delle faticose intraprese di una vita, è una distonia insopportabile. Sarebbe ora che gli italiani ricordassero di avere un cervello. E se qualcuno continua a giocare con i numeri per tenerci in schiavitù, è un dovere civico impegnarsi a leggerli e a confutare le interpretazioni ingannevoli. Se non stiamo zitti, alla lunga capiranno di non poterserlo permettere più. In caso contrario, la prossima diretta Facebook di Conte che dice “vi richiudo in casa” ce la saremo meritata. Ma a quel punto si farebbe prima a dichiarare l’Italia chiusa per fallimento. Magari con un bel dpcm.

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